Roma: Taverna, contro M5S accanimento
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6 Ottobre Ott 2017 1800 06 ottobre 2017

M5s, emblema del localismo paranoide all'italiana

I grillini del nuovo potere romano sono “sinceramente” convinti di ricevere attacchi strumentali. Abituati a considerare il giornalismo come attitudine pubblicitaria. Che tutto può toccare ma non il loro campanile.

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Magari fossero solo gli indicatori di salute, come testimoniati dall'Istituto Superiore di Sanità: sono gli indicatori di tutto, del vivere comune e civile, del sopravvivere nei limiti della decenza, a raccontare di una Roma impossibile, invivibile. O, come scrive Mario Sechi, «questo sprofondo collettivo, questa noia da monnezza (...), queste urla e bestemmie, queste statue che resistono». Ma la base grillina, e anche qualche maggiorente, non ci sta e cinguetta o latra al terrorismo servile dei media che infangano il buon nome della città, talmente buono che circola la battuta di quelli dell'Isis che, appena ci mettono piede, capiscono che conquistarla è inutile, controproducente e se ne tornano con la coda tra le gambe: meglio le nostre pietraie, meglio le nostre terre coltivate a dinamite. «Perché, prima vivevate in Svizzera?», è sbottata la punk Paola Taverna, sempre più somigliante a Manuel Agnelli. No, in Svizzera no ma neanche a Calcutta e la megalomania grillina tra Re Sole e Maria Antonietta non può cavarsela con questa intolleranza cannibalistica.

TRA LOCALISMO E FANATISMO. I grillini svalvolano, sono sprovveduti su molte cose ma una la hanno imparata subito: che ad accusare di disfattismo chi vede quel che c'è non si sbaglia mai, sia un villaggio senza storia o la Roma della Storia. Prima accusavano Ignazio Marino di infangare sgovernando il buon nome della Città Eterna, adesso accusano di infangare criticando chi non è contento di loro. Il localismo italiano è molto simile nelle sue isterie a tutte le latitudini. È il fanatismo preso in giro da Paolo Villaggio, che ad ogni piazza si sentiva urlacchiare «Lei che è di fuori! Ci dichi: questo è o non è il paese più bello del mondo?» e non tollerano rilievi, perplessità, confronti. Tipo un razzismo da enclave, concentrato come una goccia di caffè nero bollente, ci siamo noi e poi non c'è più niente, c'è il resto del mondo che è brutto e ce l'ha con noi, che non ci conosce e non ci capisce. Con punte di dissociazione grandiose. Mi capitò anni fa di fare un viaggio in Cina con alcuni scarpari marchigiani che, arrivati alla grandiosa muraglia cinese, dicevano: ebbeh, che sarà mai, vuoi mettere il lungomare di Porto Sant'Elpidio?

QUARTIERI SEMPRE PRONTI ALLA PUGNA. Nel 1965 Giorgio Bocca poteva scrivere che «il Nord Milano ha ormai perso le diversità campanilistiche della vecchia Italia (ogni comune la sua storia, il suo castello, la sua piazza, la sua inconfondivile geometria)», ma le diversità campanilistiche riemergono, per reazione, per nostalgia, la “vecchia Italia” essendo una sterminata provincia dalle Alpi al Lilibeo, con rarissime eccezioni e anche quelle frantumate in quartieri l'un contro l'altro eretti come nella Milano della eterna distruzione creatrice. Per cui sempre suscettibili, pronti alla pugna. La storia degli 8 mila campanili d'Italia è antica, sfruttata, la televisione ci campa da una vita, dal primordiale Campanile Sera alle mille varianti dei giochi senza frontiere pieni di barriere, che, in saecula saeculorum, mettono contro quelli di Roccadisopra e Roccadisotto in un tripudio di trombette e di pentole che nessuna globalizzazione può sconfiggere. Certo, una lunga provincia omogeneizzata dalla dittatura consumistica, pubblicitaria. Ma, se ci inciampi dentro, ti stupisce ancora per la virulenza immutabile con cui cova le sue specificità oniriche, le peculiarità identitarie di una identità che non esiste più ma dove anche chi è andato via sogna, immagina bene o male di tornare.

Non c'è un Sud e un Nord, c'è la stessa diffidenza sull'aggressivo-vittimistico che si celebra e si esorcizza, si impedisce di guardarsi dentro all'occorrenza. Un localismo opportunista che per intere stagioni accoglie con ambigua tolleranza gli sciacalli del gossip nero dopo un crimine, si concede alla morbosità televisiva, salvo accorgersi sei o sette anni dopo che il buon nome del paese è stato violato. Allora i politici e i parroci dalla coda di paglia strepitano, trovano il capro espiatorio, stando molto attenti a sceglierlo con chirurgica cautela. Al cronista che ha criticato i borghi del Sud teatro di fatti efferati capita così di ricevere variegate intimidazioni, minacce anche demenziali, «vieni, vieni che prima ti facciamo a pezzi poi ti denunciamo»; gli accade di venire irriso perché ha un parente grave in ospedale.

«QUI NON SARÀ PERFETTO, MA...». Tutto è legittimato dalla fatidica accusa di antimeridionalismo che risolve ogni scrupolo. Ma nella centralissima Fermo, di cui riferisce i misfatti localistici, gli può succedere anche di peggio: «Non ti azzardare! Ma tu che vuoi, come ti permetti, vattene via, che qui non ci sei neanche mai stato». E racconta questi posti da 30 anni, vivendoci bene o male da sempre. Perfino nel quartiere-inferno di Lido 3 Archi, scrivendo che le venti o trenta etnie ivi compresse si tollerano a fatica e si scannano quotidianamente, parte come un meteorite la letterina degli indignados, «qui non sarà perfetto ma bisogna contestualizzare, bisogna dirla la verità, non fare i romanzi». E la verità è che se ogni notte non c'è un morto accoppato poco ci manca e le forze dell'ordine non trovano neanche più i nomi sui citofoni, così il racket della prostituzione e della droga campa tranquillo. Gli stessi che scrivono le lettere, se ti trovano in privato, ti sussurrano, bravo, hai fatto bene, qui è proprio così ma cerca di capire, e poi si lanciano in tortuose narrazioni di politica locale, di consigli circoscrizionali.

Nel profondo Nord la furia campanilistica non muta, a raccontarne gli orrori cambia solo l'accusa: «Terrone, torna da dove sei venuto»

Nel profondo Nord la furia campanilistica, localistica non muta di una virgola, a raccontarne gli orrori cambia solo l'accusa: «Terrone, faccia di m***, abissino, torna da dove sei venuto». Ma gli anatemi, le intimidazioni un po' comiche sono le stesse, precise identiche. Tu non puoi scrivere cosa ti confida l'amico o il parente del Pavese o del Varesotto, «qui il 90% dei giovani è attaccato alla bottiglia o alla siringa e carbura a pasticche, c'è una violenza da far paura e le uniche cose vive sono le zanzare», perché subito si scatena il cafarnao di quelli che ci tengono al buon nome e invocano punizioni esemplari, corporali. Se racconti di follie istituzionali nel Trevigiano, dove qualche sindaco giura fedeltà non alla Costituzione ma a Scientology, sono capaci di scomodare il separatismo austriacante, la Serenissima Repubblica e le nozze col mare del Doge Faliero. Ci sono buchi neri, non-luoghi che sembrano fatti apposta per suicidarsi, ma restano il paese più bello del mondo nell'immaginario disperato di quelli che un dio cinico e distratto ha fatto nascere qui.

EUROPEI SÌ, MA A MODO NOSTRO. Vai un po' a descrivere la cintura del brutto impossibile, oltre il nulla, dell'hinterland milanese. O che altro si può dire di posti come Carugate, dopo Brugherio che già è orrenda, 10 minuti di tangenziale da Milano, ridotto un'unica mostruosa metastasi di centri commerciali, Carrefour, Ikea, Castorama, tutti saldati fra loro, un incubo distopico, una Metropolis claustrofobica del consumo, distese di macchine per chilometri, ingorghi apocalittici, rabbia omicida compressa e poi, la notte, la desolazione lunare di un posto che vive solo di quella furia consumistica, che senza non esiste? Ma provate un po' a dirlo! Un localismo ora fanatico ora calcolatore, che sa come gli convenga restare allineato a parole all'unionismo europeo per non uscire dall'immaginario mediatico e finanziario, ma che nei fatti non perde occasione per dar prova di una insofferenza ringhiosa, a filo spinato già verso il borgo limitrofo, figuriamoci un continente. È l'eurolocalismo degli “europei sì ma come diciamo noi”, di quelli che, se gli porti 15 migranti, dicono che così si stravolge l'identità secolare del Municipio.

L'OMBRA LUNGA DEL CAMPANILE. I grillini del nuovo, effimero potere romano non fanno solo manfrina, in una certa misura sono “sinceramente” esasperati, convinti di ricevere attacchi gratuiti e strumentali. Perché nel loro localismo paranoide sono italiani, anzi arcitaliani come tutti i sedicenti rivoluzionari e si sono abituati a considerare il giornalismo non come esercizio legittimo di cronaca e di critica ma come attitudine pubblicitaria, cooperativa delle pro loco e degli uffici turistici. Quel giornalismo gastronomico che usa oggi, impastato di litote, di formule magiche, di omissioni e connivenze, con le lenti rosa, che agita il gonfalone, l'esotismo vacanziero sponsorizzato dagli enti territoriali, sul picaresco-patinato di Antoine, a fortuna di televiaggiatori come Patrizio Roversi e Syusy Blady. Il peggio che puoi fare a un italiano qualsiasi di uno qualsiasi fra gli 8 mila campanili è costringerlo a fare i conti con la propria comunità, con l'ombra lunga e a volte lugubre del proprio campanile; è mettergli in discussione la dissonanza cognitiva per cui il paese “dove non funziona niente” resta “il più bello del mondo”, quello dove ogni foresto è persona non grata. Allora troverà qualcuno da odiare, allora partiranno le lezioni non richieste, «Ehi, tu! Giornalaio! Qui sei a casa nostra, criticare si può ma attento, sei a casa nostra e devi dire la verità». E intendono il contrario, la verità che piace a loro, la verità che non c'è.

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