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ABILE A CHI?
18 Novembre Nov 2017 1400 18 novembre 2017

Le violenze sui disabili e l'eredità tradita della legge Basaglia

Persone deputate all'assistenza che si trasformano in aguzzini: vicende recenti ci dimostrano che non è una piaga dimenticata. Ed è un dovere intervenire, innanzitutto a livello comunitario.

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Don Angelo Bertolotti, il sacerdote arrestato venerdì 10 novembre dalla polizia a Piacenza, si trova ora agli arresti domiciliari con l'accusa di presunti maltrattamenti nei confronti degli ospiti del centro Manfredini, da lui fondato e diretto. Pare che gli abitanti del centro, persone con disabilità fisica e psichica, abbiano subìto maltrattamenti sia fisici che psicologici per mano di don Angelo e che gli indizi di queste offese si basino su intercettazioni audio video ottenute grazie a telecamere nascoste che erano state posizionate nell'istituto dagli agenti della polizia. Non vogliamo commettere l'errore di riferirci a don Bertolotti come un reo, questo sarà la giustizia a stabilirlo, anche se non sarebbe la prima volta che un cosiddetto “servo di Dio” commette qualche reato contro una persona (ricordiamo, ad esempio, il gravissimo scandalo sugli abusi sessuali da parte del clero a danno di minori), alla faccia della carità cristiana.

LA RIVOLUZIONE BASAGLIA. Tuttavia prendiamo spunto da questa vicenda, ancora in via di risoluzione, per avviare una riflessione sul trattamento inumano e/o lesivo della dignità personale che, purtroppo, ancora oggi, viene riservato in alcune, non tutte e speriamo vivamente non la maggior parte, strutture, residenziali e non, che ospitano persone con disabilità. Nel 2004 ho avuto il grandissimo onore di svolgere il secondo semestre dell'anno di tirocinio obbligatorio post lauream presso l'ex ospedale psichiatrico di Trieste. L'ex manicomio cittadino, in parole povere. In quel periodo lavoravano ancora lì alcuni dei collaboratori di Franco Basaglia, lo psichiatra che, attraverso la legge 180/78, pose fine all'esistenza dell'istituzione totale manicomiale. Mariuccia Giacomini, ex infermiera basagliana, purtroppo deceduta nel 2014, aveva iniziato la professione ai tempi del manicomio ed era stata una delle protagoniste e testimoni della rivoluzione iniziata dal famoso psichiatra e dalla sua equipe.

Franco Basaglia.

Lei mi raccontava di aver lavorato, prima della 180, nel reparto delle “tranquille” e che la sua mansione giornaliera principale consisteva nel sedere in un cerchio con le pazienti più “mansuete” appunto, ossia quelle che non avevano crisi o comportamenti violenti, controllandole e aspettando la fine del suo orario di lavoro. Le sue pazienti, sedute in circolo, non facevano assolutamente niente e il suo ruolo era quello di “infermiera carabiniere”. All'epoca operare con questa modalità era normale, così come usare camicie di forza e letti di contenzione nei reparti degli uomini e delle donne “agitati”. Per non parlare degli elettroshock e delle lobotomie, due dei forse più atroci trattamenti contro l'umanità, autorizzati e praticati dal sistema sanitario nazionale fino a 50 anni fa. Per Mariuccia, quindi, all'inizio è stato sconvolgente udire frasi come: «Aprite le porte dei reparti e lasciate i degenti in libertà» oppure avere indicazioni quali permettere ai pazienti di decidere in libertà cosa fare della propria giornata, previa la tutela della loro e altrui integrità psicofisica, ovviamente.

UNA SVOLTA CULTURALE. Poi però, quando il movimento antipsichiatrico ha preso piede, acquisendo una forza sempre più dirompente, è diventato normale, per lo meno in certi ambienti, sentire ragionamenti, nonché vedere e sperimentare prassi operative che considerassero i “matti” non più esseri privi di pensieri, emozioni, volontà, ma persone dotate di dignità e risorse utili a se stessi e agli altri. Ad ospitare i pazienti, non più il manicomio, ma, ad esempio, i gruppi appartamento in cui un numero ristretto di utenti, coadiuvati da operatori, imparavano e imparano ancora oggi a diventare autonomi e a interagire con la comunità. Un processo simile è capitato alle persone con disabilità fisica: pure loro, fino a circa metà degli Anni 60, erano ospiti di istituti, in cui non erano sottoposti a elettroshock e lobotomie e nemmeno contenuti con camicie di forza ma certamente subivano maltrattamenti e abusi di potere. Anche per loro la seconda metà degli Anni 60, all'incirca, ha segnato il passaggio caratterizzato dall'uscita dagli istituti, alla fondazione di comunità autogestite, in cui disabili e non, coabitavano insieme, si sposavano, facevano figli, lavoravano, eccetera.

E ORA TORNIAMO INDIETRO? Una delle prime a nascere è stata la Comunità di Capodarco di Fermo, nelle Marche, nel 1966. Ogni comunità aveva le sue caratteristiche, regole e peculiarità ma credo si possa affermare che l'elemento comune fosse la promozione dell'autodeterminazione, dell'autonomia e della vita indipendente. Gli abitanti con disabilità non erano più considerati “ospiti” ma inquilini, non più “oggetti di cura”, ma soggetti pensanti e liberi di agire, desiderare, progettare il proprio presente e futuro. Eppure, negli ultimi anni, in alcuni casi stiamo assistendo ad una brusca inversione di tendenza rispetto al passato più recente. Se fossero vere le accuse nei confronti di don Bertolotti, il caso del centro Manfredini, ne costituirebbe già un esempio lampante. Ma anche senza arrivare a casi così estremi - secondo quanto riferito dagli inquirenti - gli ospiti, oltre a subire insulti, a scopo punitivo, sarebbero stati schiaffeggiati, chiusi in uno stanzino al buio, costretti a stare per lungo tempo in piedi o in ginocchio, minacciati di non ricevere il pasto, ci sono altre realtà oggi, nel nostro Paese, in cui vengono riproposte dinamiche per certi aspetti simili a quelle agite nelle istituzioni totali di una volta.

Per esempio, agli inizi degli Anni 2000, quando ero maggiorenne da un po', mi è capitato di soggiornare per cinque giorni in una comunità per donne con disabilità per lo più fisica, fondata a Trieste da una fondazione religiosa. Era una prova: avrei dovuto trasferirmi per svolgere il semestre di tirocinio e stavo cercando un alloggio accessibile e delle persone che mi assistessero nello svolgimento delle varie mansioni della vita quotidiana (lavarmi, vestirmi, nutrirmi, ecc.). Il giorno del mio arrivo c'era un sole splendido, pur essendo inverno, e così, dopo aver pranzato con le altre ospiti, ho palesato l'intenzione di uscire da sola a visitare la città con la mia carrozzina elettrica. Mi è stato risposto che non avrei potuto uscire perché la direttrice della comunità non era presente e ne la sua vice (una suora laica), ne le o.s.s. presenti volevano assumersi la responsabilità nel caso mi fosse capitata qualche disgrazia fuori dalla struttura.

CONTROLLI A VISTA. Ho ribattuto che nessuna di loro avrebbe dovuto sentirsi responsabile della mia incolumità ne tantomeno delle ipotetiche disgrazie che avrebbero potuto abbattersi su di me, in quanto, essendo maggiorenne e capace di intendere e di volere, ero in grado di badare a me stessa e accettare consapevolmente i rischi delle mie decisioni. Sono quindi scesa in giardino e stavo dirigendomi verso l'uscita, quando ho visto il portone, comandato elettronicamente, chiudersi davanti ai miei occhi. L'avevano fatto apposta e non mi è rimasto altro da fare che rientrare in comunità. Quel giorno sono stata controllata a vista e, ogni volta che mi apprestavo a scendere in giardino, ero sottoposta a domande da terzo grado, volte ad indagare le mie intenzioni. La sera alle ospiti veniva regolarmente fatta l'igiene personale entro le ore 21, su per giù, e dopo quell'orario venivano rigorosamente allettate, sebbene, concordandolo con la compagna di stanza, si potesse tenere la luce accesa anche dopo.

E REGOLE "MISTERIOSE". Quando ho chiesto alla o.s.s. che si stava occupando di me, di lavarmi i piedi, mi ha spiegato che di regola potevano venire lavati solo in un giorno preciso a settimana, in occasione della doccia. Ovviamente, il giorno designato, non era quello in cui avevo fatto la richiesta. Alquanto sconcertata dalla risposta, ho avuto persino l'ardire di chiedere di poter essere aiutata a lavarmi i denti. L'operatrice mi ha guardata in modo strano ma mi ha accontentata e, quando ha finito di sistemarmi, si è allontanata. Dieci minuti dopo sono stata raggiunta dalla vicedirettrice, la suora laica, che mi ha perentoriamente informata in merito alla regola di lavarsi i denti solo ed esclusivamente al mattino per non oberare di lavoro l'operatrice. Al posto di lavarmi i denti, la sera avrei potuto usare la gomma da masticare, ha consigliato. Mi risulta che l'operazione di lavarmi i denti possa essere eseguita in pochi minuti, anziché in ore e che quindi non avessi oberato la povera o.s.s. Ma soprattutto mi chiedo: perché l'operatrice non ha avvertito direttamente me di quella regola, invece di “far la spia” alla suora laica? Questa domanda è destinata a rimanere inevasa.

Ci auguriamo che, a livello comunitario, si riesca ad andare sempre di più nella direzione di una responsabilità condivisa nella gestione di situazioni di fragilità di particolari individui o gruppi

Dulcis in fundo, la mia compagna di stanza era una signora anziana con un po' di demenza senile. Quella notte, la prima che trascorrevo in comunità, mentre stavo dormendo, s'è svegliata e ha chiamato la famosa o.s.s. che mi aveva lavato i denti. Quando lei è entrata in camera, chiedendole se avesse bisogno, la signora ha risposto che ero io ad aver bisogno e ad averle chiesto di chiamare l'operatrice (l'ho scritto che era, per così dire, un po' fuori di testa). La o.s.s. mi ha visto addormentata e mi ha appositamente svegliata, chiedendomi se l'avessi chiamata e di fronte al mio super assonnato no, mi ha più volte ripetuto la medesima domanda per sincerarsi che la mia risposta fosse sincera. Niente male come primo giorno, eh?

L'AGUZZINO CHE NON TI ASPETTI. Questo aneddoto, come anche la brutta vicenda successa al centro Manfredini, ci dimostra come, ahinoi, ci siano ancora contesti in cui, approfittando della loro posizione di potere, coloro i quali, per ruolo, sarebbero deputati alla cura e assistenza delle persone con disabilità si trasformino, in realtà, nei loro aguzzini. Ci auguriamo che, a livello comunitario, si riesca ad andare sempre di più nella direzione di una responsabilità condivisa nella gestione di situazioni di fragilità di particolari individui o gruppi, in modo da ridurre il rischio che si verifichino abusi di potere e violazioni dei diritti umani nei confronti di tutte quelle persone che hanno minori possibilità di difendersi.

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