Coppi
11 Dicembre Dic 2016 1800 11 dicembre 2016

Piccola storia dello scissionismo all'italiana

È un virus nazionale. Tradizione atavica. Non c'è Paese al mondo con la stessa propensione alla faziosità. Da Coppi-Bartali alle faide di sinistra. Ogni occasione è buona per dividersi. Prima dell'embrassons-nous.

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Sì e no, rosso e nero, destra o sinistra: viva l'Italia, l'Italia che si spezza. Un virus nazionale, una tradizione atavica, dividete, dividete, qualcosa resterà. Non c'è Paese al mondo con la medesima propensione alla faziosità, alla logica di appartenenza di quello dei "Fratelli d'Italia". Fratelli sì, ma coltelli. Si chiedeva Giorgio Bocca in un saggio dei primi Anni 80: «In cosa credono gli italiani?». E la risposta era netta: nelle corna, nei gatti, nell'oroscopo, ma soprattutto nel litigarsi. Ottomila campanili e ancora non bastano, ogni paese «il più bello del mondo» e, ancora nell'epoca del multiculturalismo politicamente corretto, si vaneggia di diversità etniche, razziali tra borghi confinanti.

APOLLINEO E DIONISIACO. Ogni occasione è buona, e si disperava Lou Reed: «Ma possibile che ogni volta che torno in Italia siete sempre lì a massacrarvi su tutto?». Possibile, possibile: anche limitandosi al solo Novecento, è tutta una contesa a partire dalla politica - repubblica o monarchia? - per approdare allo sport, il che denota la tensione alla polarità, quel dannato distinguersi in base a presunte distinzioni politiche: il proletario contro il borghese, l'apocalittico versus l'integrato, Fausto Coppi considerato avventuroso, figlio del popolo, adorato da quelli che si percepivano contro l'ordine costituito che invece incarnava Gino Bartali, il "democristiano", il conservatore secondo il quale «gli è tutto sbagliato, tutto da rifare». Una rivalità che, per restare sulle due ruote, si trasferisce al motociclismo con l'apollineo Giacomo Agostini contro il dionisiaco (e sfortunato) Renzo Pasolini. Poi, tante volte, la connotazione stava più nel cervello di chi la immaginava: tra Rivera e Mazzola c'era poco da discutere: erano democristiani tutti e due. Ma della loro "staffetta" brasiliana si parlerà in eterno.

Gino Bartali e Fausto Coppi.

Sempre, comunque, il rosso e il nero. Non alla maniera di Stendhal ma a quella di Giovannino Guareschi: il sindaco proletario Peppone è un comunista convinto ma umano, il prete reazionario don Camillo è uno che i comunisti li combatte ma anche li protegge, fanno parte del suo gregge. «Intanto Peppone non è per niente un cretino; voi, se mai, siete egoisti da far schifo», dice a un gruppo di agrari che non concedono un millimetro sul bene pubblico.

«IN COSA CREDONO GLI ITALIANI?». Guareschi che venne contrapposto a Pier Paolo Pasolini per un documentario a due voci, La rabbia: talmente in sospetto di divisione da abortire all'uscita stessa nelle sale. «In cosa credono gli italiani?». Nel lacerarsi, d'accordo, ma col "particulare" di Francesco Guicciardini come stella polare: vanno bene le militanze, le appartenenze, ma c'è una trama di cerchi concentrici che parte dai valori universali, entra nell'ideologia, da questa al partito, dal partito alla fazione, dalla fazione alla famiglia ovvero il familismo amorale di Edward C. Banfield a Montegrano. Ultima fermata conosciuta sono io, che mi riposiziono, che riscopro esigenze e priorità in funzione della contingenza.

Pier Paolo Pasolini e Giovannino Guareschi.

La politica nazionale è una storia infinita di "particulari" che si traducono, al fondo, in una serie deprimente di divisioni progressive, fino alla scissione dell'atomo. Scissionismo, lo sappiamo, malattia infantile e senile della sinistra, che più grida all'unità e più si sbiscotta; diversa, ma uguale alla vecchia, rassicurante, inquietante Dc - «tra di loro si chiamano 'amici', Dio li perdoni», chiosava Montanelli - sorta di una gelatina feroce che teneva insieme correnti, ali di corrente, frange di ali di corrente, piume di frange di ali di corrente.

E SILVIO MISE TUTTI D'ACCORDO. Lo stesso clero, sedicente super partes, sopra le parti non è stato mai, o cattocomunista o cattofascista, cioè discendente da due tradizioni autoritarie. Comunque un clero spesso duro, aggressivo, vittimistico secondo convenienza ma capace di impregnare di sè la vita pubblica con determinazione quando non spregiudicatezza. Fino a che non arrivò Tangentopoli e, come effetto non programmato, Silvio Berlusconi che mise d'accordo tutti: o con me o contro di me.

Armando Cossutta (al centro) e Fausto Bertinotti.

Un quarto di secolo dopo, forse per rigurgito, sembriamo tornare al consociativismo emolliente che affoga nella schiuma qualsiasi tentativo di fuga in avanti o all'indietro, comunque di forza centrifuga: tutti dentro, e tutti contenti. Non solo in politica: i vecchi dualismi nell'arte, nella cultura appaiono superati, qualche sprazzo critico fra i sostenitori di Vittorio Sgarbi e quelli di Philippe Daverio, ma la rinnovata tendenza è a mettersi d'accordo, a omogeneizzarsi o meglio a paracularsi.

TUTTO FINISCE NEL LETTO. L'embrassons-nous fra antichi rivali in politica si chiama larghe intese e nella tivù nemiche amatissime (Heather Parisi - Lorella Cuccarini). Di colpo si riscopre che per farsi la pelle ci sono apposta i social, ma nella realtà del reale non sta bene, non è bello, non conviene continuare a detestarsi, a sfidarsi. Si fa, ma a patto che tutto finisca nell'abbraccio o nel letto (la tendenza è quella a vendere perfino le corna). Ci sono personaggi pubblici, "comunicatori" li chiamano, che prima si amano, poi si sputtanano su Dagospia e infine ritornano di fiamma (e le copertine piovono, e gli ingaggi pure).

Vittorio Sgarbi e Philippe Daverio.

Irriducibili dualismi spariscono in soffitta, acerrime rivalità si archiviano nel possibilismo, sparita anche la pregiudiziale tra cantautori politicizzati e disimpegnati perché il riflusso, cioè il crollo del mercato discografico, fa brutti scherzi e conviene unire le forze e la quadra la si trova la quadra come segue: i barbudos di un tempo se ne escono a dire che, in fondo, i predicozzi di allora andavano letti in chiave introspettiva, mentre quelli considerati sentimentali ti spiegano che "ti amo ti" o "gelato al cioccolato" in realtà nascondevano preoccupate denunce sulla crisi dei valori o il riscaldamento globale, solo che erano in anticipo sui tempi (e pure sul meteo). Infine li vedi su un palco insieme, canuti menestrelli delle masse incazzate o di quelle vacanziere, a scambiarsi il repertorio con effetto vagamente straniante.

LA SINTESI PRESCINDE DA TESI E ANTITESI. Gli è che la vita è lunga e finisce per abbracciare molto più di un ruolo, una scelta; gli è che è meglio mettersi d'accordo, il compromesso essendo figlio naturale del litigio tricolore: si combatte, ci si scanna per poi fare la pace, anche se in Italia spesso la sintesi prescinde da tesi e antitesi, è la composizione di due vuoti d'aria (detto anche "decidere di pancia"). Il referendum è stata l'ennesima occasione per dividersi ed eruttare sarcasmi, ma un attimo dopo l'ultimo mortaretto polemico già s'avanzava la soluzione ecumenica, le larghe intese, chi odiava una legge elettorale se ne innamora, chi giurava mai con nessuno si offre un po' a tutti, chi prometteva «vado a casa e ciao» fa una giravolta e dice «resto e sto sereno». Sì, no, forse, io vorrei, non vorrei ma se vuoi.

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