Violenza Donne
LA MODA CHE CAMBIA 12 Marzo Mar 2017 0900 12 marzo 2017

Donne, niente scioperi: bisogna lottare contro la violenza economica

L'obiettivo sia guadagnare abbastanza da mettersi al riparo da ogni possibile abuso. Perché liberarsi è più facile se si hanno i mezzi per pagarsi le cure e gli aiuti per farlo.

  • ...

Cadute, come spesso succede e non solo a loro, vittime di cliché e di risposte velleitarie a problemi che avrebbero bisogno di iniziative istituzionali, le donne italiane hanno scioperato l’otto marzo lasciando a casa le libere professioniste, che non possono perdere una giornata di lavoro perché nessuno glielo tutela, o le mamme rimaste senza babysitter e senza aiuti per correre in piazza a causa del concomitante e scellerato sciopero dei mezzi.

SFUGGE IL PUNTO ESSENZIALE. Quando le donne capiranno che la loro vita e la loro affermazione dipende dall’aiuto di tutte le altre, e che questo già succede quotidianamente, con l’aiuto di tante altre donne e dunque davvero senza “una di meno”, riusciranno forse a concentrarsi seriamente sul punto essenziale, che non è quello di perdere il denaro di una giornata di lavoro o di scendere in piazza a cianciare, ma quello di guadagnarlo. Di guadagnarne abbastanza da mettersi al riparo da ogni possibile forma di violenza economica, dalla quale ogni altra violenza sulle donne deriva, in forma diretta e indiretta.

L'IMPORTANZA DELL'EDUCAZIONE. È difficile che un uomo alzi le mani su una donna che può buttarlo fuori di casa o che ha stima di sé, ed è più facile che una donna riesca a liberarsi dalla violenza anche psicologica se ha i mezzi per pagarsi le cure e gli aiuti per farlo. Semplice. Brutale. Vero. È un obiettivo forse non sempre raggiungibile, di certo difficile da mantenere in alcune fasi della vita (maternità, eventuali malattie) ma che tutte dovrebbero porsi, e verso il quale tutte le mamme, e i padri, dovrebbero spingere le proprie figlie.

QUELLA SUPERIORITÀ CHE CREA SOPRAFFAZIONE. Un’utopia, me ne rendo conto, quando la spinta alla realizzazione della donna in ambito puramente familiare è ancora così forte perfino nella nostra società. Io sono stata fortunata. Mio padre, nato nel 1916, dunque in anni ancora molto restrittivi sul ruolo femminile, mi inculcò fin da piccola una massima crudele: «Non dipendere mai da un uomo. Devi avere sempre la possibilità di andartene quando vuoi». Medico, e medico di donne, vedeva cose che non avrebbe voluto vedere mai. La superiorità economica crea, purtroppo, anche nel migliore dei casi, una leggera sopraffazione, una leggera dominazione, un sentimento di superiorità tout court: valgo più di te perché guadagno più di te.

SCIOPERARE? MEGLIO PAGARE UNA LOBBY. Per questo, se è giusto lottare per la parità economica sul luogo di lavoro e per le pari opportunità di carriera, mi pare sciocco farlo a suon di slogan generici e magari senza i mezzi economici per pagarsi il taxi se i mezzi pubblici sono in sciopero e manco si riesce a raggiungere il corteo: se le donne avessero versato tutti i soldi spesi in quello sciopero mancato e ridicolo per il fee di una brava corrente lobbysta, come fanno le multinazionali e gli uomini furbi quando vogliono raggiungere uno scopo, sarebbe stato denaro meglio speso (dico cose scomode e politicamente scorrettissime? Lo so).

IL VERO VOLTO DELLA VIOLENZA ECONOMICA. Per questo mi ha molto colpito – e spero che diventi un manifesto, promosso e sostenuto in ogni modo – uno dei pannelli della mostra aperta dal Museo del Risparmio di Torino sui libretti dei conti di casa femminili, “Quel genio di mia nonna. Dal libri di casa ai kakebo”, una call for action che ha coinvolto centinaia di donne in tutta Italia, scoprendo come, per un secolo, abbiano saputo far quadrare bilanci anche magrissimi e ritagliarsi interessanti opportunità personali. Questo pannello, appeso in una sala secondaria della mostra, parla della violenza che, obnubilati da quella fisica, dai cosiddetti “femminicidi”, tendiamo a dimenticare, la violenza economica appunto. Ve la ripropongo com’è. È chiarissima, e orribile. E non c’è bisogno di aggiungere altro.

DISCRIMINAZIONI NON RICONOSCIUTE. «La Convenzione di Istanbul definisce “violenza nei confronti delle donne”, tra le altre, anche quella forma di discriminazione suscettibile di provocare danni o sofferenze di natura economica. La violenza economica trae la sua origine in retaggi culturali, e non è che una declinazione delle molte discriminazioni che le donne si trovano a dover combattere. Prima ancora che in famiglia, le donne sono discriminate sul lavoro, perché, da un lato, ottengono più difficilmente un impiego, e, dall’altro, sono meno pagate dei loro colleghi uomini. Tra le mura domestiche, frequentemente, la discriminazione economica si trasforma in violenza: in questo modo, il marito o compagno riesce a esercitare sulla partner un controllo molto forte, basato sul potere che il denaro può attribuire (la dipendenza economica, in moltissimi casi, impedisce alla donna di interrompere una relazione violenta). Secondo l’Istat, solo l’1,4% delle donne tra i 16 e i 70 anni ha dichiarato di essere stato vittima, nel 2014, di violenza economica: molto spesso, infatti, la violenza economica si confonde con gli altri abusi, o non è riconosciuta, mentre una corretta informazione consentirebbe di etichettare come discriminazione alcuni comportamenti che tradizionalmente sono stati considerati abitudine».

I COMPORTAMENTI DA DENUNCIARE. Quali sono questi comportamenti? «Le proibisce - o cerca di proibirle - di lavorare. Controlla costantemente quanto e come spende. Non le permette di conoscere l’ammontare del reddito familiare. Le impedisce di utilizzare il suo denaro o quello della famiglia. Le vieta di possedere un bancomat o una carta di credito. La costringe a indebitarsi per far fronte alle sue inadempienze. La obbliga a fungere da prestanome. La forza a firmare mutui o garanzie. Le fa emettere assegni scoperti. Dilapida il patrimonio familiare. Svuota i conti comuni, occultando il denaro. Rifiuta di corrispondere l’assegno di mantenimento».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati