Napoli 4
11 Dicembre Dic 2016 0900 11 dicembre 2016

La Napoli odierna è una città assuefatta al Male

Ammutolita da 'stese' e 'paranze'. Apatica davanti a omicidi misteriosi e polemiche. Incapace di indignarsi. Parabola di un popolo che ha perso la voce. E, forse, anche la voglia di riscatto.

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Inerti. Apatici. Un popolo a reazione zero, ammutolito dalle stese e dalle paranze dei bambini ma anche mortificato da chi nega la scuola ai disabili con la scusa delle casse vuote. Forse perché - tra omicidi, rapine, minacce del racket e quotidiane brutture - è ormai troppo assuefatto alla malvagità per poter ancora provare la voglia (e la forza) di emozionarsi. Napoletani asettici? Incapaci di indignarsi, di restare col fiato sospeso, di reagire a quel che di orrendo (o di assurdo) accade tutt’intorno?

SALOTTI BEN OVATTATI. Fine novembre 2016, una serata dal clima mite sui gradini in salita del viale Maria Cristina di Savoia: strada elegante e appartata, abitazioni ben curate, vista sul golfo, porte in legno massiccio. Qui è salotto da alto ceto medio, ovattato e ben protetto. Da qui, Forcella, il rione Sanità, Scampia, le paranze dei bambini e i quartieri ghetto sanno di una Napoli “per sentito dire”. Comunque, lontana anni luce. L’orribile morte dell’ingegner Vittorio Materazzo, 51 anni, sposato con due figli (è stato sgozzato davanti al portone di ingresso della sua abitazione al civico 3), viene raccontata dai quotidiani con grande rilievo, toni strillati e dovizia di titoli. Altro che il solito bang bang di camorra.

MALE INGOIATO E CONSENTITO. Un delitto così, dai risvolti oscuri, con la vittima incensurata e per di più uccisa nella cosiddetta Napoli-bene, non accadeva da decenni. Forse dal 31 marzo 1981, quando sotto casa sua a Posillipo qualcuno nascosto nell’ombra uccise con quattro colpi di pistola Anna Parlato Grimaldi, donna ricchissima e ancora bellissima, nata e cresciuta in una importante famiglia di armatori, che coltivava una relazione sentimentale con Ciro Paglia, il giornalista che in quel periodo fungeva da capocronista al Mattino, il più diffuso quotidiano a Napoli. Una vita fa. Da allora a oggi, quanto è cambiata Napoli? E quanto male ha prodotto nell’animo della gente normale tutto il Male qui consumato, ingoiato, consentito? E quanto lo Tsunami di malvagità in atto è riuscito a mettere in sonno la sensibilità dei napoletani “normali” e la loro voglia di ribellarsi?

Lungo il viale della tragedia si respira un’aria da «non è successo nulla»

Un dato è sicuro: il giallo dell’ingegnere sgozzato oggi non smuove più di tanto l’emotività della gente, che appare in generale impassibile e distratta sebbene trattasi di un omicidio dai risvolti oscuri e sebbene sulla orribile fine del professionista si sia delineato da subito uno scenario da mistero fitto che pur dovrebbe - come è sempre accaduto per eventi simili - suggestionare e coinvolgere ampie fasce di popolazione. Ambi e terni al gioco del Lotto? Ricerca disperata dei numeri giusti per azzeccare - perchè no? - una quaterna milionaria? Nulla di tutto ciò.

QUEL DELITTO NON INTERESSA. C’è calma, nelle ricevitorie e fuori. Niente, il disinteresse appare totale. Dissapori in famiglia, sospetti sulla morte del papà (avvenuta nel 2014), azioni giudiziarie affinché si riapra l’inchiesta su quel decesso «così strano» e su una autopsia mai effettuata: insomma, gli elementi da vero e proprio giallo si accavallano, ma senza che ciò scateni alcuna vibrazione. Anzi, del delitto appena consumato e delle indagini «che brancolano nel buio» (ma mica tanto, poi) nella Napoli elegante si parla poco o nulla, con fastidio e riottosità. Lungo il viale della tragedia, si respira un’aria da «non è successo nulla» (che è un po’ peggio dell’omertà dichiarata). Nei rioni più popolari va più o meno uguale. Insomma: quel delitto non interessa.

NEL '75 ERA UN'ALTRA NAPOLI. Altro che il gossip infinito, le estenuanti congetture, le chiacchiere da bar e la ridda di scommesse che fecero seguito alla cosiddetta strage di via Caravaggio, quando il 30 ottobre 1975 - in un appartamento borghese sito in un’altra zona su di tono di Napoli - furono ammazzati in una notte un padre (Domenico Santangelo), una moglie (Gemma), una figlia (Angela) di 19 anni e perfino il cagnolino Duck, colpevole di abbaiare quando invece era d’obbligo (per l’assassino) che nell’abitazione regnasse il più assoluto silenzio. Sul delitto Grimaldi e sulla strage di via Caravaggio (e su altri pochi omicidi con mistero) sono stati scritti libri e indicate via via ipotesi, congetture, contro-ipotesi. A volte, è perfino scattata la caccia al (presunto) colpevole.

Uno scorcio di Scampia.

Insomma, quegli eventi di cronaca a così alto tasso emotivo si sono rivelati in grado di accompagnare l’evoluzione dello spirito critico e la crescita emotiva di almeno un paio di generazioni. Invece, sul povero ingegnere trucidato sotto casa, solo qualche rapido (e poco interessato) sguardo. E poi basta, tutti impegnati - napoletani ricchi e napoletani poveri - a riassopirsi nel quotidiano, anomico, forse rassicurante torpore di massa.

NIENTE PIÙ RIVOLTE. Un po’ come è accaduto quando - a pochi giorni dall’inizio del campionato di serie A attualmente in corso - a sorpresa è stato venduto alla Juventus il Pipita Gonzalo Higuain, il campione che a Napoli aveva appena battuto ogni record segnando 36 gol in una stagione. Ci si aspettava la rivolta in strada. Invece niente al di là di qualche innocuo mugugno. O come quando - pochi giorni fa - la Regione Campania ha annunciato trionfante l’acquisto degli autobus polacchi vecchi di 600 mila chilometri e il presidente della società dei trasporti Umberto De Gregorio ha parlato di «polemiche insulse» perché - ha precisato nel silenzio di tutti - «solo mezzi usati era possibile acquistare» e perché «così invece che sette bus nuovi ne abbiamo comprati ben 23 anche se usati».

IL SILENZIO È ASSOLUTO. Ribellarsi? O almeno far notare l’assurdità di certe scelte e asserzioni? Niente. Silenzio assoluto. Come è stato di fronte alle esternazioni da apertura di Tg del governatore Enzo De Luca o del sindaco Luigi de Magistris. O agli osanna - da molti ritenuti inopportuni - riservati da alcuni giornali e dalle tivù locali al boss delle cerimonie Antonio Polese, deceduto per problemi cardiaci. O come quando è stato imposto il mega-albero sul Lungomare con un biglietto di ingresso lievitato dai promessi 5 euro agli otto euro “prendere o lasciare”. O come quando si è saputo che nella classifica di vivibilità Napoli è scesa al posto numero 108, insieme con Siracusa e Crotone.

Un omicidio di camorra nelle strade di Napoli.

Ha voglia lo scrittore Erri De Luca a dire che «Napoli non è classificabile perché la sua bellezza è troppo fuori scala per essere correttamente misurata». La verità è che, mentre i napoletani tacciono e si consolano mescolandosi ai turisti (che sono più di prima, ma per motivi di ordine internazionale e ben diversi da quelli rivendicati da de Magistris), il presidente dell’Istituto superiore di Sanità Walter Ricciardi ha detto che «a Napoli e in Campania si ha una speranza di vita alla nascita di quattro anni inferiore rispetto a Trento e alle Marche». Una speranza di vita “alla bulgara”, tanto per intendersi. Di fronte alla quale si resta tutti zitti e muti.

LA VOGLIA PERDUTA DI RISCATTO. E allora, perché meravigliarsi se qui gli autobus o arrivano in stile ferrovecchio o niente? E se i treni deragliano come neanche quando si era bambini e si giocava col Rivarossi? E se c’è chi - impegnato nel racket - si accontenta di pretendere «90 chili di pane e sette, otto pizze» come mazzetta mensile? Sembra, sempre di più, una Napoli da serie B, in odore di retrocessione, ormai arresa e delusa, senza più fabbriche, centri decisionali né più voglia di riscattarsi nonostante l’immenso patrimonio culturale.

«LA CITTÀ S'È INFIACCHITA». Ha scritto Mario Colella su Il Napolista: «Cattiveria e cinismo: quel che manca alla squadra di calcio oggi manca anche alla città di Napoli». E poi: «La Napoli di oggi, italianizzata e americanizzata, ha perso l’uso del dialetto e la sua identità non identitaria. Si è infiacchita. Ed è in preda a una sorta di buonismo ipocrita. Buoni lo siamo sempre stati, ma fessi no. Invece, oggi, siamo pure fessi».

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