Mamma 2
10 Dicembre Dic 2016 1400 10 dicembre 2016

Storia di M., lodata dal boss per essere sfruttata

Assunta a tempo indeterminato perché incinta e obbligata a lavorare sette giorni su sette, anche subito dopo la nascita del bambino. Ora per la sua azienda sono in corso una causa civile e una penale.

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La questione figli è dura e spinosa per le mamme assunte come per le aziende. Lo “spettro della maternità” colpisce le donne sia nel momento dell’assunzione - vengono penalizzate o, se selezionate, pagate in media il 12% in meno a parità di mansione rispetto ai colleghi uomini - sia al ritorno al lavoro, con il bambino appena nato. Il periodo obbligatorio di astensione viene vissuto dal capo azienda come un incubo e al rientro in tanti casi la neo-mamma viene demansionata, oppure licenziata appena la legge lo permette, quando il bebè compie un anno e un giorno.

LE SOLUZIONI DEL DIVERSITY MANAGEMENT. Dall’altro lato della medaglia ci sono tutte quelle dipendenti che preferiscono rimanere a casa un anno, anche se sarebbero in grado e in salute per lavorare. Tutto intorno è nato un modo per aiutare lavoratrice e impresa: si chiama diversity management e prevede percorsi per tutte le “diversità” che rendono le aziende più forti e più produttive, se valorizzate. Oltre tutto questo, l’unica soluzione è la condivisione della maternità con il partner e con la società stessa, con lo Stato, con il welfare per la famiglia. Maternità e aziende potrebbero trovare nuova vita se il carico di cura dei nuovi nati non pesasse esclusivamente sulle spalle delle mamme, ma anche sui partner.

Purtroppo nel nostro Paese non sono tante le imprese che possono vantare un’apertura verso la diversity o verso una genitorialità condivisa. E accade di imbattersi in storie come quella di M., assunta a tempo indeterminato proprio perché incinta dopo anni in azienda a (falsa) partita IVva (perché aveva solo un committente). Grata ai suoi capi, ha accettato come una manna dal cielo questo contratto. Ovviamente. E senza porsi troppe domande quando le hanno detto che avrebbe dovuto lavorare anche in maternità. Senza alzare la voce quando riceveva chiamate di lavoro anche quando si trovava ancora in ospedale. Oppure quando aveva la reperibilità sette giorni su sette anche la notte. Il telefono squillava alle 4 di mattina e sua figlia non aveva tre mesi. La piccola si svegliava, la mamma doveva lavorare. S. ha sempre lavorato da casa. E l’azienda le ha mandato anche una babysitter. Peccato che lei - in quel momento - avrebbe dovuto essere in maternità. Obbligatoria. Non al lavoro. Seppur aiutata da una tata.

OBBLIGATA A LAVORARE FUORI DALLE REGOLE. Per lei è stato un incubo. Divisa tra un impiego che le dava da vivere e sua figlia, appena nata, che necessitava tutta la sua attenzione. M. ha spiegato a Lettera43.it che che sapeva che per legge aveva il diritto di non lavorare pur prendendo lo stipendio, ma che non sapeva «che fosse reato costringermi a farlo», spiega. Oggi M. ha 40 anni, una figlia di tre. Una causa civile e una penale sono in corso. I suoi datori di lavoro, proprietari di un sito web che vende viaggi eticamente responsabili, potrebbero aver organizzato questa truffa e potrebbero averla ripetuta anche per una seconda dipendente, assunta a tempo determinato già incinta. Anche questa seconda donna avrebbe lavorato durante i mesi di astensione obbligatoria. La legge, seppur con i suoi tempi lunghi, emetterà un giudizio.

L'ABNEGAZIONE SENZA DIRITTI NON PAGA. Ma perché M. è rimasta al lavoro? Perché ha accettato tutto questo? Per lo stipendio e perché la caricavano di responsabilità e la facevano sentire importante, la lodavano, racconta. E per un senso di ricatto, ragiona, oggi M. che anche a posteriori dice: «Non potevo non lavorare, altrimenti mi avrebbero licenziata». Lavorava con la bimba in braccio, oppure mentre lei dormiva. Nei tre anni precedenti non aveva mai chiesto malattia, o meglio: «chiedevo i giorni, ma non me li concedevano dicendo che tanto lavoravo da casa». Non lo ha fatto neppure quando a 5 mesi la piccola ha iniziato ad andare al nido e si ammalava in continuazione. Per M. la dedizione al lavoro non ha pagato. Come non ha pagato ignorare i suoi diritti.

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