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RASSEGNA STAMPA D'AUTORE 9 Maggio Mag 2011 1030 09 maggio 2011

La vittoria rossonera e il duopolio meneghino

Perché nel calcio italiano manca un terzo incomodo capace di rivitalizzare il campionato.

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Discorsi, celebrazioni, torta tricolore, baci, abbracci, champagne a fiumi, festa fino alle 5 del mattino. Con Ibra, racconta Enrico Currò su Repubblica, quasi impazzito a scherzare con i compagni simulando colpi di taekwondo per poi crollare sfinito al caldo sole «sul terrazzino dell’albergo con vista su Villa Borghese».
LA CAVALLERIA DI MORATTI. Tutto come nel più prevedibile clichet di un calcio spesso sopra le righe, nel Milan dello scudetto. Persino un cavalleresco Moratti , il patron della rivale cittadina, che applaude: «Sono un milanese illuminato», ha spiegato sulle colonne del Corriere della sera. «Il Milan ha meritato questo scudetto, ha avuto continuità, ci ha creduto senza ingenuità, ha fatto un buon campionato e si è rinforzato molto. È giusto così».
E non ha mancato di sorridere: «Le feste? Ho immaginato il fastidio che possono aver avuto loro per cinque anni, quindi è concesso». E ha risposto in tono scherzoso a Berlusconi che aveva detto: «Una volta per uno non fa male a nessuno». «È vero: 5-1 non fa male a nessuno», ha detto Moratti.

Un trionfo assolutamente bi-partizan

Ma per tanti che fanno festa c’è sempre qualcuno che la vede nera. E chi se non il pensatore calcistico numero uno del Corriere, il sempre puntiglioso Mario Sconcerti? Vincono sempre Milan e Inter nel calcio nostrano e c’è da porsi immediatamente «il problema di cosa significhi all’inifinito per il calcio lo stesso risultato».
Se sia cioè un bene o un male per il pallone nostrano. «Se aiuti o meno il movimento». L’ottimo Sconcerti individua subito il rischio.
L'ENFASI SPAGNOLA. Il rischio è «l'enfasi spagnola»; ovvero: che «Milan e Inter facciano alla fine come Real e Barcellona».
E, si sa, i rischi dell’enfasi spagnola sono più pericolosi della famosa influenza del primo dopoguerra. Anche perché, poi, non è solo spagnola questa benedetta enfasi, si sta diffondendo come un'epidemia: «United e Chelsea stanno radicalizzando la Premier», denuncia allarmato l’esperto.
E aggiunge: «La televisione ha reso tutti protagonisti paganti e nessuno paga più volentieri conoscendo prima il finale della partita». Sarà banale ma è sacrosantamente vero. E poi svela l’arcano. Il nascosto 'perché' di tanto disastro che incombe anche nel momento del trionfo.
IL TERZO INCOMODO MANCANTE. «In Italia manca il terzo partner, quello che interompe la marea», ovvero: «Manca la Juve». Capito? Manca un avversario forte come Milan e Inter da opporre alle milanesi per rendere più movimentato e incerto il campionato.
Le avversarie dalla Roma alla Fiorentina «funzionano come marketing di un fenomeno che è comunque solo di Milano e Torino. Non sono competitors reali».
Fortuna che qualcuno finalmente se ne è accorto. Non bastavano i risultati di un intero campionato per capirlo.
E la soluzione? Rivoluzionaria anch’essa. «Non si tratta di trovare vincitori diversi, ma di trovare altri concorrenti alla vittoria». Frase di difficile traduzione.
VINCITORI E CONCORRENTI. Trovare vincitori diversi veri nel senso di altri in grado di vincere davvero dando vita ad un salutare tourn over in testa alla classifica? Ma allora che differenza c'è fra vincitori diversi e altri concorrenti alal vittoria? Oppure trovare altri semplici concorrenti in grado di lottare e poi se continuano a vincere le milanesi va bene lo stesso?
Ma soprattutto: «C’è bisogno di Juventus», così da duopolio meneghino il campionato diventerà oligopolio sull’asse Milano-Torino e il tifoso sarà finalmente soddisfatto e contento di pagare il suoi bravi abbonamenti alla tivù. E chi ci aveva mai pensato?

I segnali sconfortanti della Juve e il Giro d'Italia

Ma ci attendono tempi scuri. Perché la Juve non da segnali confortanti. Rischia addirittura di non agganciare la zona Champions ed è in bilico nell’Europa League. Per Marco Ansaldo (La Stampa) centrare quegli obbiettivi «non è unimpresa titanica in un campionato in cui il Napoli è terzo nonostante 10 sconfitte e l’Udinese può andare il Champions con 12 partite perse».
Ma essere ancora lì in bilico: «Rischiando di non riuscirci dà la misura di quante cose non hanno funzionato e non soltanto per la responsabilità di Del Neri». Dunque la Juve attuale difficilmente potrà ascoltare il grido di dolore di Sconcerti. Povero campionato!
PETACCHI LA SPUNTA SU CAVENDISH. Nel Giro d’Italia che, dopo la spettacolare cronosquadre torinese, ha bruciato la prima frazione in linea a Parma, le prime scintille. Come accade spesso nelle affollate volate di gruppo. L’ha spuntata un italiano 37enne Alessandro Petacchi, sull’inglese Cavendish con una condotta un po’ disinvolta, che i giudici hanno ritenuto regolare.
E lo spezzino ha potuto incamerare la 22esima vittoria nella corsa rosa.
Ma ha tenuto a precisare davanti alle telecamere che per lui le vittorie al Giro sono 27, perché lui conta ancora le 5 che gli sono state tolte per la positività al salbutamolo (usate in grande quantità come anabolizzante) nel Giro del 2007.
IL MESSAGGIO E LE REGOLE INGIUSTE. Approfittando del momento favorevole e della benevolenza che solitamente si accorda al vincitore, cerca di farsi passare come vittima di regole che lui ritiene ingiuste, ma che certamente non ha rispettato se un processo in primo grado ed un appello hanno stabilito la sua colpevolezza.
E lascia un messaggio devastante per chi vede e ascolta, specie i giovani: basta vincere e puoi dire quello che ti pare. La vittoria ti consente di dileggiare le regole e di farti vittima.
IN CERCA DELLA CREDIBILITÀ PERDUTA. Ma ci vuole una buona dose di faccia tosta, specie se oltre ad essere stato pizzicato una volta, sei finito una seconda volta in una inchiesta doping (Padova), se hai il tuo miglior amico (Bernucci) sanzionato sempre per doping (20 anni assommando le pene per moglie, madre e fratello, tutti complici); la tua squadra è stata recentemente decimata da un’altra vicenda legata ala farmacia proibita (processo di Mantova). Ed è l’ennesimo autogol in un ciclismo in cerca della credibilità perduta.

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