Disabilità
ABILE A CHI? 30 Settembre Set 2017 1400 30 settembre 2017

Perché dire «diversamente abili» fa trendy ma è una presa in giro

Suona molto politically correct. La nostra vita però resta un disastro: marciapiedi inagibili, niente lavoro, barriere e zero sesso. Chiamateci «disabili»: è più onesto. Fino a quando troveremo una parola migliore.

  • ...

Una volta ci chiamavano handicappati, poi disabili. Ora è diventato di moda dire che siamo «diversamente abili». La terminologia usata a livello di senso comune per riferirsi alle persone con disabilità nasce quasi sempre dal linguaggio utilizzato in campo scientifico, che poi ha delle ricadute anche sul modo in cui socio-culturalmente e politicamente viene “costruito” il costrutto di disabilità.

UNA «CONDIZIONE DI SVANTAGGIO». Nella prima Classificazione internazionale delle menomazioni, disabilità e handicap (Icdh), con il termine “handicap” si definiva «una condizione di svantaggio (causata dal contesto, ndr) vissuta da un soggetto in conseguenza a una menomazione o a una disabilità che limita o impedisce la possibilità di ricoprire il ruolo normalmente proprio a quella persona (in base a età, sesso, fattori culturali e sociali…)».

«HANDICAPPATO» È DISPREGIATIVO. Questa parola in realtà non mi è mai piaciuta. Forse perché la gente “della strada” l'ha sempre usata in senso dispregiativo, forse perché mi ricorda l'unica circostanza in cui, da ragazzina, durante un centro ricreativo estivo, sono stata presa in giro dai miei coetanei che si rivolgevano a me chiamandomi «handicappata». Istintivamente, quando la sento, mi fa venire un nodo allo stomaco.

Diversamente (abile) da cosa? Da chi? Insomma, anche qui si sente puzza di un confronto con la normalità normativa

È un termine obsoleto, sebbene, ahimé, a oggi tuttora presente in alcuni dei più importanti testi di legge in materia di disabilità, vedi la legge 104/94. È figlio del modello medico, così come la parola «menomazione», ossia «una qualsiasi perdita o anomalia a carico di strutture o funzioni psicologiche, fisiologiche, anatomiche» (alcuni psicologi, parlando dei disabili, dicono ancora «persone con menomazione», come se l'elemento caratterizzante le persone fosse proprio ciò che a loro manca. Da film horror, in pratica).

GLI ITALIANI SI RIEMPIONO LA BOCCA. Sentir dire «diversamente abile», invece, mi fa proprio incazzare. Non so chi l'abbia inventato, sicuramente non proviene dal campo scientifico, ma è molto trendy ultimamente. Suona tanto politically correct e viene usato a destra e manca, superando il prezzemolo nella classifica degli ingredienti più usati dagli italiani.

LA COSCIENZA DORME SONNI TRANQUILLI. Innanzitutto viene spontaneo chiedersi: diversamente (abile) da cosa? Da chi? Insomma, anche qui si sente puzza di un confronto con la normalità normativa. Ma soprattutto, mentre la coscienza collettiva dorme sonni tranquilli, avendo trovato queste due paroline all'avanguardia, io intanto rischio la vita quotidianamente guidando la mia carrozzina elettrica su marciapiedi sconnessi o occupati da automobili, non trovo lavoro perché i miei ritmi non sono considerati compatibili con quelli della produzione, non ho accesso a svariati luoghi a causa della presenza di barriere architettoniche, non ho una vita sessuale attiva da una vita… e così via.

Disabili, storia di una assistente sessuale

Janine lavora come sex worker in Olanda da 23 anni. Si è specializzata in servizi sessuali per persone con disabilità fisica e psichiatrica. E, parallelamente, lavora da infermiera. LA CRITICA ALLA PROPOSTA DI LEGGE ITALIANA. Con Lettera43.it parla del sistema olandese, all'avanguardia ma comunque migliorabile. Della necessità di una formazione specifica.

Insomma, o le cosiddette «diverse abilità» vengono riconosciute e valorizzate dalla maggioranza in un modo “differente” da ciò che mi aspetto e quindi da me irriconoscibile o sinceramente tutto questo riempirsi la bocca parlando di persone diversamente abili mi sembra una gran presa... per i fondelli.

LA PATOLOGIA PRIMA DELLA PERSONA. Sono convinta che il linguaggio sia uno strumento importante quando il suo utilizzo ha delle ricadute concrete e tangibili nella vita delle persone. Di fatto si potrebbe affermare: «Linguaggio che usi, realtà che generi». La cultura dell'handicap e della menomazione, per esempio, si è concretizzata nella politica dell'istituzionalizzazione e in una società che, a tutti i livelli, vedeva nel disabile non la persona ma la sua patologia, agendo poi di conseguenza.

SOLO IL 19,7% DI NOI HA UN LAVORO. Allo stesso modo, da una società che parla di «diversabilità» io mi aspetterei, per dirne una, l'eliminazione della pensione d'invalidità per sopraggiunta inutilità della stessa, a causa di un'impennata nella percentuale di assunzioni di disabili sul lavoro. Invece solo il 19,7%, quindi una persona su cinque, lavora, mentre l'80,3% no. (Vita, 2015).

Le persone con disabilità dovrebbero condurre una vita sessuale soddisfacente e a tutti dovrebbe essere garantito l'accesso in ogni luogo

In un mondo così, le persone con disabilità dovrebbero condurre una vita sessuale attiva e soddisfacente, invece, non so gli altri, ma io sono più casta di una monaca di clausura. E da ultimo, se davvero le città fossero a misura di diversamente abili, dovrebbe essere garantito a tutti l'accesso in qualsiasi luogo.

NIENTE CULTURA DELL'ACCESSIBILITÀ. Siamo un po' messi così, insomma, e di esempi che illustrino come, per lo meno in Italia, si sia ben lontani dal promuovere una cultura dell'accessibilità in tutte le dimensioni della vita, che valorizzi le differenze individuali e permetta loro di esprimersi al massimo, ce ne sarebbero a bizzeffe.

PIÙ ONESTO USARE ALTRI TERMINI. Ecco perché mi sembra più onesto parlare di «disabilità», cioè la condizione di coloro che presentano durature menomazioni fisiche, mentali, intellettive o sensoriali che, in interazione con barriere di diversa natura, possono ostacolare la loro piena ed effettiva partecipazione nella società su base di uguaglianza con gli altri». (Treccani)

Disabili in tivù, come cambiano pubblicità e film

SOCIETÀ Da Forrest Gump allo spot di Sky. Storia dei portatori di handicap in televisione. Non solo messaggi progresso, pure personaggi ordinari. Senza suscitare pietà. Esperimento virtuale: con l'espressione "disabilità in tivù e al cinema" cosa viene in mente? Probabilmente Simona Atzori senza braccia e Giusy Versace con due protesi al posto delle gambe.

Io sono una persona disabile o con disabilità motoria perché è vero che alcune delle mie caratteristiche fisiche (il fatto di non essere in grado di coordinare i movimenti degli arti, per esempio) unite alla presenza delle barriere architettoniche fisiche e culturali presenti a livello sociale, a volte limitano o impediscono la mia possibilità di accesso a esperienze di vario tipo.

METTIAMO L'ACCENTO SULLE RISORSE. Poi, se volessimo trovare il pelo nell'uovo, potremmo notare che anche la definizione di disabilità, ponendo l'accento più sui “limiti” della persona (uniti a quelli del contesto) che sulle sue risorse, sarebbe quantomeno migliorabile. Ma per ora questo è il meglio che ci offre la lingua italiana. Almeno fino a quando qualcuno non si inventerà una parola più adeguata. Volete provarci voi?

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso