Cina 1
2 Maggio Mag 2017 1700 02 maggio 2017

Prato, il racconto di una balia italiana di bambini cinesi

Sempre più donne decidono di lavorare come balie di bambini nati da famiglie orientali benestanti: 700 euro al mese per crescerli da neonati ad almeno 4 anni. Un giro sommerso in aumento. Il caso Prato.

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da Prato

Il momento più duro, per tutti, è quello del distacco. Restano in casa per 4, 5, a volte anche 8 o 9 anni e poi nemmeno loro vogliono più andar via. Le mamme che vengono a riprenderseli hanno gli occhi a mandorla come loro e anche i più piccoli intuiscono che la loro famiglia naturale è lì, che i nonni sono in Cina e che per le vacanze voleranno presto là, a Wenzhou da dove arrivano quasi tutti i cinesi di «Plato». Ma quei genitori così simili a loro li hanno visti a malapena nei weekend e neanche in tutti, perché anche qui i cinesi lavorano giorno e notte, come in Cina. Non conoscono né sabati né domeniche e i bambini in casa non possono crescerli.

BALIE ITALIANE. Non basta neanche una baby sitter, serve una balia per 24 ore. Italiana, perché devono imparare la lingua del Paese che li ospita e dove da grandi potranno fare affari, per questo i loro nomi sono (anche) italiani: sulle loro carte d'identità accanto a Lian e Yong è scritto Elisa e Giovanni e a 4 mesi mamma e papà fanno le valigie per il loro trasloco. Si sono informati tra le conoscenze, hanno visitato la casa che li accoglierà per la prima infanzia e badato che fosse ben arredata, spaziosa. Che la famiglia che li avrà in cura non avesse già più di due bambini, «sennò come possono seguire i nostri?», anche se qualcuna ne prende in casa anche 4 o cinque.

La veglia per i cinesi morti nel rogo a Prato.

GETTY

Non è un addio. Le loro vere mamme torneranno con le valigie anni dopo, però vorrebbero che quel giorno lo fosse per le balie che li hanno accuditi. «Le mamme naturali hanno sempre un po' paura, i loro bambini si sono affezionati a noi e noi a loro, è inevitabile. Per dare un taglio netto a volte li portano subito in vacanza in Cina», racconta a Lettera43.it una delle donne che da anni fa «questo lavoro che ti assorbe mente e corpo». Chiamarle mamme in affitto o surrogate dicono sia un'iperbole, non ne vogliono sapere. Però la «volta del primo distacco è stata uno shock». Anche il bambino ha insistito per restare in contatto, ha pianto tanto e alla fine l'ha spuntata.

700 EURO AL MESE. Si scrivono messaggi e ogni tanto si vedono. La persona che ci racconta questa storia non può essere identificata. Lavora senza contratto, come alcune altre famiglie di giovani e anche qualche anziano della città, famosa nel mondo un tempo per il tessile e da un po' di anni anche per i cinesi che l'hanno scelta come patria d'adozione. Se questa balia perdesse i guadagni della sua attività non potrebbe mantenere la famiglia, è l'unica in casa che lavora: 700 euro al mese a bambino sono la sua sola fonte di reddito. Adesso ne ha due: uno in fasce che si sente piangere dalla camera e uno di quasi 7 anni che non ne vuol sapere di lasciarla. Ma se lo facesse ne arriverebbe a ruota subito un altro.

La Chinetown di Prato.

a Prato i cinesi si sono arricchiti anche in tempi di crisi, gli arricchiti pratesi impoveriti

Alcune famiglie cinesi la chiamano dalla provincia di Pistoia. Cercano persone fidate e con esperienza, «anche se come mamme appaiono freddine per i nostri canoni, studiano bene le case e vogliono la massima discrezione». Diversi pratesi lavorano ormai nell'indotto per aziende di cinesi, ma in pochi a Prato dicono di conoscere questa realtà sommersa. Qualche anno fa la morte di un bambino cinese nella casa di una coppia di italiani si guadagnò una cronaca occasionale sui giornali locali, ma poi più nulla: nessuno scavò dietro l'evento, quasi fare da badanti ai cinesi fosse un tabù per una città diventata fin troppo borghese lavorando gli stracci e poi decaduta.

PRATESI PIÙ POVERI. Eppure negli ultimi anni le famiglie di pratesi italiani che si mantengono svezzando in nero i figli dei cinesi sono aumentate. Chi è dell'ambiente giura che sono «qualche decina, non più di un centinaio», ma i cinesi nella provincia si sono moltiplicati (nel solo Comune, dagli 8.600 del 2005 ai 19 mila ufficiali del 2016), espandendosi dalla China Town e arricchendosi anche in tempi di crisi. Gli arricchiti pratesi si sono viceversa impoveriti: centinaia di impiegati e operai hanno perso il lavoro, per il fallimento di diverse aziende tessili; diversi negozi hanno chiuso e tanti contratti a termine e a progetto – specie alle donne dopo la prima maternità – non sono stati rinnovati.

Capodanno cinese a Prato

La disoccupazione nel distretto di Prato si aggira attorno al 8%: meno della media regionale al 9,5%, ma pur sempre tre punti percentuali in più del 2013 e più di altre province toscane. In città, sempre secondo i dati Istat disponibili fino al 2016, i senza lavoro uomini sono circa il 6%, le donne il 10%. Spesso disoccupati cronici, senza cioè un impiego regolare da anni, come diversi 40enni fuori mercato o tanti giovani che (voucher a parte) non riescono a entrare regolarmente nel mondo del lavoro. A guardare i bambini dei cinesi sono prepensionati che arrotondano, dopo aver tirato su i loro figli, vedove o giovani mamme, precarie dei nidi e degli asili. Si entra nel giro col passaparola, come tante badanti straniere.

ANCHE CLANDESTINI. Le contattano «cinesi benestanti, ma anche operai». Non è questione di soldi, ma di necessità: in Italia si sono sentiti finalmente svincolati dalla politica del figlio unico della Repubblica popolare, però poi non hanno il tempo materiale per la famiglia. L'alternativa, per i bimbi clandestini, sarebbe il soppalco dei roghi nelle ditte cinesi. Con due cinesi in carico si può guadagnare abbastanza: 1400 euro puliti, un'esca anche per chi non è in ristrettezze economiche. Se l'impegno non fosse totalizzate: «La notte, ancora neonati, sono con te», confida la balia, «al mare sono con te e per il medico bisogna subito chiamare la mamma». A Prato si dice con ironia che «i cinesi non muoiono mai», di certo ne nascono continuamente.

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