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LA MODA CHE CAMBIA
26 Novembre Nov 2017 0900 26 novembre 2017

Quelli che lavorano da sempre anche il Natale. Io, per esempio

I furbetti del contrattino sono una categoria che alberga in ogni settore, tranne dove ci si rimbocca le maniche costantemente alle feste comandate. Senza lamentarsi e anzi considerandolo un tema acquisito.

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Due notizie della cronaca della moda e dello shopping di queste ore di cui sicuramente avrete letto: la protesta dei lavoratori di Amazon in Italia e in Germania nel giorno più fruttifero dell’anno, il Black Friday, e la decisione di un impianto di valorizzazione svedese di trasformare le montagne di abiti invenduti di H&M come combustibile. Entrambe le notizie, in apparenza lontane, dovrebbero farci riflettere sul ruolo che ha assunto la nostra smania di acquisto, la compulsività di cui riempiamo ogni momento libero di shopping e l’infernale processo che abbiamo innescato per la soddisfazione continua, immediata e a basso costo dei nostri desideri. Costo anche umano, senza dubbio.

UN SEGNALE PER BEZOS. Raramente mi trovo d’accordo con i sindacati: la decisione delle sigle principali di indire una protesta per favorire «corrette relazioni industriali, salari adeguati e tutela della dignità dei lavoratori», come ha segnalato, in una nota di sostegno a Fisascat e Felsacisl, Annamaria Furlan di Cisl, mi pare però un segnale di cui Jeff Bezos, nella sua immensità, potrebbe tener conto e anche se, per garantire la consegna dei pacchi che noi bramiamo ricevere entro ventiquattr’ore, pena la perdita della “emozione” e dell’affezione ai nostri acquisti per l’appunto compulsivi, i lavoratori che protestavano sono stati sostituiti con interinali selezionati a tappeto in tutta Italia in poche ore, e ben contenti di prendere il posto di chi li fischiava per poche ore. Il lavoro deve essere dignitoso della persona, sottolineiamo noi dall’Europa dove questi diritti sono nati e che intendiamo giustamente ricordare.

I FURBETTI DEL CONTRATTINO. Epperò. Prima delle tutele, o in luogo di tutele maggiori, arriva sempre la voglia e il bisogno di lavorare di chi il lavoro non ce l’ha oppure, come ho sentito in un caso simile a questo con le mie orecchie qualche mese fa, durante la protesta in un outlet, aspetta solo di ottenerlo a tempo indeterminato per iniziare a protestare, sereno e tutelato, evitando di «farsi le feste e i Natali al lavoro come l’anno scorso». I furbetti del contrattino, una volta ottenuto catch me if you can, prendimi se ce la fai, sono infatti una categoria che alberga in ogni settore, tranne in quelli che lavorano da sempre alle feste comandate, senza lamentarsi e anzi considerandolo un tema acquisito, superato e del tutto nell’ordine delle cose.

Non sto (solo) parlando di noi professionisti, precari per natura e non sempre per scelta, di cui i sindacati si occupano mai non essendo noi una base interessante e stabile sulla quale costruire sistemi di potere (un operaio assunto il tuo obolo e il tuo consenso te lo dà quasi con certezza ed è materia umana facilmente rintracciabile, i professionisti molto meno), ma di tutte le categorie che lavorano a Natale, a Capodanno, la domenica, e di cui diamo i servizi per scontati. Giornalisti, medici, tranvieri, piloti, tabaccai, baristi, ristoratori, eccetera eccetera. Servizi essenziali o anche no, per i quali si viene certamente pagati di più (se assunti e non liberi professionisti, naturalmente), ma che tutti riteniamo, parzialmente a torto, servizi essenziali.

RICORDI D'INFANZIA. Guai a non sapere in diretta che cosa mangiano i nostri vicini francesi per Natale mentre noi ci ingozziamo di panettone, guai a non trovare un tabaccaio aperto. Della mia infanzia ho molti ricordi di mio padre che la mattina di Natale si reca in ospedale alle 7, come al solito, e di me che aspetto impaziente il suo ritorno, talvolta alle 3 del pomeriggio e a tortellini già esplosi nel brodo, per aprire il suo dono. Mi ero detta che mai nella vita avrei imposto alla mia famiglia festività così apparentemente squilibrate, così diverse da quelle dei miei compagni, e invece già a diciannove anni, conduttrice radiofonica ovviamente precaria, trascorrevo le mie festività natalizie davanti ai microfoni organizzando giochini per gli ascoltatori con premi e cotillon da ritirare subito, nella sede dell’emittente, divertendomi moltissimo.

UNA CAMMINATA EPICA. In una di queste festività dovetti raggiungere la sede della radio, e della rete televisiva che le era collegata, a piedi: Milano era stata travolta da una bufera di neve, la linea del metro che partiva da casa mia non era utile per quella tratta, i tram erano fermi. Fu una camminata epica di cui adesso, trent’anni dopo, non conservo particolare memoria se non una sensazione di leggerezza e di vaga felicità. Ho colleghe di luminosa carriera che hanno trascorso una festa pasquale dopo l’altra a raccontare fatti di sangue in mezzo alle bombe, amiche che si sono rifatte una vita dopo il divorzio organizzando raffinati catering per quelle che invitano la suocera al pranzo di Natale e vogliono far bella figura alzandosi alle undici del mattino, mentre loro, che cucinano capponi e strudel, sono già in piedi alle 3. Così per dire, sarebbero Natale e Pasqua e feste comandate anche per tutti noi.

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