Medioevo
14 Ottobre Ott 2017 1500 14 ottobre 2017

La ribellione femminile da stalker e inquisitori nel Medioevo

Dalla fiorentina Umiliana dei Cerchi alla spagnola Tolsà de Ripoll: donne infelici, perseguitate, visionarie. Protagoniste di un'epoca che appare talmente vicina da risultare imbarazzante.

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Pensare alle donne dell’età medievale solo come gaie dame di corte, immortalate negli arazzi con accanto un unicorno (animale mitico che appariva solo alle fanciulle pure) o come silenti monache in preghiera è del tutto sbagliato. Al di là delle grandi figure storiche, e oltre la vita quotidiana dell’epoca già magistralmente indagata dagli storici, il Medioevo conobbe anche forme di ribellione femminile che oggi una storica come Maria Serena Mazzi inquadra nella categoria della “fuga”. Ma fuga da che cosa? Da matrimoni sbagliati, da genitori oppressivi, da canoni religiosi non appaganti, da povertà al limite della sopravvivenza. Il libro di Maria Serena Mazzi Donne in fuga (Il Mulino, pp.180, euro 14) è un po’ l’altra faccia, più oscura e triste, della condizione femminile nell’età di mezzo, narrata con accenti sicuramente più luminosi da Régine Pernoud nel suo La donna al tempo delle cattedrali. Un libro celebre, nel quale si evidenziava come, al di là di pregiudizi e luoghi comuni, le donne potessero svolgere anche nella cosiddetta “età buia” ruoli da protagoniste, portando il loro contributo alla storia e lasciando tracce incancellabili del loro operato.

UNA STORIA DI GENERE. Nel suo Donne in fuga al contrario Maria Serena Mazzi vuole fare storia “di genere”, preoccupandosi di sottolineare la totale mancanza di diritti delle donne e l’impossibilità per loro di trasgredire al ruolo imposto da un tutore maschio: padre, marito, fratello, vescovo, signore feudale. Non si tratta però di una storia della marginalità femminile. Altre pagine raccontano la quotidianità di prostitute, vagabonde e ladre nell’età medievale, pagine come quelle della ricerca di Andrew McCall, I reietti del Medioevo (Mursia). Chi sono allora queste fuggitive? Sono volti, alcuni noti, alcuni meno, di donne che hanno scelto l’instabilità, la non rassegnazione, che hanno provato a seguire una loro vocazione personale e non assegnata da terzi. Come Margery Kempe, mistica e pellegrina, che fece dei suoi viaggi tra la fine del Trecento e i primi anni del Quattrocento la via privilegiata per l’indipendenza. Visitò Roma e la Terrasanta, Assisi e Venezia, abbandonando gli affari e il tetto coniugale. Nonostante i sospetti del clero, si salvò da una condanna per eresia, al contrario di Margherita Porete, arsa viva in piazza a Parigi nel 1310. La sua colpa? Aveva predicato e aveva scritto un libro, Lo Specchio delle anime semplici.

IL RUOLO DELLA RELIGIONE. Ma la religione era dunque per queste donne una via di fuga o una via per conquistare l’indipendenza spirituale? Di certo per alcune donne, come Ildegarda di Bingen o Caterina da Siena o Angela da Foligno, le esperienze mistiche furono la strada per acquisire autorevolezza e prestigio. Per altre, come Brigida di Svezia, furono di incoraggiamento a nuove esperienze di vita. Brigida, alla morte del marito, si mise in viaggio per l’Europa a metà del Trecento, quando imperversava la temibile peste nera, giungendo a Roma e poi a Gerusalemme, con il pensiero rivolto al Cristo che le parlava in estasi e del tutto dimentica dei suoi otto figli. Per altre ancora le visioni furono fonte di sofferenze: Umiliana dei Cerchi, vedova fiorentina, si oppose al volere della famiglia di maritarsi nuovamente e per salvaguardare il suo corpo e la sua anima si rinchiuse volontariamente in una torre.

Le spose infelici diventavano addirittura martiri, come santa Godelive, appartenente alla piccola nobiltà francese e vissuta nell’XI secolo

La ribellione, in qualche caso, andava a buon fine. Lo conferma la travagliata storia di Angela Tolsà de Ripoll, figlia di un nobile cavaliere di Valencia. Dopo la morte del padre la madre condusse a termine per la figlia un contratto matrimoniale con Ramon de Boil, un 11enne rampollo di una importante famiglia valenciana. Angela non ne volle sapere e anche dopo le nozze non si fece mai toccare da quel marito che non aveva voluto, nonostante le minacce e le percosse della madre che la voleva ubbidiente e sottomessa. Angela, 16enne, nel 1496 presentò domanda di divorzio presso la Curia. Fu allora reclusa nel monastero di Santa Caterina, dove nel 1497 un gruppo di uomini armati la rapì per tenerla a disposizione del marito, affinché quest’ultimo la potesse violentare e consumare il matrimonio. Ma il 6 ottobre 1498 arrivò finalmente la sospirata sentenza di divorzio in cui si riconobbe che la giovane era stata accasata contro la sua volontà. Angela sposerà poi un altro nobile, Gastò de Montcada. Un lieto fine che non deve ingannare.

IL MARTIRIO DELLE SPOSE. Le spose infelici diventavano addirittura martiri, come santa Godelive, appartenente alla piccola nobiltà francese e vissuta nell’XI secolo. Dopo le nozze il marito Bertolf la umiliò in ogni modo, tenendola a pane e acqua e trattandola con estrema durezza. La donna fuggì nella casa paterna ma venne riconsegnata al suo carnefice, che la fece strangolare dai suoi servi. Le “malmaritate” venivano punite anche strappando loro i figli, come accadde all’aristocratica Dhuoda (IX secolo) che proprio pensando al figlio lontano, sottrattole dal marito per darlo in ostaggio al re di Francia, scrisse un trattato educativo. Il più antico libro di pedagogia, dunque, si deve ad una donna. La scrittura, in questo caso, fu la via di fuga di Dhuoda. A volte le “malmaritate” non si rassegnavano e ricorrevano alla giustizia: la fiorentina Piera, moglie di Soldo di Iacopo, filatore, denunciò l’ex coniuge per stupro. Quest’ultimo, dopo la sentenza di separazione del delegato apostolico, aggredì l’ex moglie in casa del padre, e la violentò davanti a un gruppo di amici da cui si era fatto accompagnare. Fu in seguito condannato a una pena pecuniaria di 200 fiorini ma poté evitare l’esborso di denaro dietro la promessa di non arrecare più molestia alla ex moglie Piera.

C’erano poi le eretiche: le donne che avevano aderito al catarismo e al credo dei valdesi allarmavano il clero in modo particolare per la loro tenacia e perché, se sospettate, si davano alla latitanza da sole o con le amiche di avventura. Se catturate, venivano torturate affinché abiurassero. L’episodio più cruento fu il rogo collettivo dei catari fatti prigionieri a Montségur: perirono circa 250 eretici, uomini e donne. Quanto alle streghe, la storiografia ha ormai accertato che la vera e propria caccia a queste donne si realizzò nel pieno Cinquecento. Ma già a metà del Trecento l’Inquisizione puntava l’indice pericolosamente contro le guaritrici, che non facevano incantesimi o magie, ma aiutavano a modo loro le persone sofferenti guarendole con erbe e invocando i santi locali (e questa era appunto la pratica superstiziosa che nei processi veniva considerata alla stregua di un sortilegio).

UNA ETÀ RIPUDIATA. Una guaritrice era Benvenuta Benincasa, processata a Modena nel 1370 e graziata dall’inquisitore Tommaso da Camerino. Preparava filtri incantatori, invece, Margot de la Barre, processata a Parigi nel 1390 e morta sul rogo. Era solo l’incolpevole amante di Paolo dei Rondinelli la giovane Caterina, di umili condizioni sociali. Processata a Firenze nel 1375, fu accusata di avere ammaliato il patrizio Paolo, di avergli fatto la fattura operando su un’immagine di cera che ne riproduceva le fattezze, di avere acceso in lui la peccaminosa concupiscenza istigata dal demonio. Prima che arrivasse la sentenza, fortunatamente, la bella Caterina si diede alla fuga salvandosi la vita. Eccole quindi, le donne in fuga. Infelici, perseguitate, ribelli, visionarie. Esistevano anche nel Medioevo, esisteranno nella cosiddetta “età borghese”. Esistono oggi, e sono numerosissime. Per questo il Medioevo, età ripudiata in nome del progresso e della razionalità, appare oggi – nel suo lato oscuro – «talmente vicino da risultare imbarazzante».

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