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mum at work 8 Luglio Lug 2017 1400 08 luglio 2017

La rivoluzione demografica deve partire da giovani e donne

L'Italia è uno dei Paesi sviluppati con peggiore combinazione tra bassa natalità, bassa occupazione femminile e alto rischio di povertà infantile. L'analisi dell'esperto Rosina.

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In Italia nascono pochi bambini e lavorano poche donne. No lavoro, no figli. E cosa fanno le ragazze, le donne, le signore mature? La prima risposta che mi viene in mente è che “fanno il welfare”. Gratuito per tutti, “dannoso” - soprattutto a lungo termine e in termini economici - solo per chi lo realizza. Perché si tratta di un lavoro non retribuito, non riconosciuto. Che non prevede una pensione. Un lavoro di volontariato per la famiglia e per la società tutta. Che continua a lasciare le donne in secondo piano rispetto agli uomini. Poi le donne se fanno un figlio - e se hanno un lavoro - in 4 casi su 10 perdono il posto dopo due anni. Mentre se l’impiego riescono a conservarlo, sempre nei due anni seguenti, guadagnano in media il 35% in meno rispetto a prima.

«RICOMPORRE VITA E LAVORO». Nel frattempo, i Paesi in via di sviluppo crescono e fanno figli. Noi, invece, invecchiamo. I giovani non trovano lavoro - o guadagnano poco e in maniera discontinua - e non avranno la forza di reggere il sistema Paese da qui a 30-40 anni. «Noi siamo uno dei Paesi sviluppati con peggiore combinazione tra bassa natalità, bassa occupazione femminile e alto rischio di povertà infantile», spiega Alessandro Rosina, docente di Demografia, Università Cattolica di Milano, co-autore del libro Demografia (Bocconi editore). «Questo porta a un accentuato invecchiamento della popolazione, minor crescita, maggiori costi sociali, persistenti squilibri generazionali e di genere. Per uscire da questa spirale è necessario ricomporre vita e lavoro. Un binomio che sta diventando sempre più centrale nel coniugare welfare e sviluppo nei processi di crescita più virtuosi del XXI secolo».

RICADUTE SULLA SOCIETÀ. «Dovremmo quindi mettere in campo strumenti, attraverso un’azione pubblica e l’innovazione sociale, che consentano alle donne e alle coppie di scegliere sia di dedicarsi alla famiglia, sia di puntare sul lavoro, sia di fare entrambe le cose al meglio delle proprie possibilità e all’altezza dei propri desideri», prosegue Rosina. «Perché questo aumenta la felicità individuale e ha ricadute positive sulla società e sull’economia. Non è poco».

Lasciando ai margini giovani e donne inaspriamo diseguaglianze e indeboliamo la crescita, oltre che amplificare squilibri demografici

Ma la soluzione può essere fare più figli? Mentre nel resto del mondo il saldo tra morti e nati è quasi sempre positivo, in Italia è iniziata una preoccupante decrescita. «Supponiamo che esistano due Paesi», continua Rosina. «Il Paese A è in forte crescita demografica, con una fecondità di oltre 6 figli per donna che non accenna a scendere, forte pressione sulle risorse disponibili e difficoltà a innescare un rapporto positivo tra popolazione e sviluppo. Il Paese B invece è in declino demografico, si fa in media un figlio per coppia, con conseguente forte invecchiamento della popolazione e rapporto sempre meno sostenibile tra anziani inattivi in aumento e persone in età lavorativa in contrazione. La domanda da porre è la seguente: mantenere bassa la fecondità del Paese B peggiora la propria situazione ma in che modo è d’aiuto a risolvere l’eccesso di nascite del Paese A?».

RIEQUILIBRIO NEL RAPPORTO TRA GENERAZIONI. Insomma, inasprire gli squilibri di un Paese non aiuta gli altri che si trovano con squilibrio opposto, a meno che non si pensi che l’eccesso di nascite possa semplicemente essere spostato da A a B. «Ma la difficoltà che emerge nel dibattito pubblico attuale nella gestione dei flussi di immigrazione, frutto degli squilibri demografici e non solo, dimostra che non è una via facile o scontata», prosegue Rosina. «La soluzione vera è l’aiuto allo sviluppo nei Paese di tipo A e un riequilibrio nel rapporto tra generazioni nei Paesi di tipo B».

LE STIME DI BANKITALIA. Se riflettessimo sui dati non ci saremmo lasciati sfuggire quelli elaborati da Bankitalia nel 2007. Dieci anni fa da via XX Settembre spiegavano che, se fosse entrato nel mondo del lavoro un numero di donne pari a quello degli uomini, l'Italia avrebbe guadagnato 7 punti di Pil. «Penso che questo dato sia una conferma di quanto poco intelligente e inclusivo sia il nostro modello di sviluppo», conclude il professore della Cattolica, «lasciando ai margini giovani e donne inaspriamo diseguaglianze e indeboliamo la crescita, oltre che amplificare squilibri demografici. Per fortuna le donne italiane non sono ferme e inoperose, quindi fuori dal mercato formale creano benessere prezioso, ma dissipando più energie del necessario e valorizzando meno il proprio capitale umano. Servirebbe una vera rivoluzione e non si capisce perché donne e giovani assieme non l’abbiano ancora fatta».

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