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6 Maggio Mag 2017 0900 06 maggio 2017

I Millennial ai tempi di Kim Jong-un

Sono isolati dal regime e soffocati nella loro identità. Non possono decidere liberamente il proprio futuro, né conoscere cosa succede nella città accanto. Vi racconto i ragazzi nordcoreani visti da vicino.

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Una caratteristica che accomuna praticamente tutti i Millennial è che amano viaggiare, e io non potevo fare eccezione. Sembra che la nostra generazione sia fortemente consapevole dell’arricchimento che porta l’esperienza del viaggio, molto più di quanto non fosse successo ai nostri genitori e i nostri nonni, che non ne avevano nemmeno i mezzi. Che sia verso terre lontane o per scoprire angoli e scorci vicino casa ogni viaggio è un’esperienza: mai frase pronunciata è stata più banale di questa, quanto più vera. Sono fortunato e ho l’opportunità di dare risposta a questo mio desiderio di viaggiare. L’ultima tappa? Sembrerò pazzo, ma sono appena tornato dalla Corea del Nord.

USA, DISSAPORI DI LUNGA DATA. L’idea mi era venuta ben prima di tutta la querelle nata fra i leader di Usa e Corea Donald Trump e Kim Jong-un, ma i dissapori fra i due Stati hanno una storia lunga più di 60 anni. Volevo capire come ci si trovava nell’ultimo posto al mondo rimasto completamente chiuso verso l’esterno, il Paese più lontano dal confronto con qualsiasi altra nazione (intesa come “Stato” secondo l’accezione moderna), in cui 24 milioni di persone sono tenute praticamente all’oscuro di tutto ciò che gli succede intorno.

VIETATO RIDERE IN PUBBLICO. La notizia degli ultimi avvenimenti fra Usa e Corea mi ha un po’ allarmato, ma ricevute le debite assicurazioni ho deciso di partire lo stesso. Prima di mettermi in viaggio mi era stato inviato dal governo nordcoreano un vademecum di tutto ciò che non avrei potuto fare a destinazione e mi è stato richiesto di firmarlo: vietato ridere in pubblico, vietato fotografare ciò che non è consentito dal regime, vietato allontanarsi dagli itinerari imposti dal governo e soprattutto accettare di essere scortati 24 ore su 24 da personale statale, che potesse controllare che avrei rispettato i dettami indicati, e da me accettati, nel vademecum.

Non posso certo dire di aver visitato la Corea del Nord: ho visitato quello che il governo mi ha permesso di vedere. Ma è già qualcosa. Si percepisce lo stato di assoluta ignoranza che i cittadini vivono, e non nel senso di mancanza di cultura: ignorano completamente tutto ciò che li circonda e si affidano al 100% a ciò che gli viene impartito e inculcato dal regime. I Millennial europei, senza parlare dei Gen Z, hanno per fortuna solamente studiato cosa significa vivere in un ambiente dispotico: i coreani del Nord, giovani, adulti o anziani, non possono scegliere di leggere i libri che vogliono, ascoltare musica, vedere un film. Non possono scegliere come vestirsi, ma nemmeno cosa mangiare: la dieta è basata sui raccolti e sugli allevamenti dello Stato.

VITE DECISE A TAVOLINO. Non hanno la possibilità di scrivere sms, navigare su internet, telefonare senza essere controllati. Non hanno quindi le basi, e in ogni caso non gli viene concesso, per scegliere che lavoro fare: ognuno ha un ruolo e uno scopo per la società e la sua missione viene decisa a tavolino dal governo o i suoi rappresentanti locali. Non solo: i coreani del Nord non possono viaggiare da una città all’altra del Paese per andare a trovare un amico e, quindi, non solo non sanno cosa ci sia al di fuori del proprio Stato, non possono nemmeno conoscere una realtà diversa dal proprio villaggio o città di nascita.

SCEGLIERE È UN LUSSO. Sono 24 milioni di persone completamente annichilite da una realtà troppo chiusa in se stessa, che non solo non ha la forza di reagire, non sa nemmeno che potrebbe farlo. L’opzione di scelta è un lusso, il più estremo, perché le persone, qui, non sanno che cos’è un’opzione. I nordcoreani non sanno perché devono stare chiusi al mondo: sanno solo che il mondo vuole attaccarli e conquistarli, non certo il perché. Vivono un eterno incubo in cui, per necessità, scelgono di stare accanto al proprio governo, perché è l’unico, che loro sappiano, in grado di salvarli da un attacco che viene continuamente minacciato. Il più delle volte proprio dal regime stesso.

Il Millennial nordcoreano non solo ha il problema che il suo Paese non sta al passo: il suo Paese non vuole che si affermi secondo la personalità di cui è dotato

Per di più, le nuove generazioni non sono più legate ai parenti che abitano in Corea del Sud: dalla guerra del ’50-53 sono passati 64 anni, ovvero tre generazioni. La maggior parte delle persone che coscientemente hanno vissuto il trauma di non poter mai più riabbracciare parenti e amici che vivevano nella parte Sud della Penisola sono già passate a miglior vita o, nella migliore delle ipotesi, sono anziane. Ciò significa che le nuove generazioni, se fortunate, hanno solo ascoltato i racconti dei loro parenti. Ma in un Paese dove non c’è libertà di parola nemmeno fra le proprie mura domestiche è improbabile che sia accaduto anche questo. Il risultato è che nessuno ha più la spinta a voler vedere che c’è là fuori, oltre la Corea del Nord.

PERSONALITÀ IN CATENE. Il problema dei MIllennial italiani è che sono in un Paese che stenta a stare al loro passo, ma ci siamo mai chiesti quale possa essere la situazione di un Millennial nordcoreano? Il Millennial nordcoreano non sa nemmeno di essere un Millennial, tanto per cominciare. Non ha poi così tante differenze rispetto ai suoi genitori o i suoi nonni: sì, la tecnologia è andata avanti, ma non se ne beneficia, a meno che non serva per svolgere il proprio lavoro, deciso dal governo. La comunicazione non è veloce, perché non c’è libertà di comunicare. Il Millennial nordcoreano non solo ha il problema che il suo Paese non sta al passo: il suo Paese non vuole che lui o lei si possa affermare secondo la personalità di cui è dotato/a.

E LI CHIAMANO UMANI. Provate a pensare a una situazione in cui non sapete chi siete, perché siete nati e cresciuti in un posto dove vi hanno detto gli altri chi siete e cosa dovrete essere. Per la nostra mentalità tutto questo ha poco a che fare con il nuovo millennio, che ha dato il nome alla nostra generazione, ma non ha nemmeno nulla a che fare con la definizione di essere umano.

Dall’altra parte ci siamo noi, i Millennial occidentali, la Gen Z. Stiamo crescendo all’ombra dello spauracchio del terrorismo: religioso nel caso dell’Isis, nucleare nel caso della Corea del Nord. Se ci pensiamo bene, anche noi stiamo vivendo in una situazione non molto differente da quella dei nostri genitori. Per loro il terrorismo era sì nucleare, con la grande Urss che incuteva terrore (o simpatie, a seconda del credo) ma anche politico, in un’Italia “degli anni di piombo”. In un mondo dove internet ha abbattuto i confini politici, le barriere linguistiche e gli ostacoli geografici, perché abbiamo comunque bisogno di porci dei limiti mentali, alimentando paure, creando un ambiente di terrore?

PAURA DI VIVERE SENZA PAURE. Abbiamo sviluppato programmi che hanno reso possibile quello che fino a poco tempo fa era soltanto lontanamente immaginabile. Che si tratti però di vivere in Corea del Nord, Iraq, Italia o Stati Uniti, abbiamo paura di vivere senza paure. Più che il confronto cerchiamo lo scontro, pensando che ci possa rafforzare. Intanto, ci sono milioni di persone che rimangono al palo. Ci perdiamo tutti. E ci perderemmo comunque in caso di guerra, unica arma fino a oggi utilizzata per liberare società oppresse da governi dispotici. Internet può andare ovunque. Anche trovare il modo di varcare i blocchi dei governi. Non incito certo ad azioni illegali. Ma credo profondamente alle potenzialità del digitale, che può creare rivoluzioni.

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