EUTANASIA
BLUES 1 Marzo Mar 2017 0840 01 marzo 2017

Il suicida non si toglie la vita, l'ha già persa

Chi come Fabo sceglie l'eutanasia lo fa perché non ha un domani né un presente. Sceglie la morte perché desidera un'esistenza che non può avere. Ma lo Stato italiano non lo rispetta.

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«Amaro e noia la vita, altro mai nulla». E poteva ben lamentarsene Leopardi, poteva dirlo come uno che aveva la facoltà di detestarla e insieme di sceglierla la vita, di subirla nelle infinite delusioni, nella fuga dentro lo studio matto e disperatissimo. Ma dj Fabo, andato a spegnersi in Svizzera, era a un altro livello, «tra quei che son sospesi» ma già più di là, uno che si sente vegetare e non ne può più, che ha bisogno di un altro per ammazzarsi ma anche per vivere, per fingere di vivere. E quando si arriva al punto in cui il sole non esiste, non ha più alcun senso, non illumina nessuna illusione, il tempo è finito, non esiste un domani e neppure un presente, e l'umiliazione di ogni istante fa odiare ogni respiro, non ha senso parlare di vita e neppure di fine vita: la vita è già oltre la sua fine, l'eco di un'eco, l'assenza nella mancanza. È perfino oltre la finzione.

IL SUICIDA NON RINUNCIA AL VOLER VIVERE. «Il suicida», scriveva Schopenhauer, «vorrebbe la vita; soltanto, non è soddisfatto delle condizioni in cui gli si offre [...], Il suicida non rinunzia al voler vivere, ma unicamente al vivere [...] il suicida cessa di vivere, appunto perché non può cessare di volere». In quali condizioni si offriva a Fabo quella che i cattolici si ostinano a chiamare vita? L'equivoco, meglio, la malizia sta nei termini: chiamare vita la sua negazione, suicidio un atto che è tutt'altro, è presa d'atto, è rispetto della natura, rifiuto di continuare a barare con essa e con se stessi.

FINE VITA, UNA LOCUZIONE IMPROPRIA. La stessa locuzione "fine vita" è impropria, almeno fino a che non si chiarisce il livello minimo con cui intendere la vita; qui non si può parlare nemmeno di esistenza, neppure di sottovivenza. E credeteci, che se incontrerete qualcuno nelle stesse condizioni di Fabo, capirete tutto senza filosofie, senza questioni etiche, senza cavilli metafisici. Capirete dagli occhi, perché gli occhi di chi non vive fanno un frastuono maledetto e non li puoi mettere a tacere.

UN PAESE NOSTALGICO DELLE IDEOLOGIE FORTI. Ora ci si accapiglia su una legge che in questo porco Paese non verrà mai, e se mai verrà, sarà un pastrocchio. Perché questo Paese ha una incurabile nostalgia non solo per l'uomo forte, ma, prima ancora, per l'ideologia forte, autoritaria, e noi discendiamo da ideologie contrapposte ma ugualmente assolute, che di tanto in tanto rispuntano: è il fascismo perenne, che può tingersi di rosso o di nero ma sempre nemico della libertà e dell'individuo rimane. E l'ideologia alla fine si risolve in burocrazia, spreco di organismi che secernono leggi che decidono ogni cosa dalla culla alla tomba e a nulla vale ammantarsi nei drappi complicati dell'hegelismo, come erano soliti fare ai tempi di Schopenhauer, e ancora ai nostri, «ciarlatani e sofisti, ché non essere volevano, ma parere, e cercavano non il vero ma impeghi da' governi e quattrini da' librai e studenti».

Fabiano Antoniani, in arte Dj Fabo.

ANSA

La droga dei nostri giorni, di tutti i giorni, si chiama legislazione, la convinzione che con una buona legge si risolve ogni dilemma, ogni questione: legge fatta, incidentalmente, dagli stessi che altrimenti riconosciamo come incapaci, immorali, corrotti. Ma così vanno le cose: «Tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato». Lo diceva Mussolini nel 1925, ma potrebbe dirlo qualunque politico o esponente della cosiddetta società civile o uomo o donna della strada che sia.

NON È UN PAESE LIBERTARIO. Questo non è un Paese libero, libertario, liberale, laddove libertà significa rispetto: dell'individuo, della sua sfera privatissima, del suo decidere come vivere e morire a patto che non nuocia ad altri. Basterebbe che lo Stato si astenesse, lasciando appunto libero ciò che non è vietato. Ma bisogna regolarizzare ogni aspetto e ogni istante dalla vita che sarà a quella che non è più alla morte che è rimasta, pur che tutto finisca in farsa.

QUELLA DI CAPPATO È UNA RECITA. Il radicale Cappato, a proposito, che ha accompagnato Fabo in Svizzera a farla finita, si autodenuncia ma sa benissimo che anche la sua è una recita, che non porta alcun contributo alla discussione sui princìpi e che non rischia niente, anche perché il molto presunto reato si sarebbe in caso consumato fuori dai confini e nessuno prende né 12 anni né 12 giorni per essersi recato all'estero con un amico che ha deciso autonomamente ciò che voleva fare di sé.

IL SUICIDIO NON È PUNIBILE, IL FINE VITA SÌ. Il paradosso è che il suicidio, pur essendo considerato della specie dell'omicidio, è l'unico crimine non punibile, anche per la morte del reo; rifiutarsi invece di continuare a essere tenuto nel limbo, da macchine e persone, sopportando una condizione irreversibile di non vivibilità, resta fonte di responsabilità penale. Insomma, sei libero di ammazzarti da solo se ci riesci, altrimenti qualcuno pagherà per te anche se sei già oltre la vita, anche se ogni giorno che subisci è di là dall'«amaro e noia», di là dal nulla che ti avvolge e lo sai.

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