Emoji
LA MODA CHE CAMBIA 8 Gennaio Gen 2017 0900 08 gennaio 2017

Gli emoji felici e il nuovo Terrore: gli amici di Fb

In tanti (troppi?) iniziamo a scusarci in via preventiva per qualunque opinione non pecorona.

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«E basta con i post piagnucolo-ricattatori: voglio vedere chi condivide il mio post altrimenti vi elimino perché non siete amici miei. Asilo Mariuccia. Eliminatemi pure», scrive sul proprio profilo Facebook un’amica (vera) e collega (vera) di grande profilo professionale, inviato di penna rigorosissima per un grande quotidiano.

QUELLE SFIDE AL PUBBLICO IN VIA PREVENTIVA E devo dirvi che sono parecchie settimane che scrive post simili, talvolta ironici come questo (è molto spiritosa), qualche volta aggressivi. Non è la sola. Tanti di noi, avvocati, casalinghe, pubblicitari e cito a caso, ma soprattutto noi giornalisti, abituati a scrivere per mestiere e che dunque dovremmo essere abituati al giudizio degli altri, perché nella nostra vita professionale pre-social abbiamo visto il gradimento nostro e delle testate dove abbiamo lavorato aumentare o diminuire a seconda della qualità dei nostri reportage e dei nostri commenti, abbiamo iniziato a sfidare in via preventiva il nostro pubblico social. I nostri “amici” e “follower”.

GIORNALISTI INSOFFERENTI AGLI EFFETTI COLLATERALI DEI SOCIAL. Oppure, abbiamo cominciato a scusarci in anticipo per le nostre opinioni («so che questo post vi sorprenderà, cari amici …»), soprattutto quando ne riconosciamo il tono controverso, quando ne individuiamo il potenziale polemico. Abituati a maneggiare le notizie da decenni, siamo in grado di capire se, quanto e in che modo susciteranno reazioni: talvolta siamo diventati noti proprio per la nostra vis polemica. Eppure, o forse proprio per questo, sembriamo i meno disposti a pagare il prezzo delle problematiche connesse ai social: la distorsione del pensiero, la cattiveria inutile o l’altrettanto inutile approvazione a mezzo di quel like che ormai viene regalato a chiunque, fosse solo per tenerselo buono o ricercarne l’approvazione.

ABITUATI AL CONFRONTO CON CATEGORIE INDISTINTE. E avrete certamente notato l’entusiasmo che circonda le foto dei gattini delle celebrity rispetto a quelle dello stesso gatto postato dal nostro vicino di casa. Oltre alla carta stampata e i siti delle nostre testate di riferimento, noi giornalisti abbiamo scoperto che il pubblico dei social ha (quasi sempre) un volto, e che spesso è davvero diverso da quello che ci aspettavamo. Abituati a confrontarci da sempre con un pubblico indistinto, che talvolta vedevamo in controluce, attraverso le ricerche di mercato commissionate dai nostri editori, suddiviso per cluster socio-demografici (età, sesso, grado di istruzione, potenziale di spesa), o di cui apprendevamo sogni e aspirazioni attraverso le lettere, quasi sempre molto chiare, spesso colte, che arrivavano in redazione, pronte per la pubblicazione, fino ad oggi eravamo pronti a dare battaglia a uffici stampa di ministri e procure, assistenti di star hollywoodiane e pr di moda (questi ultimi, non di rado, davvero perfidi), procuratori sportivi e intellettuali maligni, e a subirne gli assalti.

Eravamo abituati al fioretto, talvolta perfino alla sciabola, ma con gente che conosceva le regole del duello e che, pur menando fendenti, e non di rado colpi bassi, conduceva l’incontro con sapienza

STANCHI DI IMBOSCATE E GATTINI. Eravamo abituati al fioretto, talvolta perfino alla sciabola, ma con gente che conosceva le regole del duello e che, pur menando fendenti, e non di rado colpi bassi, conduceva l’incontro con sapienza, e non tirava all’improvviso fuori il fucile a canne mozze per spararti, non avendo altri mezzi per metterti nell’angolo, oppure si presentava all’alba senza padrini con un cappuccio sulla testa per non farsi riconoscere. Per questo, proprio noi giornalisti sembriamo i più spaesati in mezzo a quel carnaio privo di regole che sono diventati i social, Twitter in particolar modo, ma Facebook non è da meno (basti l’ultimo caso delle minacce di morte al figlio del ministro del lavoro, Manuel Poletti), e non è un caso che siamo proprio noi i primi a lasciare. Stanchi di patetiche foto di gattini, di saluti al sole e di frasi fatte applicate in copia-incolla su foto di tramonti esotici.

L'EMOJI PIÙ USATA? UNA RICERCA DI ACQUIESCENZA. Ho molta ammirazione per quei due-tre polemisti abituati a rispondere per le rime a perfetti sconosciuti, superandone a destra la malafede, roteando la mazza e menando fendenti senza pietà, e mi intristisce vedere quanti, e non solo giornalisti, si siano rassegnati a mettere la mani avanti, a cercare approvazione preventiva, a deviare polemiche e invettive implorando costantemente pietà a una folla di sconosciuti che ha accettato come propri “amici”. Per questo mi ha molto insospettito che l’emoji più usata del 2016 sia stata quella che ride alle lacrime. Dieci a uno, per il 30 per cento è una ricerca di acquiescenza.

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