Gattinoni Couture SS 2017 The Dream (1)
LA MODA CHE CAMBIA 29 Gennaio Gen 2017 0900 29 gennaio 2017

Il rilancio di Gattinoni, connubio fra “vecchi” e “giovani”

L'unione esperienza-freschezza, quando mediata e gestita con intelligenza, dà i suoi frutti. Un nuovo modello utile per Altaroma. 

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Il rientro di Gattinoni nel calendario ufficiale di Altaroma con una sfilata couture di rara ariosità e sofisticatezza, inusuale per la capitale, ha una doppia valenza positiva: la prima, rafforzare con il proprio nome, storico e comunque di peso, un calendario che – salvo eccezioni – non brilla certo per appeal o per coerenza di impostazione.

LA ROMANITÀ CHE TUTTO LIVELLA. Nella classica logica romana del “perché sottrarre quando si può moltiplicare”, gli appuntamenti di Altaroma vanno infatti affollandosi, stagione dopo stagione, di installazioni men che modeste in gallerie dimenticate e di sarti di provincia incapaci non solo di produrre, ma anche di concepire l’alta moda (brutti tessuti, tagli approssimativi, zero idee), che finiscono da un lato per insidiare la tradizione pur classica, ma indiscutibile, di un Renato Balestra, e dall’altra per sommergere di brutte impressioni il lavoro embrionale, ma promettente, di giovani in gamba come Nicola Brognano.

MANCA UN FILO CONDUTTORE. Tallonato dalla romanità che tutto livella, leva politica che la sindaca Virginia Raggi non riesce (anche questa) a capire come maneggiare, punto di domanda per altri referenti istituzionali, il progetto altamente innovativo di Silvia Venturini Fendi va dunque frantumandosi in una congerie di suggestioni senza un filo conduttore unico, un branding che risulti chiaro e facilmente memorizzabile. Al punto che moltissimi, pur magari non scrivendolo, iniziano a domandarsi se Altaroma non dovrebbe ripartire su basi che le permettano di diventare davvero quello che la sua presidente avrebbe voluto al momento della sua elezione ormai sette anni fa: un hub di rilevanza internazionale per giovani creativi oltre il concorso pur fondamentale Who’s on Next, attirando stampa, buyer e osservatori in un luogo impareggiabile.

Alla creazione e al lancio di questa collezione hanno collaborato 54 giovani talenti scelti dal direttore creativo Mariotto. Hanno tutti fra i 22 e i 25 anni

In questi giorni, le presenze straniere sono invece pochissime, e quelle poche temo frutto del lavoro dell’instancabile ufficio stampa, se si escludono gli appassionati accorsi per l’apertura della straordinaria mostra antologica di Giuseppe Penone curata da Massimiliano Gioni negli spazi al pianterreno del palazzo della Civiltà all’Eur che Fendi, da qualche anno fortunato e unico inquilino, ha destinato alle mostre aperte alla città, e la clientela internazionale che segue, anche via social, le attività e in questo caso l’opening della boutique di Chiara Boni, protagonista di un clamoroso auto-rilancio negli ultimi anni grazie a una linea che coniuga forme classiche a materiali hi tech, molto valorizzanti.

I GIOVANI TORNANO IN ATELIER. La seconda ragione per la quale il ritorno di Gattinoni in calendario è molto significativo è proprio la rinnovata presenza di giovani in atelier: alla creazione e al lancio di questa collezione, che segna davvero una cesura con gli ultimi otto, 10 anni almeno, hanno collaborato 54 giovani talenti scelti dal direttore creativo Guillermo Mariotto nelle scuole italiane. Hanno tutti fra i 22 e i 25 anni e sono arrivati nell’atelier che fu di Fernanda Gattinoni con contratti di formazione, stage, insomma con quelle formule che, alla loro età, vanno benissimo perché permettono di acquisire competenze impossibili altrimenti con costi non impossibili per una società di prestigio ma pur sempre piccola com’è questa.

UN MIX VINCENTE. I ragazzi sciamati dalle scuole hanno dunque occupato tutti gli spazi dell’atelier di via Toscana, si sono messi a studiare le tecniche di punto smock che Mariotto voleva riportare su organza, e insieme con lui ne hanno tratto forme inusuali e molto interessanti: gonne, cappe, strepitosi bomber. Il connubio esperienza-freschezza, quando mediato e gestito con intelligenza, riesce a dare questi risultati.

P.S. Una breve annotazione verso i tanti che hanno giudicato inaccettabile (quasi l’esercizio di un’opinione - perdipiù fondata, non offensiva ed espressa in termini chiari - non fosse tutelato dalla Costituzione) il mio editoriale della scorsa settimana, in cui spiegavo le motivazioni per le quali, a mio giudizio, la nuova first lady Melania Trump è certamente bella ma non elegante o tanto meno chic, e che proprio per questa ragione gli stilisti fossero restii a vestirla, al contrario di quanto è accaduto negli ultimi otto anni con Michelle Obama. Per farlo, userò le parole dell’artefice della moda e del gusto della metà del Novecento, Diana Vreeland, direttore di Vogue America per lunghi anni e fondatrice del Fashion Institute del Metropolitan: «Oltre a un corpo ben vestito, l’eleganza è una testa ben vestita».

Melania Trump, sguardo fisso a parte che trovo inquietante, è la donna che ha accettato di tenere in pubblico un discorso che non solo non aveva scritto di suo pugno, ma di cui non aveva neanche accertato la provenienza, salvo scoprire ex post che si trattava di un testo di Michelle Obama banalmente copiato dalle assistenti del marito e coprirsi di ridicolo su scala planetaria (da allora, non ha più aperto bocca, al punto che sospetto si sia trattato di un gesto deliberato, pianificato a tavolino dall’abilissimo team elettorale di Trump, per stroncare le eventuali ambizioni della moglie del boss a un ruolo visibile).

Melania Trump è la donna che è arrivata alla Casa Bianca per occuparla portando sottobraccio un pacchetto di Tiffany per la padrona di casa che andava sostituendo. Un gesto di una ineleganza, di una cafonaggine tali sul quale il mondo “cha sa stare al mondo” si sta sbellicando dalle risate da settimane. Ecco perché Melania Trump non sarà mai, per nessuna ragione al mondo, elegante. Perché l’eleganza è fatta di gesti, di cultura, di tatto. E in questo, la bellezza c’entra nulla.

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