ERMANNO
LA MODA CHE CAMBIA 26 Febbraio Feb 2017 0900 26 febbraio 2017

Milano vende moda. Ma chi (e che cosa) compra?

Armani razionalizza i brand, i buyer sono tornati a fare ricerca. Perché sempre meno persone sono disposte a spendere 5 mila euro per una gonna.

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Le sfilate milanesi in corso per le collezioni donna inverno 2017-2018 sono affollatissime, le presentazioni di ottimo livello, i giovani stilisti stranieri iniziano molto volentieri a venire a sfilare da noi (Zu Xhi, cinese, grande maestria nella lavorazione di tessuti difficili come il denim e nella decostruzione delle forme), le strade del centro non sono mai state più affollate di visitatori del week end, intere famiglie con i passeggini vengono a respirare un po’ d’aria della Fashion Week e lo fanno con simpatia. Sperano di incrociare Gigi Hadid, ubiqua come sua sorella Bella, entrambe star delle passerelle per la terza stagione, durante le quali hanno quasi cancellato il ricordo di Cara Delevingne, che alla moda ha voltato le spalle alla fine del 2015 per fare l’attrice o qualunque altra cosa le suggeriranno i suoi 25 anni e il suo importante capitale.

TRA PASSERELLA E REALTÀ. In apparenza funziona tutto benissimo ma, volendo chiedere ai buyer e ai direttori di boutique se tutto stia procedendo per il meglio, si scopre che, oltre le passerelle, le risate e la gioia per le tante belle cose che stiamo vedendo e che ci riempiono di orgoglio per il “bel fare” italiano, i dati di vendita iniziano a rispondere a codici e ragioni che, con i temi sopradetti, talvolta corrispondono e molto più spesso no.

GLI ITALIANI SPENDONO SEMPRE MENO. Qual è il cliente della moda, anche ricco, anche mediamente spendaccione, disposto a spendere oggi 5 mila euro per una gonna di pret-à-porter? Uscendo dalla sfilata di Ermanno Scervino, Beppe Angiolini, a lungo presidente di Camera Nazionale dei buyer e personaggio molto in vista dello stile e del gusto internazionale, raccontava che le sorti delle boutique italiane sono, al momento, affidate sempre di più agli stranieri. Gli italiani, in questo momento, sono infatti i meno disposti a spendere, ma meno per un problema di liquidità (continuiamo a essere fra i più ricchi d’Europa, dopo i belgi) che per una questione di convenienza politica e sociale. La verità è che non si può vivere in un Paese dove gli sbarchi di disperati hanno raggiunto livelli record e a ogni angolo di strada ci si sente tirare per la giacca da un mendicante tirando dritto e facendo finta di nulla.

Possiamo continuare a raccontare al mondo che le nostre manifatture sono impareggiabili, ed è vero, ma quando scendiamo per le strade delle nostre città vediamo l’incuria, il disordine, la sporcizia. Non è un caso che tanti, sempre di più, comprino negli outlet come i centri McArthurGlen, luoghi perfetti, ideali, asettici, luoghi “altri”, “terzi”, pura fiction del consumo, o che comprino online. Stiamo scoprendo un nuovo ritegno dell’acquisto: ci concediamo il capo nuovo, ma non siamo più disposti a lasciarvi la “cifra scandalosa” della famosa battuta di Richard Gere in Pretty woman. Non è un caso che alcune fra le grandi famiglie dei buyer di moda, primi fra tutti i Biffi che governano alcune fra le boutique più storiche di Milano, dicano di essere tornati a fare ricerca, cioè a selezionare marchi nuovi che offrano nel contempo ai clienti il gusto della scoperta e un prezzo accessibile. Che non facciano sentire nessuno “in colpa”.

LA REGOLA È RISCHIARE. Si seleziona, si fa pulizia, si razionalizza, si cerca di dare risposte nuove a un mondo che nella moda cerca novità e segnali di stile da personalizzare, ma sempre meno status. Lo fa perfino Giorgio Armani, che certo non avrebbe bisogno di rivedere le proprie strategie, razionalizzando le tante etichette (Collezioni, Jeans…) nelle tre linee Giorgio Armani, Emporio Armani e AX e dichiarando la propria voglia di mettersi in gioco in un mondo che si evolve continuamente grazie alla tecnologia, ma che nella moda continua a reinventare e rileggere il passato: «Che cosa rimarrà fra 40 anni di questi nostri abiti? Dobbiamo rischiare di più».

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