Lapo
30 Novembre Nov 2016 1738 30 novembre 2016

Lapo, Corona e il de profundis dell'età della ragione

Va di moda il 40enne sbarellato. Che più si pente e più ci ricasca. E, se privilegiato, attira pure la solidarietà dei comuni mortali. Fenomenologia della deriva irresponsabile. Alla base di un cortocircuito sociale.

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Va di moda il 40enne sbarellato. C'era una volta questa età, già oltre il «mezzo del cammin di nostra vita», dove i giochi erano fatti: una famiglia più o meno noiosa, un lavoro più o meno definitivo (o variabile ma lungo le stesse isobare professionali), la pancetta che cresceva di pari passo a una curiosa saggezza del color della rassegnazione. Vecchi non ancora, giovani non più, una saggezza mediocre, fatta di una maturità possibile, passabile: a ripensarci, i nostri genitori a quell'età parevano dei dinosauri, a volte un po' bolsi ma almeno affidabili, rassicuranti.

I 40 SEMBRANO I 10 DI UN TEMPO. Oggi i 40 sembrano i 10 di un tempo, e neanche troppo brillanti. Incapaci di prendersi altra responsabilità che "cazzeggiare", come dicono loro. Fioriscono, anzi scoppiettano legioni di eterni giovanotti oltre la sindrome di Peter Pan, che non tanto si rifiutano di crescere, quanto non sanno da dove cominciare. I loro modelli sono coetanei in odore di vittime, di cosa non si è ben capito visto che vivono vite da non morire mai. Considerare simili privilegiati dei ragazzi sfortunati, secondo un vasto movimento di opinione di vip o aspiranti tali, pare francamente eccessivo e si spiega in un solo modo: con la compiacenza pelosetta di chi si pretende allo stesso livello di fama, o per lo meno nel cerchio magico della norotietà, e quindi sa comprendere le debolezze degli uomini, che vuoi che sia, solo i bottegai non peccano mai.

LA PARABOLA DEL FIGLIOL PRODIGO. Ma davvero siamo sempre fermi alla parabola del figliol prodigo in jet privato o coi milioni nel controsoffitto? Davvero un Fabrizio Corona o un Lapo Elkann «hanno un problema» e, di conseguenza, «vanno aiutati»? Chi ha stabilito questo imperativo categorico? E aiutati da chi, poi? Non ce l'ha fatta neanche il meritorio don Mazzi, che per il suo pupillo, anche noto come "il fotografo dei vip" anche se nessuno ha mai visto una sua foto, se non sotto ricatto, è passato da «È una vergogna come i g'ha tratà» a «È una vergogna come el m'ha tratà».

Sveglia, brava gente che ha vissuto, che ha fatto il militare a Cuneo: questi sono ragazzi che non hanno altro problema che fare la vita che fanno, perché la possono fare, perché la vogliono fare. Il problema, semmai, ce l'ha chi sconta anche le colpe che non ha, e non trova non un jet privato, ma nemmeno un risciò a riportarselo a casa.

UN MERCATO FIORENTE DEL PIAGNISTEO. Eterni ragazzi che amano baloccarsi tra uno sputtanamento e l'altro, da tradurre opportunamente in pubblicità: c'è tutto un mercato fiorente del piagnisteo, che campa sull'epos delle proprie gesta subito reinvestite in nuove miserie. Perché questi dovrebbero essere abbonati a vita alla comprensione, al perdono e perfino a una certa qual ribalda simpatia? Perché sono ricchi? Perché sono simpatici? Perché solo chi cade può risorgere e altre banalità da programma del pomeriggio? O perché hanno, come ha delirato Giampiero Mughini a proposito di Lapo, «lo sguardo pulito, che convince»?

IL PERBENISMO CEDE AL PERMALISMO. Sveglia, ragazzi: qui c'è chi riesce a "rivalutare" anche Manuel Foffo e Marco Prato, i marchettari cannibali del Collatino, e guai a chi alza il sopracciglio. Il termine "moralismo", che usava identificare il furbo che praticava in privato ciò che esecrava in pubblico, si è stravolto nel negativo di cinismo, il perbenismo ha ceduto al permalismo e chi non ci sta è il vero carogna, un "rosicone" che non ha capito niente della vita, che è sempre pronto a giudicare.

Lapo, Corona e gli altri 40enni supereroi dello squallore non hanno un problema: loro sono il problema

No, non è necessario giudicare, condannare non spetta a noi, ma si può almeno dire che questa foga di comprendere il peggio, di sublimare il peggio è sospetta? Si può osservare che questa deriva verso il senso di irresponsabilità porta a un cortocircuito sociale? Quanti esempi accendono questi privilegiati in dérapage, quanti Peter Pan in minore si convincono che, per avere la 500 mimetica di Lapo, bisogna partire dalle sue sgangherate prodezze? Si sentono discorsi allucinanti: «Corona è il mio idolo, è uno che fa del bene all'economia, che dà da lavorare a un sacco di persone». E invece per i pm è un bancarottiere, evasore e quant'altro, dei più spregiudicati. «Ma sì, chi se ne frega, intanto lui fa la bella vita». E poi, ogni tanto, passa dal confessionale di Maurizio Costanzo.

PIÙ SI PENTONO, PIÙ CI RICASCANO. D'accordo, il senso di responsabilità è un vestito tarmato della coscienza, la vecchia storia del dare il proprio contributo alla società fa ridere, a meno di non venire declinata in senso assistenziale: la carità con le fanfare televisive, basta un messaggio, una telefonata per questa postmoderna vendita delle indulgenze. Solo che questa faccenda del figliol prodigo da festeggiare pare sfuggita un po' di mano: qui i bravi ragazzi che più si pentono e più ci ricascano, crescono in numero e in poca sapienza, e non s'era mai visto un simile solidarismo invertito. I poveri cristi che recuperano gli impenitenti privilegiati.

EPPURE NON PAGANO MAI. Ci sono "esempi" talmente messi male che perfino il Rovazzi, quello dello sciagurato Andiamo a comandare, diventa un faro di civiltà: dopo di lui, il diluvio. E va bene, se così dev'essere allora sia. Ma ci sia consentito accorarci per i deboli che se fanno una cazzata la pagano una vita, piuttosto che per quelli che fanno cazzate a vita e non pagano mai. Ci venga ancora permesso di fermarci a considerare il destino degli umili, dei deboli, dei cani senza cuccia, di quelli che hanno bisogno di una mano che non trovano mai, perché sono tutte protese verso chi può comprarsi anche la pietà. Lapo, Corona e gli altri 40enni supereroi dello squallore non hanno un problema: loro sono il problema.

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