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ABILE A CHI?
21 Ottobre Ott 2017 1400 21 ottobre 2017

Legge di bilancio, l'Italia tradisce i disabili e chi se ne prende cura

Pur riconoscendo a livello formale l'esistenza del ruolo del caregiver, sostanzialmente non gli si dà alcun diritto. Così il nostro Paese si dimostra, una volta di più, in colpevole ritardo rispetto all'Europa. 

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È ogni volta molto rassicurante constatare come le persone con disabilità siano sempre nel cuore dei nostri governanti: nella Legge di bilancio 2018 la voce “disabilità” non compare nell'elenco degli interventi principali previsti quest'anno. Non rientra ancora nella Legge di bilancio la misura riguardante il diritto di pensione anticipata per i beneficiari della legge 104/92. A dire il vero, anche ora, esiste una piccola tutela previdenziale, che però non riguarda tutti i fruitori dei permessi legge 104 (Art.33, Co.3, L. 104/1992): si tratta della possibilità di pensionarsi avvalendosi dei requisiti validi prima della legge Fornero, tramite la Settima salvaguardia (misura contenuta nella Legge di Stabilità 2016 che ha permesso a 26.300 lavoratori inseriti in specifici profili di tutela, la possibilità di mantenere le previgenti regole di pensionamento). Il provvedimento, infatti, garantisce il diritto alla pensione con i requisiti pre-Fornero solo a 3 mila lavoratori che nel 2011 hanno usufruito del congedo straordinario per l'assistenza a disabili. Un numero molto esiguo.

L'ESERCITO DEI CAREGIVER. Non altrettanto ridotta è la quantità di persone che, in Italia, si prendono cura di un loro familiare con disabilità: parliamo di più di 1 milione di concittadini, il 40% dei lavoratori. L'esigenza di un riconoscimento formale e sostanziale dei diritti (e non solo dei doveri) di chi assiste una persona con disabilità è sempre più urgente, tanto da spingere il Coordinamento Nazionale Famiglie Disabili a presentare, già nel 2015, una petizione al parlamento europeo sulle violazioni dei diritti umani dei caregiver familiari o “informali” (per distinguerli da quelli che esercitano una professione di cura, es. badanti: d'ora in poi, saranno indicati con il solo termine “caregiver”o “prestatori volontari di cura” o “prestatori di cura”) in Italia. Immediatamente successivo alla petizione, è stato il ricorso, presentato al Comitato delle Nazioni Unite per i Diritti delle Persone con Disabilità da parte dello stesso Comitato, allo scopo di denunciare il mancato riconoscimento dei prestatori volontari di cura italiani a livello legislativo.

La Francia prevede il diritto di andare in pensione a 65 anni per coloro che hanno dovuto rinunciare al proprio lavoro retribuito per assistere una persona cara per almeno 30 mesi

Due anni dopo, ovvero poche settimane fa, lo Schema di testo unificato sui Disegni di Legge nn. 2048, 2128 e 2266, depositato in parlamento, sancisce il ruolo e le finalità del Prestatore Volontario di Cura (come definito dall'art.3 del documento). Nel testo sono previste inoltre strategie di valorizzazione e sostegno del prestatore volontario di cura, ad esempio, opportunità formative, servizi di supporto psicologico di esperti e reti di sostegno informale allo scopo di ridurre il rischio di un suo isolamento sociale. Le “zone grigie” della proposta, tuttavia, non mancano. Innanzitutto il relatore Pagano puntualizza che «il testo proposto non comporta oneri aggiuntivi di finanza pubblica, perché orienta l'attività delle regioni e delle province autonome, nell'ambito del riparto costituzionale di competenza tra queste e lo Stato, e rimanda alla sessione di bilancio la quantificazione delle risorse che lo Stato destinerà a favore dei prestatori volontari di cura che sono identificati nel testo proposto». Il numero di risorse che lo Stato destinerà ai caregiver sarà quindi determinata dalla Legge di bilancio annuale.

SCOMPAIONO LE TUTELE. Secondariamente, se da un lato è sicuramente apprezzabile l'attenzione alla “salute psicologica”, per così dire, del prestatore volontario di cura, dall'altro non possiamo fare a meno di notare la magica scomparsa di alcune tutele, presenti invece nel ddl Bignami (una delle senatrici che ha presentato, a prima firma, uno dei tre disegni di legge sul tema; gli altri due sono stati presentati a prima firma dai senatori Angioni e De Pietro, rispettivamente i ddl n°2266 e n°2048). Non più pervenute, infatti, le tutele previdenziali (la proposta prevedeva la copertura di contributi figurativi, equiparati a quelli per il lavoro domestico, a carico dello Stato, per il periodo di assistenza e cura effettivamente svolto), per il reddito (il ddl introduceva la possibilità del telelavoro, con l'obbligo, per il datore, di promuovere le condizioni necessarie per un effettivo espletamento delle mansioni professionali in questa modalità), per le malattie professionali e per la copertura assicurativa a carico dello Stato, con rimborso delle spese sostenute per la vacanza assistenziale nei periodi di impossibilità di prestare il lavoro di cura.

UN TESTO DELUDENTE. Il testo appare perciò abbastanza deludente in quanto, pur riconoscendo a livello formale l'esistenza di questo importante ruolo, sostanzialmente non gli dà alcun diritto. Ma qual è la situazione nel resto d'Europa? Di seguito alcuni esempi. In Finlandia il Comune paga direttamente al caregiver un'indennità sulla base dei bisogni della persona assistita sulla base di un accordo stipulato con il prestatore volontario di cura per la fornitura del servizio di assistenza, formulato all'interno di un piano individualizzato. La Svezia, oltre a un servizio di supporto psicologico e a occasioni formative, offre la possibilità di assistenza domiciliare sostitutiva gratuita alla persona disabile oppure il suo soggiorno in spa dove si occupano della sua cura, per permettere di andare in vacanza al prestatore di cura di riferimento. La Francia prevede il diritto di andare in pensione a 65 anni per coloro che hanno dovuto rinunciare al proprio lavoro retribuito per assistere una persona cara per almeno 30 mesi. Inoltre, ai fini contributivi, il periodo dedicato all'attività di caregiving è assimilato all'impiego.

Riconoscere ufficialmente la figura del caregiver familiare anche a livello economico comporterebbe probabilmente un risparmio per lo Stato

In Inghilterra, già nel 1995 con l'approvazione del Carers Recognition and Service Act e, successivamente, con il Carers and Disabled Children Act del 2000, al familiare che assiste una persona con disabilità è stato riconosciuto il diritto alla valutazione dei propri bisogni e nel 2010, con la strategia Recognised, Valued and Supported: Next Steps for the Carers Strategy, il governo ha stabilito una serie di priorità mirate a supportare i caregiver sia materialmente che psicologicamente. La Germania ha istituito dei centri di informazione, i “Pflegestützpunkte”, presso cui un caregiver e le persone bisognose di cura possono ricevere gratuitamente informazioni in merito ai servizi sociali e di supporto. Questi centri cooperano con tutti i servizi socio-assistenziali. In Spagna, almeno fino al 2012, il caregiver doveva sottoscrivere un accordo con l'ente di sicurezza sociale, che serviva a vincolarlo alla cura (non poteva però sottoscriverlo nel caso in cui avesse avuto già un lavoro retribuito, a meno che non ne riducesse l'orario, o se fosse stato pensionato, o se fosse stato beneficiario di un assegno di disoccupazione). In caso di interruzione del proprio lavoro, il caregiver spagnolo mantiene la base contributiva dell'attività interrotta.

QUANDO CI ALLINEEREMO ALL'EUROPA? La Grecia, benché economicamente messa peggio di noi, dà diritto al prepensionamento del caregiver dopo 25 anni di contributi versati. Nel 2011 la spesa destinata alle persone con disabilità è stata pari al 5,8% della spesa complessiva in protezione sociale, a fronte del 7,7% della media europea (Rapporto annuale Istat 2014). Ciò nonostante, nel documento statistico dell'Istat allegato alle “Disposizioni in favore delle persone affette da disabilità grave prive del sostegno familiare” dell'anno 2016, si riporta che le spese dei Comuni italiani per il mantenimento di persone autosufficienti all'interno di strutture comunitarie e residenziali ammonta a 140.637.436 euro (3.749.995 euro per le sole strutture residenziali). Riconoscere ufficialmente la figura del caregiver familiare anche a livello economico comporterebbe probabilmente un risparmio per lo Stato. Oltre, naturalmente, a incentivare la permanenza delle persone con disabilità all'interno del proprio contesto di vita, condizione quantomai auspicabile per la salute e il benessere di ciascuno. Quanto dovremo ancora aspettare per allinearci con il resto d'Europa?

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