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ABILE A CHI?
16 Dicembre Dic 2017 1400 16 dicembre 2017

Elogio della forza lavoro disabile

La velocità non è tutto. E non mancano le aziende - come la svedese Samhall - che l'hanno capito. Sarebbe il caso che alcuni politici se ne rendessero conto.

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«È quasi certo che la crescente partecipazione alla forza lavoro, includendo gli alti livelli di partecipazione dei gruppi marginali e gli altissimi livelli del coinvolgimento nella forza lavoro, per esempio delle persone con disabilità – cosa di cui siamo estremamente orgogliosi – potrebbe aver avuto un impatto sulle misurazioni della produttività complessiva»: queste dichiarazioni del Cancelliere dello Scacchiere inglese (ministro del Tesoro), Philip Hammond, pronunciate per giustificare gli scadenti risultati del Paese sul fronte della produttività, hanno (giustamente) suscitato l'indignazione generale, nonché le immediate smentite da parte di studiosi e ricercatori (nel Regno Unito la percentuale delle persone disabili che lavora è il 47,6% contro il 79,2% dei lavoratori non disabili. Comunque un numero abbastanza buono, considerando che in Italia il tasso di occupazione dei disabili è pari al 19,7% circa, mentre l'occupazione generale raggiunge, secondo i dati Istat il 57%).

PARLIAMO DI NUMERI. In effetti, la “sparata” del signor Hammond non è stata decisamente felice e il riferimento all'orgoglio per il coinvolgimento delle persone disabili nel mondo del lavoro ha il suono delle unghie quando strisciano sul vetro. Tanto più che queste parole sono state pronunciate a pochi giorni di distanza dalla Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità, il 3 dicembre scorso. Primo perché, quanto meno, avrebbero dovuto essere comprovate da dati statistici, oggettivi e concreti. Così, invece, hanno tutta l'aria di essere il frutto di un pensiero discriminatorio e pregiudizievole nei confronti di una certa categoria di persone. E il fatto che provengano da un uomo di Stato, che per ruolo avrebbe il compito e il dovere di lavorare per garantire pari opportunità a tutti, le rendono ancora più pesanti. Secondo, in quanto il riferimento al concetto di “produttività” implica l'adesione a un certo tipo di modello, capitalista e neo-liberale, il cui standard mi sembra essere quello della massima produzione nel minor tempo possibile, mentre la qualità del prodotto o servizio offerto mi pare sia spesso un optional o quantomeno di secondaria importanza.

Philip Hammond, Cancelliere dello Scacchiere inglese.

ANSA

Non saprei (o forse, purtroppo, sì), ad esempio, chi verrebbe assunto, a parità di competenze, tra un lavoratore disabile e uno no, se per svolgere la stessa mansione e ottenere i medesimi risultati, il primo impiegasse, supponiamo, il doppio del tempo rispetto al secondo. Ovvio che ad ottenere il posto sarebbe il “normodotato”, penserà qualcuno. Ma ovvio rispetto a cosa? In base a quale criterio? A quello della produttività, dell'efficienza. Però questa non è la verità assoluta e nemmeno un parametro oggettivo: è un punto di vista. Soggettivo, sebbene, essendo stato adottato e accettato a livello massivo, gli abbiamo poi attribuito i connotati dell'oggettività. Ricordo che, appena assunta come socia lavoratrice di una cooperativa, ero ossessionata dalla mia “lentezza” nel digitare i tasti del pc per scrivere i progetti e le relazioni che mi venivano richiesti. Mi sembrava di “rubare” ore di lavoro e temevo che, da un momento all'altro, mi avrebbero sostituita con qualcun altro che, a parità di competenze, avrebbe svolto il lavoro più velocemente e, di conseguenza, nello stesso lasso di tempo impiegato da me per scrivere un progetto, lui o lei ne avrebbe scritti due.

NON CONTA SOLO LA VELOCITÀ. I miei responsabili e i miei colleghi hanno speso molte parole e pazienza per farmi capire che, se mi venivano assegnati certi compiti, era in base alla valutazione delle mie competenze e che, rispetto alle loro richieste, magari (ma non certamente) un altro collega avrebbe potuto soddisfarle in tempi minori ma forse anche con una qualità diversa. Oltre ai miei datori di lavoro e colleghi, anche altri scelgono di adottare un pensiero divergente. E non sono solo realtà su piccola scala, bensì interi Paesi. Uno studio dell'università di York ci rivela che la Svezia è al vertice della classifica dei Paesi europei con la più alta percentuale di lavoratori con disabilità. La svedese Samhall, ad esempio, è una compagnia di proprietà statale che produce beni e servizi. Samhall assume anche persone disabili e, tra i suoi obiettivi, risalta quello di creare un lavoro che consenta anche a persone con una disabilità di promuovere la loro crescita professionale. La compagnia collabora con il Centro per l'Impiego a cui si rivolge per l'individuazione e assunzione dei lavoratori disabili, che dovrebbero costituire almeno il 40% delle nuove assunzioni.

UN'AZIENDA MODELLO. Samhall forma i lavoratori a una professionalità specifica e li prepara per l'inserimento nel mercato del lavoro. Parliamo di almeno 1.100 lavoratori che, ogni anno, lasciano la compagnia perché vengono assunti da un nuovo datore di lavoro. Il numero di persone con disabilità impiegate a Samhall deve essere equivalente ad almeno a 29,4 milioni di ore di retribuzione. Samhall è tenuta a mostrare un rendimento del patrimonio netto del 7% e un equity ratio di almeno il 30%. Questi obiettivi sono considerati nel corso di un ciclo economico. Non sono un'economista ma mi sembra un'azienda che regge bene la competitività del mercato, “nonostante” impieghi in larga percentuale una forza lavoro disabile. Forse allora Mr. Hammond e tutti gli altri rappresentanti di quei Paesi che ancora guardano alle persone con disabilità come fossero “palle al piede” per l'economia dovrebbero imparare, prima di parlare, ad usare gli occhi per osservare i risultati di chi pensa in modo divergente e poi trarre le dovute e sensate conclusioni.

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