I 400 colpi

Riina malato, ha diritto morte dignitosa
6 Giugno Giu 2017 0920 06 giugno 2017

Totò Riina e l'Italia che predilige i carnefici alle vittime

Siamo una società bisognosa di capri espiatori. Ma che, schizofrenicamente, è disposta a essere più clemente con gli assassini che con chi viene oppresso.

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Ma che Stato è quello che ha appena finito di celebrare l’anniversario della strage di Capaci con tanto di compunta partecipazione delle massime cariche istituzionali e un mese dopo, attraverso il supremo organo del potere giudiziario, dice che il suo autore ha diritto a una morte dignitosa? Verrebbe da rispondere che quanto meno è uno Stato schizofrenico, che trova nel contraddire se stesso una sua patologica ragion d’essere.

LA BISLACCA USCITA DELLA SUPREMA CORTE. In realtà è molto più di una contraddizione, è una vera e propria sindrome da prevalenza del carnefice che, in questa come in altre circostanze, approfitta della debolezza delle vittime per relegarle a un ruolo di marginalità. Il fatto che spesso si tratti di un processo inconsapevole non ne giustifica la sinistra attitudine. Non si spiega altrimenti questa bislacca uscita della Cassazione che, in nome appunto del dritto a una morte dignitosa, invoca un trattamento di clemenza per Totò Riina, il boss dei boss, condannato a 17 ergastoli e detenuto in regime di 41 bis.

LE PAROLE DELLA VEDOVA MONTINARO. Senza tanti giri di parole, la risposta migliore a quella che, anche a non voler dubitare della buona fede dei proponenti suona come una sfacciata provocazione, l’ha data la vedova del caposcorta di Giovanni Falcone. «Non credo che Riina abbia mai pensato ad assicurare una morte dignitosa a mio marito, a Giovanni Falcone e a tutte le altre vittime che ha fatto saltare in aria», ha commentato Tina Montinaro.

Non credo che Riina abbia mai pensato ad assicurare una morte dignitosa a mio marito, a Giovanni Falcone e a tutte le altre vittime che ha fatto saltare in aria

Tina Montinaro

Discorso chiuso, almeno si spera. Ma che aggiunge al già convulso e in alcuni aspetti drammatico dibattito pubblico un retrogusto d’amaro. E qualche considerazione di fondo. Siamo diventati una società più che mai bisognosa di capri espiatori. I fatti di Torino – quel via dalla pazza folla impaurita che per miracolo non è sfociato in una strage – lo testimoniano bene. È bastata la foto di un ragazzo che a torso nudo zainetto in spalla cercava di calmare la piazza per trasformarlo all’istante in un pericoloso terrorista pronto a farsi esplodere. Bisogna fabbricare all’istante dei colpevoli, e darli in pasto a una maggioranza rancorosa assetata di sangue e di vendetta.

QUELLE VITTIME DIMENTICATE. E quando i colpevoli veri ce li abbiamo, quando la loro propensione a delinquere e uccidere è conclamata, ecco che salta fuori qualcuno che chiede comprensione e rispetto. Nel caso del pluriomicida Riina, la cui malattia però non gli ha sin qui impedito di presenziare ai processi che lo riguardano, il diritto a un a morte dignitosa. Siamo tolleranti con i carnefici, burocraticamente intransigenti quando si tratta di tutelare le loro vittime, cui spesso si tende a negare anche il diritto supremo: quello di non essere dimenticate.

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