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MUM AT WORK 20 Maggio Mag 2017 1400 20 maggio 2017

Storia di F., costretta a 'scegliere' tra un lavoro e il figlio malato

Le difficoltà da freelance. L'opportunità improvvisa di un posto "più che full time". E poco dopo i problemi di salute del bambino. La testimonianza di una donna al bivio.

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Oggi vi racconto il lavoro e la vita di F., amica e collega giornalista. Mi ha fatto riflettere, ridere, piangere (lacrime amare), perché potrebbe essere capitato a me quello che sta vivendo lei. E voi cosa ne pensate? Cosa dovrebbe fare?

Nel 2011 è nato mio figlio e ho aperto la partita Iva. Ma non voglio raccontare quanto sia stato impegnativo, fisicamente e psicologicamente, tenere le fila di questa vita incerta ma libera. Poveri ma belli? Un po’. Precari ma liberi? Forse. Perché senza stipendio non sei libero del tutto. È una mancanza, un limite. “Ma in fondo a un bambino piccolo cosa serve se non l’amore?” mi ripetevo. Ma non si campa d’aria. Bisogna lavorare per mangiare e per provare a dare un futuro migliore a questi nostri bambini che Dio solo sa cosa dovranno attraversare per poter trovare una vita dignitosa. Io non l’ho ancora trovata.

Fai la spesa e metti un po’ di soldi da parte. Una vita da formichine, insomma. Ma da freelance le difficoltà sono dietro l’angolo. È bastato uno squilibrato a buttara all’aria questo equilibrio precario. Un persecutore, non uno stalker. Denunciato, sì. Ma questo non significa che non abbia prodotto un impatto (negativo) nella mia vita. Insomma, ho perso il lavoro. In questi tempi di individualismo e di frammentarietà sociale la solidarietà è fantascienza. Se un consulente è perseguitato meglio allontanarlo, non sostenerlo in un momento complicato. Cosa temevano? Danni d’immagine? Problemi imprevedibili? Forse.

In questi mesi difficili ho passato molto tempo con mio figlio, ho aperto altre collaborazioni, ho continuato con il volontariato per i bambini e per le donne senza lavoro. Poi, inaspettatamente, si è aperto il portone. Un bel lavoro, di ottimo livello sotto tanti punti di vista. Lascio tutto e mi ci butto a capofitto. Imparo, perché non sono del settore. Ma emotivamente sono lacerata, ho uno strappo al cuore. È un lavoro più che full time. Non 7 o 8 ore, ma… non si sa. Lavoro in un team ma sono l’unica persona a occuparsi della comunicazione: ci devo essere. Sempre.

Poi mio figlio si ammala. Probabilmente una malattia abbastanza grave. E io, adesso, che faccio? Lavoro, imparo, cresco professionalmente, porto a casa la pagnotta o sto con mio figlio? Perché, qui, margine per “conciliare” non c’è. O sei al lavoro o lavori da casa. Ho sempre pensato che in fondo il part time è un po’ una trappola per le donne: come fai a fare carriera se lavori solo 4 o 6 ore al giorno? Ma d’altra parte è necessario avere un orario definito di lavoro: non si può passare la vita per 9-10 ore in ufficio. Del resto i colleghi lo fanno.

Amici e parenti sono letteralmente spaccati in due: chi mi dice di tenere duro, che questa è un’occasione, chi mi dice che è pura follia. E forse hanno ragione entrambi. Io sto cercando di ricucire lo strappo (al cuore) e di ritagliarmi dei momenti belli con il mio bambino. Sperando che guarisca. Funzionerà?

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