Settimana
LA MODA CHE CAMBIA 1 Ottobre Ott 2017 0900 01 ottobre 2017

L'altra faccia delle fake news: il senso di inferiorità

Il New York Times critica la Settimana della moda di Milano. Ma nel mirino non c'è l'eccellenza del sistema produttivo italiano, quanto la capacità di visione del Paese. In questo c’è da migliorare.

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Sfilate di Milano terminate lasciando il campo alla 69esima edizione del Prix Italia della Rai, quest’anno dedicato al tema delle fake news. Telefonata tardo-mattutina dell'amica pr: «Come ti sembra che sia andato il giro stavolta?» La nozione di "giro" comprende ovviamente sfilate, presentazioni, feste, saloni, mostre e la loro frequentazione da parte della stampa e dei buyer italiani e stranieri. Mi pare benissimo, pure volendo escludere gli appuntamenti riservati a noi che di moda, a molti e diversi titoli, viviamo.

INSTALLAZIONI E MAXISCHERMI. Grazie alle installazioni del progetto Milano XL, ai maxischermi che trasmettevano in diretta la maggior parte delle sfilate, alle iniziative aperte al grande pubblico, per la prima volta la città si è accorta della moda per qualcosa di diverso rispetto alle insolite code alle fermate dei taxi. Per la prima volta credo anche di aver ascoltato una sola lamentela, a un incrocio pedonale, da parte di un managerino che forse voleva darsi un tono col capo e che è stato subito rintuzzato da una signora di una certa età, contentissima di «tutta questa bella energia».

ALTISSIMO TASSO DI CELEBRITY INTERNAZIONALI. Le code per visitare le installazioni di Davide Rampello e Margherita Palli sui mestieri della moda e farsi un selfie, il progetto Milano XL voluto dal Mise appunto, sono state un tale successo che la Rinascente ha deciso di tenersi quella che le copre la facciata per un altro mese. E grazie alla prima edizione dei Green Carpet Awards, i premi alla moda sostenibile organizzati alla Scala con un altissimo tasso di celebrity internazionali, pure la portinaia di fronte mi ha fermata per dirmi che bisogna fare attenzione a quello che ci si mette addosso, signora mia.

L'ARTICOLO CRITICO DEL NEW YORK TIMES. L’amica pr, già a Parigi per l’ultima tappa del grande slam modaiolo, non sembra convinta. «Il New York Times dice che siamo marginali nel sistema moda. I Dolce&Gabbana hanno già replicato sul Corriere della Sera». Non ho ancora letto l’articolo originale, le invettive dei D&G sono ormai quotidiane. «Scusa, tu di quante sfilate ti sei occupata?». «Tre e quattro presentazioni». «È venuta la gente che volevate tu e i tuoi clienti?». «Altroché. Abbiamo dovuto lasciarne in piedi almeno cinquanta». «Ordini?». «Mi pare siano partiti bene». E allora? «Eh, ma sai il New York Times è autorevole».

MAI GIUDICARE A CASACCIO. L'autorevolezza altrui. Noi italiani, come diceva quel tal generale tedesco al processo di Norimberga, abbiamo sempre uno zic del “musico” o del lacché nell’animo; mai una volta che citiamo anche il più popolare dei nostri omologhi d’Oltralpe senza farci precedere da un inchino. Giudicare a casaccio o per sentito dire mi pare però una brutta cosa per cui, mentre vedo fiorire le invettive contro il New York Times e i peana ai D&G su Facebook, recupero l'articolo originale e inizio a leggerlo. È firmato da Vanessa Friedman, l'unica collega della stampa internazionale in grado di mescolare politica, storia e attualità con acume e leggerezza; insomma, una delle pochissime che valga la pena leggere.

LA DEBOLEZZA POLITICA SI RIFLETTE NELLA MODA. Il titolo (“Does Milan matter?”, “Milano conta?”) è in effetti parecchio irritante. Ma l’articolo analizza e commenta qualcosa di molto diverso rispetto ai temi che causano tante preoccupazioni all'amica pr e che hanno scatenato i Dolce&Gabbana. Lei, però, non l'ha letto. Ne ha sentito parlare attraverso i commenti sui commenti dei Dolce&Gabbana. L’articolo del New York Times sostiene infatti che la confusione vista su alcune passerelle, la mancata focalizzazione stilistica di molte sfilate, compresa quella, pur spettacolare, di Ferragamo, sembra echeggiare la difficoltà nell’identificazione di un ruolo nello scacchiere della politica europea del Paese.

LA REPLICA SPUNTATA DI DOLCE&GABBANA. «L’Italia è stata, come dire, un player periferico nelle danze fra Macron e Merkel e Trump e May, e i designer sembrano ugualmente confusi sul loro ruolo nel grande sistema della moda». Un giudizio duro, che però non tocca né il sistema produttivo italiano, né la sua eccellenza, come potrebbe sembrare dalla polemica innescata dai Dolce&Gabbana («Qui sappiamo fare tutto, dai bottoni alle etichette dei vestiti. Sono gli altri ad avere paura»). Tocca la sua capacità di visione, il suo slancio intellettuale. Posso, possiamo non essere d'accordo sulla necessità che gli abiti svolgano una funzione sociologica, e da quanto si sta vedendo in questi giorni a Parigi non sembra che la Francia faccia qualcosa di diverso, forse qualcosa di meno, rispetto alla «instant gratification fashion» di cui Vanessa Friedman ci accusa.

UN SISTEMA DA SOSTENERE. Ma se qualcuno mi parla di filosofia non posso rispondere con industria. Se pongo un tema che tocca l’etica e la storia della moda non posso sentirmi rispondere che noi però facciamo dei bottoni fantastici. Lo sanno tutti che facciamo asole, scarpe e borse come nessuno: le facciamo così bene dal Seicento, e infatti sono quattrocento anni che gli osservatori stranieri ci accusano di essere degli ottimi artigiani e dei pessimi teorici dello stile. C’è qualcosa di male in questo? No, c’è solo da migliorare anche in questo, e ci stiamo anche provando. D’altronde, siamo i più importanti produttori di moda d’eccellenza, ma fino all’arrivo di Carlo Calenda e Ivan Scalfarotto al Mise nessun politico aveva fatto un passo a favore del sostegno al sistema della moda nel timore del giudizio popolare.

RICONOSCIMENTI MANCATI. Nelle nostre università, la moda sta faticosamente entrando in questi anni a far parte dei corsi di studi, al contrario di quanto accade nei paesi anglosassoni, e questo fra mille distinguo e pudori. Non abbiamo musei dedicati degni del nome (solo Pitti ha iniziato questo percorso, e chissà che cosa succederà dopo l’uscita dell’attuale direttore degli Uffizi, Eike Schmidt, nel 2020), e la bibliografia italiana su questo tema è davvero scarsa se paragonata a quella inglese, americana, francese. La moda è la seconda voce nel sistema economico italiano, eppure stenta ad essere riconosciuta come tale. L’affrancamento dal pensiero catto-comunista, che affianca la nozione stessa della moda all’inutilità, la vanità, la fatuità, prenderà ancora molto, molto tempo.

NON PIÙ SOLO ARTIGIANI. Ecco perché innescare una contro-polemica su un rilievo che, ad ogni stagione, qualcuno ci fa, non è espressione di grande lungimiranza. È anche piuttosto ridicolo pensare che ci venga fatto «per invidia» o perché «non sappiamo difenderci». Farlo sul solo piano produttivo ci porterà a restare gli eccellenti artigiani che siamo da secoli. In compenso, è proprio commentando per sentito dire che anche una piccola notizia come questa diventa una fake news.

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