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ABILE A CHI?
23 Dicembre Dic 2017 1400 23 dicembre 2017

Assistere i familiari con disabilità è un diritto, non un privilegio

Chiedere permessi in determinate situazioni è legittimo. Eppure la mentalità dei datori di lavoro, spesso, non è degna di un Paese civile. Il caso della lavoratrice Ikea è emblematico.

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Mum at work era il nome di una famosa rubrica di Lettera43.it. Ultimamente mi viene in mente spesso perché, altrettanto frequentemente, in questi giorni, sento parlare di mamme. Mamme speciali. Un po' tutte le genitrici lo sono, a dire il vero. Eppure, forse, alcune un po' più delle altre. O meglio, lo diventano a causa di quel surplus di battaglie (oltre a quelle che combattono in comune con tutte le altri madri) che sono costrette ad affrontare per vedere riconosciuti i propri diritti e quelli dei loro figli. Sto parlando delle mamme di bambini e ragazzi, a volte anche adulti, con disabilità. Sono madri sui generis perché alcune delle loro esigenze sono ritenute tali. Sicuramente sono uniche anche le risorse che mettono in campo per r-esistere in una società, la nostra, che troppo spesso penalizza le differenze invece che valorizzarne i punti di forza e gestirne gli aspetti critici in modo soddisfacente per tutte e tutti.

TRE MAMME SPECIALI. Veronica, Marica, Annamaria sono tre mamme “speciali” di ragazzini con disabilità, che hanno avuto seri problemi sul posto di lavoro perché chiedevano ciò che spettava loro di diritto, cioè essere messe nelle condizioni, pur lavorando, di poter assistere i loro figli quando necessario, come previsto dalla legge. Le prime due, purtroppo lo hanno perso. Veronica è stata licenziata mentre stava usufruendo di un congedo parentale per assistere il figlio Nikolas, tre anni non ancora compiuti, affetto da atrofia muscolare spinale. Davanti al giudice del lavoro, lo scorso 13 dicembre, ha dovuto accettare la proposta di conciliazione del suo datore di lavoro, la società Consulmarketing di Milano: primo perché l'azienda ha dimostrato di averle spedito la lettera di licenziamento, anche se la signora sostiene che non le sia mai pervenuta. Secondo, in quanto il suo “caso” rientra nell'ambito di una procedura di licenziamento aziendale collettivo, per mezzo della quale, oltre a lei, hanno perso il posto di lavoro altri 349 dipendenti. Il che probabilmente ha reso difficile dimostrare il nesso di causa-effetto tra congedo e licenziamento.

IL CASO IKEA. Marica lavorava all'Ikea di Corsico, nell'hinterland milanese e della sua triste storia lavorativa, abbiamo già raccontato a Lettera43.it: madre separata con due figli, di cui uno disabile di cinque anni. Le sono stati cambiati reparto e orario di lavoro. Iniziare il suo turno spesso alle 7 del mattino, invece che alle 9, le rendeva impossibile prendersi cura dei figli. Dopo averlo fatto presente più volte senza che la situazione migliorasse, ha ricominciato a seguire l'orario che aveva nel reparto precedente. Ed è stata licenziata (stando a quanto dichiarato da Ikea in un comunicato stampa, Marica, negli ultimi 8 mesi,avrebbe lavorato meno di 7 giorni al mese). Dopo questi scenari veramente desolanti, una boccata di speranza ci arriva dal lieto fine della vicenda di Annamaria: assistente tecnico presso un istituto scolastico aveva chiesto il trasferimento da Pozzuoli a Napoli, per poter assistere il figlio minorenne con disabilità. L'Ufficio scolastico regionale aveva assegnato il posto ad un collega con un punteggio più basso ma già in servizio nella città dove avrebbe avuto bisogno di lavorare la signora, motivando la decisione sulla base delle esigenze organizzative dell'amministrazione scolastica. Ma Annamaria non si è arresa, ha presentato ricorso e lo ha vinto.

Secondo quanto si legge nell'ordinanza emessa dal giudice, «il contratto collettivo di lavoro della scuola, ad avviso di questo giudicante, non può subordinare alle esigenze organizzative dell’amministrazione il diritto al trasferimento di sede stabilito dalla legge 104 del ‘92 del dipendente che assista un familiare disabile. Il contratto, in tal modo disponendo, di contro, viola la norma imperativa fissata dall’articolo 33 della legge per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone disabili». E ancora: «La norma tutela interessi primari costituzionalmente garantiti i quali non possono essere disattesi nel nome di princìpi cui la legge non assicura la medesima tutela. Tra questi princìpi vi sono le pur importanti esigenze organizzative del comparto scuola, le quali tuttavia devono passare in secondo piano all’esito del bilanciamento degli interessi tutelati di fronte al diritto del disabile all’assistenza». Il giudice che si è espresso a favore di Annamaria (e di suo figlio) ha fatto riferimento alla legge 104/92, che sancisce il diritto ad assistere i propri familiari con disabilità. Già, una legge.

UN DIRITTO SANCITO DALLA LEGGE. Molte opinioni, giudizi, valutazioni si potrebbero esprimere, analizzando queste tre storie. Molteplici punti di vista dovrebbero essere tenuti in considerazione – quello delle protagoniste, dei loro cari, dei datori di lavoro. Tutte queste voci differenti sono portatori di una verità soggettiva, in quanto propria ed esclusiva. La legge è, invece, oggettiva in quanto rappresenta un criterio terzo rispetto a quelli usati dalle parti in causa. Fortunatamente in Italia esiste una legge che riconosce il diritto di avere trattamenti adeguati in risposta ad esigenze specifiche. Non è la richiesta di un privilegio ingiustificato, che per questo motivo va punita con la perdita del lavoro. Non dev'essere nemmeno considerata una gentile concessione da parte del datore di lavoro che, a sua discrezione e piacimento, può decidere di fare o meno. Mi ricordo che, quando da bambina o ragazzina mi ammalavo o avevo bisogno di essere accompagnata a qualche visita medica, per mia madre chiedere ore di permesso al lavoro era un'agonia e che lei si sentiva quasi colpevole per aver preteso di esercitare un suo diritto. Chiedere permessi, variazioni d'orario, trasferimenti o quant'altro allo scopo di assistere un familiare con disabilità non equivale a pretendere un trattamento di favore ma significa esercitare un diritto sancito dalla legge.

DATORI DI LAVORO, RIFLETTETE! E nella maggior parte dei casi (poi, per carità, ci sono sempre le eccezioni ma costituiscono la minoranza), chi usufruisce delle agevolazioni della legge 104/92 non ne approfitta per farsi una vacanza alle Maldive bensì per prendersi cura di chi ne ha veramente bisogno. E, come giustamente esplicitato nell'ordinanza grazie a cui Annamaria ha vinto il suo ricorso, la 104/92 tutela interessi primari garantiti dalla Costituzione e che non possono essere disattesi né posposti in nome di principi a cui la legge non attribuisce la medesima importanza. Riflettete, datori di lavoro, riflettete!

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