Fast Fashion
LA MODA CHE CAMBIA 7 Maggio Mag 2017 0900 07 maggio 2017

Una consapevolezza nuova contro il fast fashion

Il consumo di abbigliamento a basso costo ha implicazioni ecologiche, economiche e sanitarie preoccupanti. Finalmente l'Italia inizia ad accorgersene. E a settembre arrivano gli Oscar della moda sostenibile.

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Questa volta, forse, ci siamo. Se finalmente anche un programma di Raiuno come Petrolio, ormai il più valido sostituto di Report, inizia a far luce sulle implicazioni ecologiche, economiche e sanitarie della sovrapproduzione di abbigliamento a basso costo, importato da Paesi dove il controllo è pressoché nullo nella stessa Unione Europea che invece impone regole rigidissime a chi produce entro i suoi confini, e sulla spregiudicatezza di tante marche che etichettano come “made in Italy” capi e accessori solo assemblati nel nostro Paese grazie a norme sul “made in” che l’Unione Europea non riesce ad approvare a causa dell’opposizione di Paesi che sul fast fashion campano (un suggerimento: guardate alla civilissima Scandinavia), magari qualche signora inizierà a domandarsi come sia stato prodotto l’abito “tanto carino” a 19 euro, e qualche ragazzina inizierà a chiedersi se, da qualche parte nel mondo, non vi sia una sua coetanea che lavora sedici ore al giorno per la paga di un dollaro alla confezione della t shirt che indossa.

MAGLIETTE IN AUTOCOMBUSTIONE. Ne scrivo da anni, anche su Lettera43, e quasi dodici anni fa feci fare su un quotidiano di cui mi occupavo quella che credo sia stata la prima inchiesta sul ciclo di vita della moda fast fashion. Avevo visto montagne di magliette e di tute in autocombustione nell'Africa Centrale, dove li spedivamo, e ne ero rimasta choccata. Non perché fossi ostile al fast fashion, anzi: ma mi domandavo quando ci saremmo fatti venire qualche dubbio.

SFRUTTAMENTO E DISERBANTI. Qualche anno fa, in promozione di non ricordo più quale libro, venni invitata a parlare di moda fast fashion a La vita in diretta, all’epoca condotto da Paola Perego, e proposi di riflettere su quella che mi pareva un’ovvietà, e cioè che per costare a noi 9,9 euro, o anche meno, certe t shirt e certi pantaloni che arrivavano dall’altra parte del mondo, cioè con costi di trasporto già compresi nella cifra, insieme con quelli di distribuzione e di margine per il venditore, dovevano essere costati un’enormità su altri, pericolosi fronti, come per esempio lo sfruttamento del lavoro, le tecniche di produzione delle materie prime (leggasi diserbanti sul cotone) e i coloranti usati.

UNA DENUNCIA INASCOLTATA. Aggiunsi che mi sembrava più giusto investire in pochi capi di qualità, che sarebbero durati molto e magari avrebbero avuto una seconda vita come vintage, invece di spendere la stessa cifra in dieci capi di scarso valore intrinseco che avrebbero contribuito all’inquinamento del pianeta. Citai Vivienne Westwood, guerrigliera della moda che va dicendo le stesse cose da molto tempo e che possiede un guardaroba molto meno strabocchevole di quanto si creda, tesaurizzando pochi capi eccezionali. La conduttrice mi rispose piccata: tutti avevano il diritto di cambiarsi sette magliette alla settimana e di divertirsi con la moda a pochi euro, il pubblico la applaudì (il populismo può annidarsi anche in una gonna a pieghe, le tricoteuses di place de Grève sono sempre al lavoro in attesa di vedere la testa dei privilegiati veri o presunti rotolare nel panierino) e la cosa finì lì. Anzi, e per fortuna, no.

La strada sarà ancora lunga. Ma stavolta l’abbiamo imboccata

Terminata la lunga ondata di attenzione nei confronti degli alimenti, assodato che certi additivi sono pericolosi per la salute e che i bovini allevati ad ormoni destabilizzano l’equilibrio endocrinologico dei bambini e in misura non tanto inferiore quello degli adulti, poi ognuno faccia quello che vuole ma almeno ne è consapevole, l’interesse delle associazioni dei consumatori si è rivolta all’abbigliamento. Forse, mentre battagliavano accaldati sull’olio di palma, si saranno chiesti come mai gli si stingessero i jeans addosso, o le scarpe puzzassero come jene a due ore dalla prima calzata per poi stingersi a loro volta mai sui piedi, non di rado con annesse micosi e/o dermatiti.

LA LOTTA DELLA CAMERA DELLA MODA. Su questa nuova consapevolezza, bisogna riconoscerlo, ha iniziato a battersi sul serio la Camera nazionale della Moda italiana, e in particolare il suo presidente Carlo Capasa. Dopo aver inserito la questione della sicurezza e della sostenibilità fra i punti del suo programma al momento dell’elezione, due anni fa, l’ha perseguita con una tenacia a dir poco ammirevole, visti gli interessi in gioco, coinvolgendo poi tutta la filiera e le associazioni di categoria, cioè Smi, Federchimica, Tessile e Salute e Unic (l’associazione dei conciai), in un documento-guida che promuove l’utilizzo delle sostanze chimiche meno inquinanti ma anche “sostenibili” dal punto di vista produttivo.

CONTRO L'AMBIENTALISMO PAROLAIO. Perché, se a parole tutti vogliono prodotti che rispettino l’ambiente, le persone e le culture, al momento di pagare un jeans almeno 80 euro, che è il prezzo base perché tutte le fasi della produzione siano state rispettose di ambiente, persone eccetera, iniziano a storcere il naso e chissenefrega se nel Brahmaputra vengono scaricati liquami blu carichi di piombo, tanto sono mica io che mi lavo in quelle acque 20 chilometri più a sud o le uso per cucinare il riso.

A SETTEMBRE GLI OSCAR DELLA MODA SOSTENIBILE. Al documento proposto da Camera della Moda e sottoscritto dalle altre associazioni hanno aderito tutti i grandi marchi della moda, nessuno escluso (in Italia si produce il 40% della moda europea, ma a quanto mi dicono certi produttori del nord Italia, Armani e Gucci sono diventati estremamente puntigliosi anche sui packaging, eliminando tutti i materiali inutili). Però, visto che la signora a cui si accennava prima è ovviamente disinteressata agli accordi settoriali ma molto attenta alle tendenze, la Camera della Moda ha stretto lo scorso febbraio un accordo con il progetto Eco-Age di Livia Firth e a settembre lancerà, dalla platea del Teatro alla Scala, quelli che Capasa ha definito «gli Oscar italiani della moda sostenibile». Il primo evento mondiale costruito sui valori della sostenibilità con il supporto del Ministero dello Sviluppo Economico e dell’ICE.

TRA GRANDI MARCHI E BRAND EMERGENTI. Sfileranno marchi molto “televisivi”, come Armani, Prada, Fendi, Gucci, Valentino, ma anche brand emergenti, grazie a un concorso riservato a chi sappia dimostrare di rispettare i dieci criteri di Eco-Age ritenuti indispensabili. Nel frattempo, la scandinava H&M, intuito da che parte spirasse il vento, ha appena lanciato una collezione di moda sostenibile e di riciclo strepitosa. L’ha presentata a Palazzo Litta, a Milano, dieci giorni fa, allestendo nella prima sala un immenso cumulo di abiti smessi con l’invito a un consumo responsabile. La strada sarà ancora lunga. Ma stavolta l’abbiamo imboccata.

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