THE DAY AFTER 14 Luglio Lug 2014 1252 14 luglio 2014

Mondiale 2014, perché la Germania ha vinto

Dalla scelta di puntare sui giovani alla sobrietà.

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Per lo scontro finale tra Germania e Argentina hanno scomodato pure il tifo incrociato dei due pontefici, Francesco e l'emerito Benedetto XVI.
LO SPREAD DEI DUE MONDI. Troppo facile, sicuramente. Ma la semplificazione di una stampa in debito di fantasia nascondeva però l'effettiva distanza tra due mondi: il cattolicesimo miracolistico degli argentini contrapposto al protestantesimo geometrico dei tedeschi; la rivolta dei contadini di Thomas Munzer (che non era un terzino fluidificante), pur repressa da Lutero, in luogo di un fatalismo sudamericano a volte furibondo (a Buenos Aires la sconfitta ha subito scatenato la guerriglia); l'esagitazione gesticolante dei latini versus l'esultanza inamidata dei germanici.
Bastava vedere Angela Merkel applaudire. O i solisti di lusso alla Messi (per l'occasione: Lessi) opposti al kollettivo crucco, un reparto militare che sparava pallonate.
QUESTIONE DI FILOSOFIA. Differenze di filosofia non meno che di stile. E qui non si vuol insinuare che da una parte ci fossero i tamarri biancoazzurri schierati contro gli asceti rossi gialli e neri. Se mai, si osservavano due macchie di colore distinte, ciascuna con i suoi eccessi, i suoi paludamenti a volte deliranti sugli spalti, ma pur sempre distanti per gusto, mentalità, atteggiamenti.
Come è finita, il mondo lo ha visto: ha vinto la migliore, sia pure faticando, sia pure con pieno onore degli sconfitti. Un trionfo non figlio del caso, come usa tra i popoli «caldi» (dagli italiani agli argentini), ma di una volontà sposata alla inossidabile affidabilità teutonica, che spesso ci resta indigesta, anche per invidia di una naturale serietà che sembriamo incapaci di assorbire.
Ecco quattro motivi per cui la Germania (antipatica ai più) ha portato a casa la Coppa del mondo.

1. La sobrietà contro la scaramanzia

Angela Merkel e Joachim Löw.

Sicuramente nel confronto tra le due nazionali è balzata agli occhi la sobrietà della Mannschaft. Quella vera, non gli atteggiamenti alla Mario Monti. Non ci avrà fatto caso nessuno, ma un istante dopo che la Nazionale germanica aveva sollevato la coppa, è passata la pubblicità di un'automobile con Claudia Schiffer che ammiccava: «È una tedesca».
LA CERTEZZA COME BRAND. Detto tutto: la serietà, la concretezza, la certezza come brand. Nessun bacio all'erba, nessun segno della croce ripetuto tre volte prima dell'ingresso o dell'uscita dal campo.
D'accordo, avranno poca fantasia: ma hanno capito che un Mondiale si costruisce da un rigore. S'erano stancati di vincer niente dopo il 1990. Senza schiamazzi han tirato su un nuovo sistema calcistico, una nazionale moderna come fosse una berlina: e hanno vinto. Ancora contro l'Argentina, come 24 anni fa.

2. L'organizzazione e lo spirito di squadra

Sebastian Schweinsteiger, Thomas Müller e Philipp Lahm.

La selezione tedesca è il trionfo della democrazia come sistema. Certo, anche quei giocatori sono primedonne e si concedono tutti i lussi che la loro condizione garantisce: ma in campo, la squadra marcia come un orologio (o una berlina) e nessuno fa i capricci.
COME UN CORPO DI BALLO. Questi si muovevano come un corpo di ballo (compreso il portiere Neuer, modernissimo, autentico giocatore in più nel campo), e si incitavano: eccola lì la famosa forza del gruppo. Una qualità individuale forse non ancora stratosferica ma una media di sicuro elevatissima, sotto la direzione di un allenatore - Joachim Löw - che non ha mai dato in escandescenze (è lui la vera sorpresa di un Mondiale che ha regalato momenti di preoccupante squilibrio in molti selezionatori), impeccabile in quelle camicie che parevano di moplen, quella pettinatura da playmobil, praticamente un personaggio uscito da Twin Peaks (innegabile una leggera somiglianza con Kyle Merritt MacLachlan-agente speciale Cooper).

3. Investimenti e fiducia nei giovani

Il momento della premiazione della Germania.

Organizzazione, qualità, collettivo. In bocca a qualcuno restano parole da masticare: in Germania sono formule algebriche. Che però non si ottengono senza un sistema a monte.
Questo sistema è innervato sulle accademie, le scuole giovanili, i vivai. Poco riguardo per i baroni, per i loro sponsor, per il loro peso politico. «Musica nuova in cucina», diceva un tempo una réclame della gastronomia tedesca.
LA NAZIONALE PIÙ GIOVANE. Non solo fornelli, evidentemente: se è vero che ha vinto la Nazionale più giovane del torneo insieme con la Francia, già agli scorsi Europei la più verde in assoluto, allora i conti tornano.
Da noi, scusate, si è investito in chiacchiere, nei Balotelli col fucile («Matura, matura, vedrete che matura»). E il sistema ha campato, fino al crollo finale, sugli eterni Abete, con qualche giro di valzer in panchina, fino a trovare un allenatore molto attento mediaticamente, forse meno tatticamente (e già i papabili annunciano di voler «ripartire da Balo, Buffon e Pirlo»).
UN 22ENNE RE DEL MARACANÀ. La cosa notevole, forse un po' spaventosa, del successo tedesco, è che rischia di aprire un ciclo potenzialmente sconfinato. Perché, a parte Klose e qualche rincalzo, questi sono ragazzi, l'uomo del match, Götze, è uno sbarbato di 22 anni. Tutti questi Campioni del Mondo possono diventare ancora più bravi.

4. Multietnico formula vincente

Mesut Oezil, Sami Khedira e Jerome Boateng in allenamento.

Responsabilizzazione dei ragazzi, ma non solo: anche una incrollabile capacità di integrare sul serio ha avuto un peso decisivo nella costruzione di un trionfo.
La nazionale tedesca non è solo imberbe, è pure una Babele di nomi e di tratti esotici, i suoi atleti si chiamano Müller, d'accordo, ma pure Podolski e Klose (naturalizzati polacchi), Boateng (from Ghana), Mustafi (non è turco, ha origini albanesi), Ozil (lui sì che è turco), Khedira (dalla Tunisia con amore) e via accogliendo. Nomi e origini che si portano dietro stili di gioco diversi.
PAROLA D'ORDINE: INTEGRAZIONE. Nessuno, ci mancherebbe, rinnega le proprie radici, ma tutti si sentono tedeschi a tutti gli effetti (e nessuno scomoda il razzismo, anzi, questo campionato ha segnato il record di giocatori a varia tinta di colore: l'unico a nascondersi dietro il razzismo è stato, vedi caso, Balotelli).
Un gran «casino», trasformato da Löw e da tutto il «sistema» in un magnifico «casino», che peraltro si specchiava sugli spalti. Le tifose teutoniche avevano a volte seducenti tratti mediorientali (laddove le argentine erano spesso biondissime con occhi cerulei). Forse il mondo è sempre stato globalizzato e non ce n'eravamo mai accorti.
Noi, ma quegli sgobboni dei tedeschi sì.

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