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L'ULTIMO MARXIANO
19 Novembre Nov 2017 0739 19 novembre 2017

Contro l'élite finanziaria ripartiamo dal concetto di classe sociale

La plebe moltitudinaria è sempre più frammentata. Occorre recuperare innanzitutto la teoria per organizzarsi. E agire coralmente nel nome dell'interesse comune.

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L’ininterrotta liquidazione della categoria sociologica, filosofica e politica di classe come moneta fuori corso tradisce le tracce di un esorcismo analogo a quello con cui il pensiero unico ripete a oltranza che Marx è morto con il solo scopo di scongiurarne la presenza di promotore di una promessa di felicità più degna di quella disponibile e di critico inossidabile delle contraddizioni che non hanno smesso di innervare la società di mercato. L’aristocrazia finanziaria diffonde come universali le idee glorificanti il proprio dominio di classe: e, con movimento simmetrico, mette in congedo quelle in grado di smascherarle e di ricostituire anzitutto a livello teorico il campo del conflitto biunivoco tra Servo e Signore. A suffragarlo è, d’altro canto, il fatto che già il 22 aprile del 1992, Margaret Thatcher, dalle pagine del Guardian, potesse sostenere disinvoltamente che «quello di classe è un concetto comunista. Raggruppa le persone e le pone l’una contro l’altra».

L'ABBANDONO DELLA CATEGORIA DI CLASSE. Con questo mal celato esorcismo, rivelava l’inganno. E rendeva palese l’ideologia sottesa alla dichiarata inattualità di una categoria che, per sua stessa natura, non può essere ammessa nel tempo della neolingua forgiata dal neo-orwelliano Ministero della Verità. In antitesi con il teorema di Margaret Thatcher, l’oggi egemonico abbandono della categoria di classe non ha, ovviamente, segnato la fine della contrapposizione delle persone le une contro le altre secondo quella logica classista che permarrà fintantoché sopravviverà il modo capitalistico della produzione: ha semplicemente determinato che le “persone” della classe del Signore stanno massacrando, senza incontrare risposta, le “persone” della classe del Servo. L’eclissi della teoria della lotta di classe non ha comportato, dunque, il venir meno della lotta di classe: ha solo impedito ai dominati, frammentati in una plebe moltitudinaria di solitudini sofferenti, di averne contezza e di organizzarsi nelle risposte agendo coralmente come classe in sé e per sé.

La fragilità di queste e analoghe argomentazioni, che semplicemente predicano l’avvenuto superamento e l’obsolescenza – al fine di favorirli – delle categorie conflittuali e non omologate (alienazione, sfruttamento, imperialismo, ecc.), si manifesta quand’anche solo si consideri che, in fondo, un discorso filosofico-politico centrato sulla nozione marxiana e lukácsiana di classe permette oggi di rendere lampante il conflitto nella sua verticalità, nella sua dialettica tra Servo e Signore, per diversi che siano rispetto a un tempo i due soggetti della lotta per quel che concerne la loro composizione e la loro coscienza.

UNA CONFLITTUALITÀ LATENTE. Per approssimativa e non esaustiva che possa essere, la categoria di classe presenta l’indubbio vantaggio, filosofico-politico più che sociologico, di far brillare quella conflittualità latente e in ogni modo occultata che permea la società frammentata della fase assoluta e flessibile. Non è, del resto, sufficiente liquidare la categoria di classe con l’argomentazione sociologica secondo cui la base dei lavoratori, comunque li si voglia intendere, è contraddistinta da una forte disparità di reddito, di competenze e di provenienza. Un simile argomentazione, infatti, si fonda – con le grammatiche di Hegel – sulla “vuota profondità” di un sociologismo miope, che trascura en bloc la dimensione filosofica e politica: e, in tal maniera, si preclude la possibilità di decifrare la conflittualità e finisce, volens nolens, per porsi al servizio dell’aristocrazia finanziaria e della sua rivolta.

IL NEMICO NEO-FEUDALE. Per suffragare la tenuta del concetto di classe nell’odierno orizzonte, è sufficiente mostrare non già che non vi siano disparità distributive interne a una data classe, bensì che la disomogeneità entro le classe sia meno consistente di quella tra le classi. Su queste basi, il Servo precarizzato, per disomogeneo e non uniforme che sia nella propria composizione, costituisce indubbiamente una classe differente – per basi materiali e per interessi – rispetto a quella del Signore mondialista, che certo si presenta come più compatta e, anche per questo, come dotata essa soltanto di coscienza. I ceti medi superstiti (e non ancora precarizzati dalla dinamica gestita dal Signore globalista) e il proletariato ridefinito come precariato sono oggi assai più vicini tra loro – per posizione e per interessi – di quanto non possano esserlo rispetto all’élite neo-feudale, che, come si diceva, è il loro principale nemico.

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