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2 Giugno Giu 2017 0900 02 giugno 2017

L'Italia e i suoi 71 anni da Repubblica apolide

Siamo diventati la patria del tutto e il contrario di tutto, del dire e disdire, sideralmente lontana da quella degli uomini «con una parola sola» del 1947. Storia di una non nazione destinata all'infelicità.

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La solita ricerca dai tratti vagamente esoterici ha stabilito che gli italiani sono il popolo più infelice d'Europa. Un bel risultato a oltre 70 anni dalla fondazione della nazione neodemocratica. Chi lo sa, forse avevano ragione i nostalgici del re: «Lo sai che i monarchici son tanti tanti tanti, e invece la Repubblica è sempre piccolina...». Piccola o no, brogli o meno, è andata così e tutto sommato, basta guardarsi intorno, non è neanche questa grande scoperta: Roma affonda nei suoi miasmi, il Sud, quanto a dire mezzo Paese, sprofonda sotto il suo stesso peso, regge bene o male Milano, ma la mitica provincia è richiusa, tutta un dormitorio e nessuno si azzarda più a dire che ci si vive bene, più che altro ci si muore per una faida familiare, una balordaggine giovanile, un ponte che ti crolla in testa, una voragine, una inondazione che travolge l'Italia del fatto poco e male, un terremoto che ne svela la consistenza di biscotto. Autori e musicanti, cineasti e intellettuali, tutti un piagnisteo, una geremiade, si parla solo di cosa non va, in parte per quel vizio congenito del vittimismo nostalgico dai tratti populistici, in parte perché trovare quello che funziona è impresa ardua, stante anche il fatto che quel poco che funziona se lo pappano gli stranieri.

UN PAESE IN RETROMARCIA. Infelici gli italiani, perché? Perché non capiscono, non si capiscono, non si orientano più, gli mancano le coordinate del verosimile, del buon senso. Leggono i giornali, navigano in Rete, s'imbattono in fatti mostruosi e pensano: questa cosa potrebbe essere una bufala ma potrebbe anche essere vera. Così gira per qualche giorno, prima di essere sbugiardata, la notizia secondo cui in un asilo nido di Bologna addestrerebbero i bambini di due anni a recitare matrimoni gay. Altre faccende sembrano in partenza assurde e invece sono più reali del vero: in ossequio alla formula paranoica «tutto quello che sai è falso», che come corollario porta il suo contrario, «quello che non sai è vero», si diffonde il vezzo di curare i bambini con l'omeopatia e l'antivax, cioè li uccidono; i post su Facebook del genitore del piccolo di Osimo sono agghiaccianti e non di meno lo sono quelli dei fanatici che volevano salvare un martire di 7 anni con l'energia, la luce, i cuoricini. Non manca chi annuncia una pallottola al virologo Burioni, colpevole di battersi per la copertura vaccinale visto che a forza di regredire l'Italia è ormai più sguarnita di certi Paesi africani. In compenso scaliamo velocemente la classifica dei dipendenti dal personal trainer, come Elisabetta Canalis. Ah, le deliziose miserie delle società a fine corsa!

Infelici gli italiani, perché? Perché non capiscono, non si capiscono, non si orientano più, gli mancano le coordinate del verosimile, del buon senso

No, gli italiani né capiscono, né credono a loro stessi. Un giorno leggono che la ripresa è rampante e il giorno dopo gli spiegano che c'è ma è virtuale, ed è la peggiore d'Europa. Insegnano loro ad angosciarsi, ché vanno verso la liquefazione, l'evaporazione, ogni anno il più torrido, ogni estate la più calda dai tempi dei dinosauri, poi qualche scienziato serio dimostra che le medie degli ultimi 100 anni, checché ne dica la Merkel, sono rimaste stabili e il modo di valutare i cambiamenti climatici ha molto dell'esoterico e poco di scientifico. E allora si arrendono, mandano in vacca ogni cautela, vivono per vivere, “carpono” non più il diem, ma quel che capita. «Sopravvivo senza motivo», come recita un modo di dire tra i giovani hipster.

LA TENTAZIONE DI NON CREDERE PIÙ IN NIENTE. In cosa credono gli italiani?, titolava Giorgio Bocca in un saggio nel 1980. «In niente», si potrebbe rispondere oggi. Prendiamo il rapporto con l'Unione Europea: baluardo contro i populismi o causa scatenante degli stessi? Gli italiani non lo sanno, non riescono a stabilirlo, l'Ue è senz'altro liberista in economia ma tutt'altro che liberale e libertaria nei diritti, nella sfera personale dove si registra una ingerenza burocratica e moralistica spaventosa, con la proliferazione di regole scritte e non le quali aggrediscono il modo di comportarsi, quello di parlare, lo stesso pensiero. Si sentono ripetere, gli italiani, che non debbono avere paura però il rischio zero non esiste, come a dire: fatevene una ragione, è solo questione di tempo. Se si ha paura, automaticamente si è «xenofobi e razzisti», che tra l'altro sono due cose diverse.

QUELLA SINISTRA CHE HA PERSO CONTATTO CON LA REALTÀ. «Niente muri, più ponti», però nessuno spiega loro perché a stendere ponti sono da soli, né come coniugare i doveri di solidarietà con le aspettative di un welfare che è una coperta sbrindellata. Il sociologo Ricolfi ha appena fatto un libro, Sinistra e popolo, in cui spiega che i progressisti hanno perso il loro elettorato per lo strafare pedagogico, per il disprezzo di chi non capisce i problemi dei poveri non conoscendoli, perché vive troppo lontano e troppo bene; è il cosiddetto ceto medio riflessivo quello che gli rimane, fatto di ossimori umani, individualisti spietati che si candeggiano la coscienza con le campagne solidali twittate; comunque quello che riflette e li vota, sapendosi unico tutelato, difeso nelle rendite di posizione a scapito della plebe che, di conseguenza, si rifugia nei populismi.

La Repubblica italiana nacque il 18 giugno 1946 grazie al risultato del referendum istituzionale del 2 giugno 1946, indetto per determinare la forma di governo dopo il termine della Seconda guerra mondiale. Gli elettori fra monarchia e Repubblica scelsero quest'ultima.

Un'altra ricerca, questa dell'Istat, testimoniando della scomparsa della classe operaia e della piccola borghesia, è stata accolta con lo scontato profluvio di ironia oppure di rimpianto per le lucciole paleomarxiste, quasi nessuno invece ha colto il segno, drammatico, di una rinuncia a volersi elevare socialmente, di una stasi che preclude qualsiasi miglioramento sperato. Ne esce, più che la classe unica denunciata dai nostalgici, un magma, una gelatina egualitaria che, nella società dissociata degli “eguali ciascuno a modo suo”, dei milioni di tatuati per distinguersi che rifluiscono nel conformismo estetico da Amici di Maria, finisce per avvelenare tutti.

ABIATURARSI A 'SOTTOVIVERE'. Che cosa vogliono gli italiani, che cosa si aspettano dopo 71 anni di Repubblica? Difficile dirlo, la società miope, degli obiettivi immediati, non consente risposte certe ma lascia scorgere una rinuncia generalizzata e anche la deresponsabilizzazione di chi non ha più niente da vincere né da perdere. Insomma si sopravvive, o si 'sottovive', ma così, «senza allegria», come nella canzone di Lucio Dalla. E anche senza ironia, scalzata in Rete e sui media dal sarcasmo sempre più aggressivo e miserabile dei depressi, dei mediocri.

IL COSTUME NAZIONALE, PROFONDAMENTE MUTATO. Certo, in sette decenni il costume nazionale è cambiato, anche quello interiore. Un conduttore non irresistibile va da una abbonata a vita in Rai, per blasone, per pedigree, a predicare di «una Italia dove non si umiliano i deboli», poi un programma satirico con velleità investigative ne svela le sfuriate contro i concorrenti e lui, pronto: «È un complotto, sono una vittima». E, per non farsi mancare niente, si paragona al giudice Falcone polverizzato dalla mafia. Poi annuncia un suo prossimo sbarco in politica, non per curriculum ma come qualcosa che, secondo lui, gli spetta, un risarcimento contro l'umana meschinità. Sì che a qualche italiano non necessariamente “gomblottista”, vien da pensare: ma non si sarà mica denunciato da solo, questo?

In cosa dovrebbero credere gli italiani? Nel futuro che non arriva? Nella solita legge elettorale-Frankenstein impossibile da afferrare? Nella felicità?

Nell'Italia del tutto e il contrario di tutto, del dire e disdire, sideralmente lontana da quella degli uomini «con una parola sola» del 1947, può capitare che il nuovo in politica si declini come segue: un rottamatore che non conclude una giornata come l'aveva cominciata, se dice a qualcuno «stai sereno» è segno che gli sta facendo le scarpe; un ex cabarettista in yacht che si paragona a san Francesco; un sultano di 81 anni che si inventa un partito animalista con cui dà da mangiare agli agnellini, definito dalla ex moglie, che gli prende 2 milioni al giorno, «un drago che si nutre di carne umana», con allusione alle protette dell'harem. I giornali cambiano idea dalla sera alla mattina, i partiti non parliamone, è diventato impossibile seguirli e chi ci prova, con rispetto parlando, non ci capisce più un ca..o. Abbiamo 300 mila leggi, il 40% delle quali confliggenti, ma ne invocano delle altre, sempre più severe, per qualsiasi fattispecie, trovano anche i nomi: femminicidio, piraticidio, poi basta un patteggiamento per disinnescarle e alla fine di tutto si occupa il mitico Tar del Lazio, questo confessionale laico ormai più immanente della Cei.

IL DESTINO DI UNA 'NON NAZIONE'. In cosa dovrebbero credere gli italiani? Nel futuro che non arriva? Nella solita legge elettorale-Frankenstein impossibile da afferrare? Nella felicità? Gli unici felici sono quelli del Cnel, che appena l'ultimo referendum li ha salvati si sono affrettati ad adeguarsi le retribuzioni, a festeggiar premiandosi. Così non resta che rifugiarsi nella commozione pop per Totti che, a 40 anni suonati legge, con qualche esitazione, una letterina ai tifosi da altro pugno vergata: «È tutto finito, adesso non so che farò, ho paura, aiutatemi». Due ore dopo, in pizzeria, mentre i tifosi ancora lacrimano come prefiche, dichiara: «Smettere? Non ci penso neanche, non so ancora dove ma continuo». Una quarantina d'anni fa Luca Goldoni profetizzava per l'Italia «un futuro sempre più tragico, dal quale dovremo forse difenderci con iniziative sempre più comiche». Ma, arrivato alla soglia dei 90, anche lui sembra aver ceduto al pessimismo cosmico degli altri grandi vecchi del giornalismo analitico, Indro Montanelli, Giorgio Bocca. Del resto, sull'infelicità del Bel Paese che non era una nazione, era una “non nazione”, non si disperava allo stesso modo Giacomo Leopardi sullo Zibaldone? «L'Italia, dove anche oggidì si vive poco, è vero, perché manca il corpo e il pascolo sociale delle illusioni, ma si pensa anche ben poco...».

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