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PROFILO 14 Agosto Ago 2014 2300 14 agosto 2014

Conte, dal Salento all'Azzurro: primo ct del Sud

Arezzo, Bari, Atalanta, Siena e i successi alla Juve. Ora la Nazionale.

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Antonio Conte nel novembre del 1991, al suo arrivo alla Juventus, accolto dall'allenatore Giovanni Trapattoni.

E adesso la Nazionale.
«Ho dimostrato di essere un vincente», disse Antonio Conte il 15 luglio, nell'improvviso addio alla Juve.
Si apriva la porta dell'Azzurro per il tecnico che in bianconero si è distinto per una cavalcata straordinaria di vittorie: tre scudetti consecutivi, due Supercoppe italiane, ma soprattutto «un percorso di crescita esponenziale» come al tecnico ha riconosciuto lo stesso Andrea Agnelli.
Conte, leccese, 45 anni compiuti il 31 luglio, è il primo ct azzurro che arriva dal Sud.
ALLA JUVE DAL '91 AL 2004. Da giocatore ha vestito agli esordi la maglia del Lecce e poi sempre quella della Juve, dal 1991 al 2004, anno del ritiro dal campo.
Poi la carriera da allenatore dal Bari al Siena, passando per l'Atalanta, con il flop nell'Arezzo a macchiare l'avvio in panchina, fino al grande salto alla Juve.
L'OMBRA DEL CALCIOSCOMMESSE. Nella carriera l'ombra del Calcioscommesse, scandalo dal quale Conte è stato lambito e che gli è costato l'accusa per omessa denuncia ai tempi del Siena e quattro mesi di squalifica.
Ma lui si è sempre professato innocente. Sulla panchina della Juve Conte ha dimostrato di essere un vincente di successo: grintoso, grande motivatore, esperto tattico (teorico e pratico del 3-5-2), capace di coinvolgere ogni singolo elemento della squadra, pur con una disciplina di ferro.
HA TRASFORMATO I BIANCONERI. Può piacere o no lo stile di Conte, ma la verità è che prese una squadra spenta, che l'anno prima aveva ottenuto un modesto settimo posto e l'ha portata nel giro di un solo anno a vincere lo scudetto.
L'anno dopo si è confermato e in quello successivo ha portato la Juventus addirittura a quota 102 punti, record storico per il campionato italiano.
Tre anni di dominio assoluto, e un impeto agonistico che non faceva sconti a nessuno, nemmeno quando i suoi magari vincevano 3-0 a pochi minuti dalla fine.
Vincere vincere vincere è il suo credo, pure nelle amichevoli senza importanza. Mai un minuto di rilassamento. I suoi l'hanno seguito, il campo gli ha dato ragione.
Non a caso si è guadagnato l'adorazione del popolo bianconero, e l'avversione di moltissimi altri tifosi.
IN EUROPA PERÒ SOLO DELUSIONI. Al tecnico salentino resta la delusione europea, il non essere riuscito a portare i suoi a competere ad armi pari con le grandi del continente e mettere le mani su quella Champions sempre agognata in casa bianconera.
Ma lì non bastavano evidentemente solo la sua grinta e la sua esperienza, con tutto il suo bagaglio di espedienti tecnici e tattici, a colmare lacune dovute soprattutto all'enorme gap di disponibilità economiche che divideva, e divide, le grandi d'Europa da tutte le altre, Juve compresa.
Fare di meglio era praticamente impossibile e forse proprio per questo Conte - più che la Juventus - ha preso la decisione clamorosa che nessuno si aspettava: meglio lasciare da vincente che affrontare una nuova stagione con l'obbligo di vincere, anche in Champions, ma senza alcuna certezza di avere tutti gli strumenti per farlo o almeno poterci provare davvero.
TROPPO DIVARIO CON LE BIG. «Il divario tra noi e le grandi d'Europa esiste», disse Conte profeticamente nel giorno del raduno nel 2013. «Per noi è impossibile permetterci gli investimenti di società come Bayern, Psg, Barcellona, Real Madrid. Puntiamo su giocatori di qualità, ma le altre si sono rinforzate con giocatori come Goetze, Sanchez, Neymar. Non possiamo non tenerne conto».
Ora basta club, Conte ricomincia dagli Azzurri. Dovrà misurarsi con le grandi del mondo e far dimenticare i dispiaceri della trasferta brasiliana. Conte volta pagina, la sua Juve resterà nella storia del calcio italiano. Per il numero di vittorie conquistate, per l'energia del tecnico in panchina, per i risultati raggiunti (in Italia). Un buon auspicio per il nuovo ct della Nazionale.

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