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13 Maggio Mag 2018 1200 13 maggio 2018

Erosione costiera, i numeri del fenomeno che minaccia i litorali italiani

Il 42% delle spiagge, pari a 1.661 km, è in arretramento. Il Molise è maglia nera con il 91%. Mentre al Nord-Est si registrano i valori più bassi. Minutolo, Coordinatore dell’Ufficio Scientifico di Legambiente, a L43.

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L’erosione costiera, ovvero l’arretramento della linea di riva, minaccia da tempo i nostri litorali, con spiagge che ci appaiono sempre più piccole, anno dopo anno. Si tratta in realtà di un fenomeno di per sé naturale, che dovrebbe avvenire in modo tale da non turbare l’equilibrio secondo il quale l’arretramento e l’avanzamento della linea di costa avvengono in maniera reversibile. Invece in Italia - complice l’intensa antropizzazione delle coste, i cambiamenti climatici in atto e l’impoverimento dell’apporto di materiale solido dei fiumi – non è così. E tante bellezze naturalistiche rischiano di scomparire. A guardare i numeri, non si tratta di cosa da poco. Se di 7.465 chilometri di costa italiana le spiagge rappresentano infatti il 50% della lunghezza totale (3.950 km), di queste ben il 42% (1.661 km) sono in erosione. In alcune Regioni in particolare la situazione è ben più che preoccupante: in Molise, per esempio, con 36 km di costa di cui 25 difesi da scogliere, sono in erosione addirittura il 91% delle spiagge.

I CASI DI BASILICATA, ABRUZZO E MARCHE. In Basilicata si raggiunge quota 78% di spiaggia erosa. E non se la passano bene neppure la Puglia con il 65%, l’Abruzzo con il 61% e le Marche e il Lazio con il 54%. Le altre Regioni mediamente oscillano tra 33 e 43% di spiagge erose, mentre i valori più bassi si registrano in Emilia Romagna (25%) Veneto e Friuli (rispettivamente 18% e 13%). Chi viaggia lungo le nostre coste può facilmente verificare come queste risultino “stressate” da porti, abitazioni, strutture e infrastrutture. Basti pensare che il 30% della popolazione degli italiani vive nei 646 comuni costieri, cioè in una fascia di territorio che è solo il 13% di tutta la penisola, corrispondente a 43 mila km2. In più, oltre il 55% delle aree costiere italiane risulta trasformato dal cemento. «Un cambiamento irreversibile causato dall’urbanizzazione», afferma a L43 Andrea Minutolo, coordinatore dell’Ufficio Scientifico di Legambiente, «con il record di Lazio e Abruzzo, dove si salvano solo un terzo dei paesaggi mentre tutto il resto è oramai occupato da palazzi, ville, alberghi, porti».

Per nulla rassicurante è poi guardare alla dimensione delle trasformazioni dell’ambiente avvenute dopo il 1985, anno dell’entrata in vigore del vincolo di inedificabilità entro i 300 metri dalla linea di costa e del sistema di pianificazione paesaggistica regionale previsto della Legge 431/1985, detta legge “Galasso”: «Nelle Regioni studiate, dal 1985 ad oggi», ricorda Minutolo, «malgrado i suddetti vincoli e piani, sono stati cancellati e sostituiti dal cemento qualcosa come 160 chilometri di paesaggi costieri. Una cifra impressionante considerando i vincoli che avrebbero dovuto essere presenti». Ben il 35,8% del territorio nazionale compreso nella fascia dei 300 metri dalla riva, area che la normativa considera tra i beni da tutelare per il loro valore paesaggistico, è urbanizzato. Una storia, quella di una urbanizzazione fuori controllo, che in realtà parte da lontano. Già dal dopoguerra, infatti, l’abusivismo edilizio – e i successivi condoni che regolarizzarono abitazioni che era invece opportuno non realizzare in prossimità della riva - iniziò a deturpare molte aree costiere del Paese. Sfuggendo per giunta a cifre e statistiche.

LA PIAGA DELL'ABUSIVISMO EDILIZIO. «Sul fenomeno dell’abusivismo edilizio», dice a L43 Angela Barbano del Centro Nazionale Coste dell’Ispra, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, «non abbiamo né studi né dati quantitativi, ma è ormai noto che molte delle abitazioni realizzate come residenza estiva negli anni siano state adibite ad abitazioni principali e che molti centri abitati sorti come villaggi turistici siano poi diventati dei quartieri e delle frazioni di città, dotate di servizi di trasporto, attività commerciali e scuole». Non solo urbanizzazione selvaggia, naturalmente. Nel contrastare il fenomeno erosivo c’è da fare i conti anche con i cambiamenti climatici in atto e con le previsioni di un ulteriore innalzamento del livello marino, con le conseguenze che avranno su tutta la linea di costa. «Alla luce di questo», afferma Minutolo, «è evidente che le sole opere di ingegneria strutturale e di difesa passiva non sono la risposta adeguata, ma bisogna intervenire con una gestione complessiva delle aree costiere e con piani di adattamento che consentano di rispondere in maniera efficace all’evoluzione futura di questo habitat così delicato».

UNA QUESTIONE (ANCHE) CULTURALE. Le competenze in materia di difesa dei litorali, con la L 59/97, il D.Lgs. 112/98 e il D.Lgs. 86/99, sono passate dal ministero dei Lavori Pubblici alle Regioni. Attualmente, 11 Regioni costiere su 15 dispongono di strumenti di pianificazione estesi alla gestione e tutela del territorio costiero. «Essenzialmente», è il commento della Barbano, «negli anni le Regioni sono diventate sempre più operose e sempre più sensibili, grazie anche a tutta una serie di politiche, sia europee che nazionali, che hanno posto l’accento all’attenzione verso la tutela e la conservazione ambientale di quelle aree, per facilitarne la fruizione. Prima ci si muoveva per lo più mediante interventi locali di emergenza, senza avere una visione organica a livello regionale. Oggi invece stiamo vivendo una vera e propria crescita culturale in questo senso».

Ultime a far notizia sono state la Regione Toscana, che ha più che raddoppiato i fondi per gli interventi contro l’erosione delle sue coste, con uno stanziamento di 9,3 milioni di euro per il biennio 2018-19, secondo quanto annunciato dall’assessore regionale all’ambiente, Federica Fratoni, il 24 aprile scorso; e la Regione Sicilia, protagonista di un “contratto di costa” sottoscritto il 3 maggio scorso dal presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci e dai sindaci di 14 Comuni dell’area tirrenica per far fronte al dissesto idrogeologico del tratto che va da Patti a Susa, secondo una visione strategica, che punta a una riqualificazione comune e complessiva. Eppure, nonostante lo sforzo messo in campo dalle Regioni, il problema dell’erosione appare ad oggi ancora di là dall’essere risolto. Con conseguenze sull’ambiente che sono sotto gli occhi di tutti.

LA SCOMPARSA DEI SISTEMI DUNALI. «Uno dei risultati più evidenti», ricorda Minutolo, «è la scomparsa quasi totale dei sistemi dunali, che hanno lasciato il posto spesso a vie di comunicazione, centri residenziali e villaggi turistici. La formazione delle dune è il risultato naturale dei processi costieri quando il litorale è in equilibrio o in avanzamento, mentre la sua formazione è molto difficile, se non improbabile, quando la costa è in erosione». In più, l’erosione delle spiagge è frequentemente associata alla demolizione delle dune costiere; infatti queste sono un capiente serbatoio per rifornire di sabbia i tratti di costa durante le fasi erosive e hanno una funzione di assorbimento dell’energia delle mareggiate. La scomparsa dei sistemi dunali ha dunque un grande impatto ambientale. «Le dune costiere», conclude Minutolo, «hanno un importantissimo ruolo ecologico, come testimoniano le poche oasi dunali superstiti, per lo più oggi diventate aree protette, alcune gestite anche da Legambiente, con il duplice intento di salvaguardare la biodiversità e le spiagge».

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