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LA MODA CHE CAMBIA 5 Marzo Mar 2017 0900 05 marzo 2017

Serve anche la moda per difendere i diritti della donne

Troppo spesso si dimentica il ruolo sociale che possono assumere le passerelle. Perché tutto ciò che indossiamo è utile a cambiare la percezione popolare. Come dimostra la sfida di Angela Missoni a Trump.

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La moda deve solo «vestire e divertire», come ho letto da varie parti in questi giorni, oppure può svolgere un ruolo sociale e politico? Sui social, che a dispetto della pressappocaggine sintattica e di pensiero che esprimono e del clima d’odio che contribuiscono ad alimentare, continuiamo a prendere sul serio, è stata per esempio molto applaudita, ma anche criticata la presa di posizione di Angela Missoni contro le politiche del presidente Usa Donald Trump in materia di diritti femminili e contro una generale recrudescenza della condizione femminile nel mondo occidentale.

RIDISCUSSI DIRITTI CHE SI DAVANO PER ACQUISITI. Quando, a fine sfilata e dopo avere invitato tutti gli oltre 700 ospiti presenti a indossare il 'pussy hat' rosa che avevano trovato sulla panca e a salire sulla pedana per un flash mob, la stilista ha detto che non si sarebbe mai aspettata di vedere messi in discussione diritti che credeva fossero stati acquisiti per sempre, ha interpretato il sentire di – credo – quasi tutte le donne della nostra generazione.

TROPPA LEGGEREZZA NEL TRATTARE LE DENUNCE. Siamo le stesse donne che leggiamo con angoscia la terribile contabilità dei cosiddetti femminicidi, ringraziando ogni giorno il nostro Dio, qualunque sia, di avere legato le nostre esistenze a uomini perbene, perché se ci trovassimo nelle condizioni di doverlo denunciare, nove volte su dieci in questo Paese il nostro esposto cadrebbe nel vuoto o in un invito bonario delle istituzioni a fare pace, «ché queste cose si sistemano», salvo poi trovarci sistemate per sempre a coltellate, martellate, colpi di pistola.

MOVIMENTO SOTTERRANEO CONTRO L'ABORTO. Siamo le stesse donne che riteniamo la coscienza un fatto personale, ma la legge un istituto superiore ai nostri crucci e alle nostre ubbie, un punto fermo sul quale fare affidamento. Perciò leggiamo con angoscia del calvario di quella donna che ha dovuto peregrinare fra 23 ospedali prima di poter abortire, perché quella sull’aborto è una legge dello Stato da 40 anni, ma da altrettanti un continuo movimento sotterraneo agisce per renderla inefficace, inattuabile, creando infinite difficoltà a chi fra di noi, per le ragioni più diverse e che nessuna di noi prende a cuor leggero, state sicuri che il primo esame di coscienza è il nostro, non può portare a termine una gravidanza.

Siamo le stesse donne che leggiamo con altrettanta angoscia di altre donne che, per mantenere le proprie famiglie in Paesi sempre poverissimi, fra ignoranza e bisogno, affittano il proprio utero a sconosciuti ufficialmente ricchi e culturalmente evoluti in spasmodica ansia di genitorialità, omo o eterogenitoriale non fa nessuna differenza (almeno ai miei occhi). Ne fa moltissima invece questo accanimento prezzolato in cui il corpo di una donna viene usato come un recipiente di interessi e frustrazioni varie e combinate.

NESSUNA SPINTA DA INTERESSI POLITICI O ECONOMICI. Si sta facendo molto difficile, la vita, per le donne della mia. ma soprattutto delle nuove generazioni. Dunque sì, non vedo per quale motivo chi ha denaro, potere mediatico e abilità nel suo uso, come la moda, non dovrebbe servirsene per le cause che ritenga giuste. Dopotutto rischia di suo, e in totale libertà, cioè non spinta da interessi politici ed economici. Dunque, brava Angela Missoni, e brava anche Maria Grazia Chiuri, che dalla passerella di Dior lancia un messaggio similare, con le sue donne 'iperprotette', vestite di blu, serie e concentrate su se stesse.

LA MODA È PER NATURA UN FENOMENO SOCIALE. Per quanto attiene invece al merito generale della questione, e cioè alla titolarità della moda di esprimere posizioni politiche o di promuovere istanze sociali, mi pare che la sua stessa natura sia già un fenomeno sociale, uno specchio dell’evoluzione (o dell’involuzione) dei tempi. Dalla Rivoluzione francese in poi, e cioè dalla caduta delle barriere di classe e delle leggi suntuarie che ne limitavano l’uso limitando la circolazione delle mode all’aristocrazia, ma in particolare dalla Seconda guerra mondiale a oggi, la moda ha anticipato o rappresentato forse meglio di ogni altra espressione iconica e artistica i fremiti della società, i suoi turbamenti, le sue accelerazioni e le sue frenate.

PUÒ CAMBIARE LA PERCEZIONE POPOLARE. Il bikini. La minigonna. E oggi, la cosiddetta moda modesta che raccoglie ogni giorno nuove e inattese adepte (devo dirvi che Gigi Hadid coperta dal velo sulla copertina del numero di lancio di Vogue Arabia mi ha dato qualche brivido e non di gioia). La moda può cambiare la percezione popolare su un tema (basti pensare al tema agender sollevato da Gucci due anni fa) e può ribaltare il vissuto e la riconoscibilità dei codici propri a un gruppo sociale (la famosa, famigerata e tuttora copiatissima sfilata 'dello scandalo' di Yves Saint Laurent del 1971, che mise per la prima volta addosso alle donne perbene gli elementi di vestiario delle donne 'permale', come calze a rete, zeppe altissime e ampi spacchi). Dunque, considerare la moda come mera produzione di vestiti non solo è errato, ma non rappresenta nemmeno il nostro pensiero, il pensiero di tutti noi quando scegliamo se indossare un paio di jeans per recarci al lavoro oppure un doppiopetto gessato. Metterci una foglia di fico o uno scafandro è un gesto sociale. E lo compiamo tutti i giorni, per tutta la vita.

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