Test Ammissione Università
3 Luglio Lug 2017 2101 03 luglio 2017

Università, all'Italia il triste primato del nepotismo

La mappatura condotta da una ricerca pubblicata sulla rivista dell'Accademia delle scienze degli Stati Uniti: precedute di gran lunga Francia e Stati Uniti. Lo studio condotto su oltre 133 mila ricercatori.

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È pronta la prima mappa del nepotismo nelle università, nella quale l'Italia si aggiudica un primato poco edificante, superando di gran lunga Francia e Stati Uniti. Ovunque, invece, restano marcate le differenze di genere.

COSTRETTI A LASCIARE IL PAESE. La ricerca, pubblicata sulla rivista dell'Accademia delle scienze degli Stati Uniti (Pnas), indica che gli accademici italiani tendono a lavorare nella regione in cui sono nati e, anche se il nepotismo darebbe qualche segno di declino, l'unica scelta per i giovani di talento resta lasciare il Paese. Condotto dagli italiani Jacopo Grilli e Stefano Allesina, che da tempo lavorano nell'università americana di Chicago, lo studio si basa sull'analisi di nomi, cognomi e informazioni geografiche relativi a oltre 133 mila ricercatori. «Il bene e il male dell'Italia è la famiglia», ha osservato Allesina. «Ti protegge dal collasso, ma» - ha aggiunto - «impedisce anche la crescita: questo diventa veramente un peso sulle spalle dei giovani, specialmente nel Sud, dove molti studenti di talento non hanno altra scelta se non emigrare».

RIDUZIONE TRA IL 2000 E IL 2015. Lo studio nasce dalla curiosità di vedere che tipo di informazioni si possano ricavare da semplici elenchi di nomi e dalla volontà di verificare anche gli effetti in Italia della riforma universitaria del 2010, che puntava, tra le altre cose, a impedire ai professori di reclutare i parenti. Dalla ricerca è emerso che il nepotismo nelle università italiane sembra essersi ridotto nel periodo compreso fra il 2000 e il 2015. Tuttavia, la legge del 2010, secondo i ricercatori, non è stato l'unico fattore che ha fatto diminuire il fenomeno: gran parte del declino, hanno spiegato, potrebbe essere dovuto all'aumento dei pensionamenti, al quale non ha fatto seguito un adeguato numero di assunzioni.

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