Buone Maniere
LA MODA CHE CAMBIA
22 Ottobre Ott 2017 0900 22 ottobre 2017

La grande bellezza dell'educazione

A nulla serve una laurea senza il rispetto e le buone maniere. Ma sempre più giovani ne sono privi, convinti loro malgrado che l'ascensore sociale passi per altre vie. Ecco perché gioverebbe un corso di studio.

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«Scusi». Fuori dalla basilica dei Santi Ambrogio e Carlo, nella trasversalissima via del Corso, due ragazze un po’ scarmigliate con minigonna di pelle, anfibi e calze nere si avvicinano alla piccola folla che sta attendendo l’uscita degli sposi. «Posso dire una cosa? Come siete tutti belli». E si ferma, con molti altri, ad aspettare la nuova coppia, che esce dopo quasi mezz’ora: le firme di tutti i testimoni hanno preso molto tempo, l’alto prelato che ha celebrato il matrimonio si è trattenuto più a lungo del previsto e le famiglie sono entrambe molto care alla Chiesa di Roma. La sposa è radiosa sul serio, vestita di broccato d’argento e crema come la Cenerentola di Perrault, accollatissima, con il lungo velo di pizzo di famiglia sul capo. Gli uomini sono in tight, portano tutti alla boutonnière il lisianthus bianco che è stato offerto all’ingresso in chiesa; le signore non sono truccate in modo visibile, ma hanno tutte un’acconciatura in testa. Qualcuna non ha resistito e si è scelleratamente incoronata di piume e organza nere, ma l’effetto generale, pur fra tanti colori, è di leggera armonia, di pacata uniformità: non c’è riso gettato a infastidire gli sposi, nessuno urla, giusto uno spontaneo battimani, qualche pacca sulle spalle dello sposo, che indossa la divisa dei Cavalieri di Malta.

QUEI TURISTI RAPITI DALLA BELLEZZA. Decine di turisti si fermano per immortalare la scena: «How beautiful». La domanda alla ragazza con gli anfibi su cosa farà mai delle foto è quasi obbligatoria: «Me le archivio, magari me viene n’ispirazione se me dovessi sposà» e ride, con uno sguardo dritto e limpido. E allora, mentre ti incammini in corteo dietro alla sposa, ti viene da pensare al ragazzo che l’altro giorno, in metropolitana, ti ha fermato per segnalarti che ti è scivolata a terra la penna, ma non te l’ha raccolta, un impulso buono e un segno di ineducazione, e agli studenti che da qualche anno, quando li incontri davanti al corridoio del secondo piano che è particolarmente stretto, ti sciamano davanti senza cederti il passo e sai che non lo fanno per mancanza di rispetto, anzi il “rispetto” è una delle parole che più fioriscono sulle loro labbra, ma perché nessuno ha mai detto loro che a una signora il passo si cede, per “rispetto” e per “cortesia”.

L'ARMONIA CHE AFFASCINA E COLPISCE. Nessuno l’ha insegnato loro; né la famiglia, né la scuola. Eppure, l’armonia – perché è questo che intendono per “bellezza” – li colpisce, li affascina; probabilmente la desiderano. Eppure, questa armonia, questo mondo dove le regole non sono costrizione ma, appunto, rispetto, socialità, controllo, viene loro negato in virtù di una presunta uguaglianza e di una “naturalezza”, che in realtà impedisce loro di salire sul famoso “ascensore sociale” che la politica attribuisce unicamente agli studi e in particolare all’ottenimento di una laurea, ma che invece si basa moltissimo sulle regole del vivere e dell’educazione; sull’armonia appunto.

La generazione dei 20-30enni ignora le più elementari regole del vivere civile pur rimanendone oscuramente affascinata ogni qualvolta vi si imbatta.

Qualche mese fa, la casa editrice Il Mulino ha dato nuovamente alle stampe un saggio del 1969 del grande sociologo Norbert Elias, La civiltà delle buone maniere: la sua analisi prende le mosse dal processo di feudalizzazione dell’Occidente, dal graduale decentramento dell’autorità e della terra avvenuto all’epoca della disintegrazione del grande impero carolingio, che porta progressivamente all’affermazione delle signorie territoriali e alla loro progressiva trasformazione in centri di convergenza di molte persone, cioè “corti” nel senso moderno del termine.

BUONE MANIERE PRODOTTO DELL'EVOLUZIONE CULTURALE. Analizzando poi il processo di curializzazione dei cavalieri, la loro necessità di uniformarsi alle regole, ai riguardi e alle cautele propri di una corte, e (per dirla in estrema sintesi) alle sue ricadute progressive verso gli altri strati della società, Elias definisce dalla prospettiva singolare della «buona educazione» il processo di civilizzazione dell’Occidente. Usare le posate per mangiare, evitare di sputare nel piatto, soddisfare in privato i bisogni fisici ci sono sembrati fino all’altro ieri (fatti salvi gli accoppiamenti in pubblico e sotto i flash che sono l’ultima frontiera dell’esibizionismo autocelebrativo) comportamenti del tutto naturali, mentre sono il risultato di un’evoluzione culturale.

SCIENTEMENTE PRIVATI DELLE REGOLE. Qualcosa però, negli ultimi anni, è saltato: il combinato disposto fra la sensazione di onnipotenza favorita dall’uso dei social, l’idea populista dell”uno vale uno” e il disinteresse della scuola e della grande maggioranza delle famiglie per l’educazione formale, quella che un tempo si definiva nella locuzione di “buone maniere”, ha fatto sì che la generazione dei 20-30enni ignori le più elementari regole del vivere civile pur rimanendone, appunto, oscuramente affascinata ogni qualvolta vi si imbatta. Percepisce l’esistenza di un mondo diverso, un mondo che istintivamente le piace, eppure viene scientemente privata delle regole per accedervi.

UNA LAUREA NON SERVE SE NON SI SA STARE A TAVOLA. Un tempo, banche e aziende assumevano giovani venditori per il loro talento commerciale, ma imponevano a tutti corsi di buone maniere e di dizione. Sapevano che un incolto, un ineducato, non avrebbe mai avuto accesso ai vertici delle società e con i grandi imprenditori con i quali volevano fare affari. Sapevano che una laurea non basta, se non si sa stare a tavola. Sapevano che l’armonia, la bellezza, contano. Per questo, è profondamente ingiusto che nessuno più ne faccia argomento di studio. Significa deviare il corso dell’ascensore.

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