SPORT 15 Luglio Lug 2014 1249 15 luglio 2014

Tour de France: Nibali riaccende il sogno italiano

Il ciclismo ha bisogno della purezza di Nibali. Per tornare ai fasti antichi.

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Chissà se i francesi s'incazzeranno ancora, con quest'altro italianuzzo che minaccia di fregargli il Tour, a loro tutti e alla Nouvelle Vague di ciclisti che inseguono Vincenzo Nibali.
Il quale non avrà il «naso triste come una salita» che Paolo Conte attribuiva a Bartali, ma è per il momento il più forte. Non solo per quello che ha combinato lungo il Platzerwasel bruciando la discesa, il franare di Contador, l'annaspare di Purito Rodriguez, la Nouvelle Vague transalpina, la fatica dell'ultimo tratto, la cautela del calcolo e arrivando beato, col dito in bocca, gesto calcistico, da Pupone, alla Totti, ma che nell'epica del ciclismo acquista tutt'altro retrogusto d'innocenza.
Perché quest'ulivo siciliano di 65 chili su 180 centimetri ha la faccia (e, si spera per sempre, il corpo) pulita del buon papà che, quando dedica uno sprint alla sua bambina, rischi perfino di crederci: abbiamo tanto bisogno di sognare.
NIBALI, DA ANNI TRA I MIGLIORI. E questo “squalo” dai tratti gentili, umili, ma dall'ariata (direbbe Montalbano) decisa di chi tira come una locomotiva e non ci sta tanto a pensare, sono anni che è tra i migliori. Un rosario di terzi e secondi posti tra Giro e Tour, la vittoria alla Vuelta nel 2010, poi il trionfo a un Giro maledetto l'anno scorso, altro secondo posto alla Vuelta, e adesso le prodigiose gesta in Maglia gialla di chi attacca come un maledetto: a Porto Sant'Elpidio se lo ricordano bene quando, in piena Tirreno-Adriatico, partì come un forsennato a 16 chilometri dall'arrivo, bevendosi gli altri uno per uno e non smettendo di pedalare neanche nell'ultimo tratto pianeggiante. Vinse la tappa e vinse la corsa, e dietro chi aveva? I due grandi lesionati di questo Tour, Alberto Contador e Chris Froome.
IL 'DISPETTO' DI BARTALI A BIAGI. Lo spagnolo il 14 luglio ha cercato d'infilare il messinese nello spazio impossibile di 10, 15 centimetri, alla velocità impossibile di 65 chilometri orari: mal gliene incolse e Vincenzo lo ha punito semplicemente restando in sella e pregando, che pure il suo Tour pareva finire lì, nel gruppo laocoontico d'ossa stremate. Invece ha dato una pedalata rabbiosa per scampare al risucchio. E poi non si è fermato più, fino al traguardo.
Gesti, gesta del genere eccitano i bardi delle due ruote, che un tempo si chiamavano suiveurs e sono quasi estinti perché dell'era dei nasi tristi come salite. Quelli che cantavano le rivalità tra Bartali che frustava di parole «quell'acquaiolo» di Coppi. Dino Buzzati, Mario Ferretti, Elias Canetti. Enzo Biagi, che una volta azzardò: «La vecchiaia ha raggiunto Bartali ieri alle 14,20, sul Pordoi». Ginettaccio l'anno dopo vinse il Tour, praticamente per dispetto.

Gino Bartali, sui Pirenei, durante il Tour de France del 1950. © Getty

Lo Squalo e il Pirata, simili per stile e poco altro

Di suiveurs ce n'è rimasti picca e nenti, ma la rivalità italiana è dura a morire e nessuno può vaccinarsi dal virus del confronto, la tattica aggressiva del siciliano Vincenzo Nibali non può non evocare le arrembanti progressioni del romagnolo Marco Pantani sul crinale affilato della depressione.
Ma le analogie tra lo Squalo e il Pirata si fermano allo stile. Lo scricciolo indiavolato di Cesena ebbe la sventura di strappare suo malgrado il velo sul segreto di Pulcinella di un ciclismo che era come tutti gli altri sport: intossicato, allucinato, estremo.
PANTANI PAGÒ PER TUTTI. Certo, era “colpevole” oltre ogni dubbio, e non in grado di strapparsi al suo vortice che infine lo risucchiò in una squallida stanza d'albergo della Riviera. Ma, al netto delle immancabili dietrologie, non hanno forse tutti i torti i fan che all'epoca obiettarono (e continuano ancora oggi, a 10 anni dalla morte): pagò per tutti.
«Te la sei voluta, Pantani», scrisse allora Giorgio Bocca, che non era un suiveur ma un uomo duro, severo. Voleva significare che Pantani, con la bandana, l'orecchino e quelle fiammate sui pedali, era lo specchio del suo tempo, sparato nel successo a qualunque costo, alla ricchezza, alla fama, ai supersponsor, una specie di cyborg-ciclista in niente parente con quella degli umili faticatori a cavallo della Guerra. Bartali che porge la fiaschetta a Coppi, un odio atavico ma cavalleresco, incerte sfide verbali al Musichiere: «Come perdevi... come perdevi».
UN CORRIDORE FORMATO FAMIGLIA. Materiale epico che induceva i suiveurs a sempiterna riconoscenza. Poi si è scoperto che anche quel ciclismo seppiato là non era immune da porcherie assortite, sia pure non al livello dell'attuale, e nel frattempo esplodevano i casi Armstrong: il Pirata non era un angelo del Male, era se mai la banalità del male comune.
Adesso il ciclismo divorato da se stesso ha un lacerante bisogno di ritrovare i suoi pedalatori umani e l'incedere implacabile di un Nibali sembra perfetto: come se l'Italia non più spericolata, esagerata, anche se eternamente piena di guai, potesse di nuovo rispecchiarsi in un corridore formato famiglia, rassicurante nel privato quanto preoccupante per gli avversari quando attacca una scalata.
VINCENZO RESISTA ALLE SIRENE TOSSICHE. Il 30enne Nibali forse vincerà il Tour, sicuramente vincerà ancora tanto, speriamo non ceda anche lui alle sirene tossiche. Il migliore augurio che gli si può rivolgere, è, in prospettiva, un tramonto poetico in cerca di un suiveur, alla Gino Bartali. Nel centenario della nascita, se lo ricordano ancora a Porto San Giorgio dove l'antico negozio di biciclette Ciucani aveva lanciato un modello intitolato al fuoriclasse fiorentino. Ma la bicicletta Bartali era giusto un pretesto: Ginettaccio tornava, girava (non più in bici) tra Fermo, Belmonte, gli altri centri del Fermano e poi si fermava a Porto San Giorgio, dove il suo celebre vocione bofonchiante si trasformava in una sinfonia di complimenti e di scherzi.
«Ciao, Bartali», gli diceva, dalla finestra, una donna: lui la chiamava giù, la pigliava sottobraccio, ci faceva il giro della via, la celebrità si era trasformata in habitué. C'è qualcuno che ti aspetta oltre l'ultimo traguardo. È il Campione che non sei più e che sarai per sempre se avrai saputo difenderlo dentro. Allora, nessuna vecchiaia potrà mai raggiungerti davvero.

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