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LA MODA CHE CAMBIA 4 Giugno Giu 2017 0900 04 giugno 2017

Turismo a numero chiuso? Parliamone

Vogliamo continuare a godere delle nostre città ancora per secoli, per millenni se sarà possibile. La bellezza è da preservare. Non perché possano goderne in pochi, ma perché possano goderne tutti, a lungo.

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«Mio caro, qui (a Sierre) è così diverso dalla Riviera. Così remoto. Non si vede neanche un turista. L’unica cosa moderna è il servizio postale, davvero eccellente in tutta la Svizzera», scrive Katherine Mansfield il 15 maggio del 1921 al suo secondo marito, il critico letterario e scrittore inglese John Middleton Murry, al quale suggerisce di raggiungerla per trascorrere l’estate in tranquillità.

ANNI LONTANI DAL LOW COST. Per noi viaggiatori degli anni low cost che guardiamo le fotografie di San Remo, Nervi e Cannes in quegli anni, (posseggo una foto di mio padre sulla spiaggia di Rapallo in braccio alla tata nel 1919 e mi sembra che attorno ci siano sì e no tre persone), è davvero impossibile immaginare quali dovessero essere, scomodità dei trasporti a parte, i criteri di valutazione di una folla di turisti per i viaggiatori di quell’epoca.

LA CONSUNZIONE DELL'ARTE. Venti, cinquanta persone radunate in piazza della Signoria a Firenze? La celeberrima pensione Seguso di Venezia con le sue trenta camere esaurite e le calli percorse da Mariano Fortuny e altri viandanti dell’intelletto e del gusto, diciamo duecento in tutto? commentando sulla Stampa il blocco al flusso turistico ininterrotto e selvaggio che certamente sta portando denaro nelle casse europee, ma temo quasi altrettanto ne sottragga in inquinamento, sporcizia, snaturamento delle attività commerciali tradizionali, consunzione quando non deturpamento delle bellezze artistiche (forse sarebbe il caso di iniziare a calcolare quanto pil venga consumato a fronte di quanto prodotto), il critico alberghiero del quotidiano spagnolo El Pais, Fernando Gallardo, osservava come «nel 1950, nel mondo viaggiassero 25 milioni di turisti ricchi. Ora sono 1,2 miliardi, non tutti benestanti».

INCOMPRENSIONI CULTURALI. Sia ben chiaro: è importante che così tante persone possano viaggiare, conoscere anche se molto superficialmente il mondo, persino farci ridere come quei turisti cinesi che, abituati a città da diciassette milioni di abitanti, arrivano a Venezia pensando che sia un parco di attrazioni e che percorrono gli Uffizi a testa bassa e a passo di carica, sperando solo di potersi andare a comprare una borsetta di Gucci appena usciti. Meglio così di niente. Magari, di quella giornata trascorsa a sudare in piazza della Signoria senza capire perché quel ragazzino di bronzo regga la testa di un mostro, resterà almeno un’idea vaga e la convinzione, come mi ha detto una collega arrivata da Guang Zhou davanti a Botticelli, «che tutto questo non ha niente a che vedere con la nostra cultura ma si sta bene lo stesso», e non sono neanche stata lì a perdere tempo con i parallelismi fra le linee botticelliane e quelle dei grandi pittori giapponesi del Quattro e Cinquecento, punto fondamentale delle teorie di Bernard Berenson, perché sarebbe stata una perdita di tempo e fra cinesi e giapponesi continua a non correre buon sangue.

LA VISITA SI TRASFORMA IN INVASIONE. Mettiamola così: con i voli low cost e gli alberghi a prezzi stracciato ci si conosce e, anche se non ci si apprezza fino in fondo, si impara almeno quel po' dell’altro da indurci a uno spirito tollerante. Fino a un certo punto, però. La visita non può trasformarsi in un’invasione rozza, e città predisposte per ospitare cinquanta, centomila residenti come il centro di Barcellona, o la metà, come l’intera Venezia, non possono, semplicemente, accoglierne quotidianamente il doppio, pena lo snaturamento delle stesse nel migliore dei casi, o il degrado.

La bellezza si apprende innanzi tutto rispettandola

Si dirà che imporre il numero chiuso è impossibile e che i portali come AirBnb hanno offerto una via d’uscita ai tanti proprietari di appartamento privi di occupazione. Però è anche vero che la pressione, la calca, la sporcizia, lo spettacolo deprimente di migliaia di persone in ciabatte che lasciano dietro di sé detriti di ogni genere (sì, mi piacerebbero meno sbracati e più attenti al decoro della mia città, è un delitto?) iniziano a rendere anche i più tolleranti di noi un po’ nervosi. Non posso scendere la mattina dal panettiere di Campo dei Fiori per comprare il pane prima di scappare al lavoro e trovarvi una quarantina di persone che vogliono assaggiare tutto e farsi spiegare tutto in una lingua che non conoscono. Non ho il tempo materiale per farlo. E mi secca dover fare cinque chilometri per trovare una tintoria decente perché tutte quelle di zona hanno ceduto i locali a spacci di bevande alcoliche gestite da cinesi.

CAMPO DEI FIORI BANALIZZATA. Che cosa sia rimasto di interessante nel mercatino di Campo dei Fiori che vende praticamente solo pasta precotta tricolore e frutta già tagliata non si capisce, ma arrivano tutti fin dalle otto del mattino, si presume sazi della prima colazione, ma subito si rimettono a mangiare, buttando la carta della pizza e i bicchierini di plastica della frutta tagliata e consumata in giro, tanto siamo in Italia “cuore, sole e amore”, non l’Inghilterra o la Danimarca dove si beccherebbero una denuncia.

BARCELLONA HA DECISO DI RESISTERE. Per questo, capisco che la sindaca di Barcellona, targata Podemos, abbia dato una bella stretta agli Aibnb e imposto un numero chiuso alle attrazioni principali, e inizio a capire il regno del Bhutan, dove vige il numero chiuso al turismo: il re, promotore della famosa formula del benessere regolato sulla felicità interna lorda dei suoi cittadini, non intende trasformarsi in quell’orgia di bancarelle, alberghi turistici e bordelli che è diventata Lhasa, la capitale del Tibet, dopo l’occupazione cinese.

ALMENO SI DICA BASTA AI BIVACCHI. Si dirà ancora: ma chi vuole andare a vedere tre monasteri e qualche capra quando posso sedermi sui gradini di piazza san Marco con un bel panino, e al costo di tre euro, ancora meno se mi porto il panino da casa, godermi una delle più belle piazze del mondo. Ecco, sarebbe il caso di dire basta almeno a quelli, ai bivacchi. Vogliamo continuare a godere delle nostre città ancora per secoli, per millenni se sarà possibile. E una soluzione bisogna trovarla.

BELLEZZA DA PRESERVARE. l sindaco di Firenze, Dario Nardella, da ragazzo sveglio com’è, ha iniziato da qualche giorno a far percorrere la città a una serie di autopompe che, con la scusa di pulire, irrorano i sagrati delle chiese di acqua: si pulisce, e nel frattempo si evita lo stazionamento. «Le chiese non sono ristoranti. Dobbiamo preservare la bellezza delle nostre città». Ecco, il tema ultimo è questo. La bellezza da preservare. Non perché possano goderne in pochi, ma perché possano goderne tutti, a lungo. La bellezza si apprende innanzi tutto rispettandola.

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