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SPORT MALATO 26 Settembre Set 2014 0905 26 settembre 2014

Doping, ombre sui controlli del Coni per Londra 2012

Gli atleti non cercati per fare gli esami. I carabinieri: «Verifiche? Messinscena».

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Alex Schwazer ha confessato di essersi dopato per i Giochi di Londra 2012.

Un sospetto che rischia di travolgere lo sport italiano. Alex Schwazer, l'atleta azzurro che ha confessato di essersi dopato in vista dell'Olimpiade di Londra 2012, fu l'unico a ricorrere alle sostanze proibite? A farsi la domanda sono stati i carabinieri del Ros e dei Nas, che hanno avanzato ombre sull'efficacia dell'apparato antidoping del Coni. Che in occasione dei Giochi britannici aveva messo in piedi, secondo i militari dell'Arma, un'operazione «di facciata».
ATLETI NON CONTROLLATI. «Non furono disposti controlli nei confronti della totalità o quasi degli atleti di punta candidati alle medaglie», è stato scritto nell'informativa agli atti dell'inchiesta di Bolzano. Che ha bollato il sistema italiano come una «totale messinscena», considerato un «rituale amichevole, privo di sanzioni».
AGGIRATE LE VERIFICHE. A riferire il nuovo capitolo della vicenda sempre più oscura su sport e doping, è stato il quotidiano La Repubblica che ha svelato come nessuno dei 292 azzurri che presero parte alla spedizione olimpica fu sottoposto veramente al rigido controllo dell'Agenzia antidoping mondiale (Wada).
Le accuse, quindi, non riguardano solo l'atletica, ma tutto lo sport azzurro.
LEGAMI CON IL CONI. Nel nostro Paese, i controlli per l'utilizzo di sostanze proibite sono affidate all'Agenzia Coni-Nado: formalmente è un organismo indipendente (è composto da un comitato esterno di esperti), ma per gli investigatori si tratta di una «promanazione diretta del Comitato olimpico», con il «dettaglio» che con il Coni, l'ente condivide gli uffici al Foro italico.

Per gli azzurri obbligo di reperibilità nei periodi senza gare


L'agenzia antidoping italiana è la Coni-Nado che condivide gli uffici con il Coni al Foro italico a Roma.

Ma come avvengono i controlli? Fuori dalle gare, il monitoraggio avviene attraverso la reperibilità degli atleti: per questo tutti i tesserati devono inviare al Coni-Nado un avviso per chiarire dove hanno intenzione di trovarsi nei successivi tre mesi. E chi sgarra rischia la squalifica, come impone la Wada.
FALLE NEL SISTEMA. Peccato che i diktat dell'ente internazionale spesso, secondo l'inchiesta, non sono rispettati.
I carabinieri hanno infatti trovato migliaia di mail spedite agli atleti di tutte le federazioni e hanno scoperto le falle dei controlli del Coni-Nado.
SOLO DUE IN REGOLA. «Tra il primo trimestre del 2011 e il secondo del 2012», è stato scritto dagli inquirenti, «in Italia 38 atleti avrebbero potuto essere squalificati avendo commesso almeno tre mancate notifiche». E a cinque giorni dall'Olimpiade di Londra 2012, addirittura un dirigente del Coni svelò che «tutti gli atleti della Fidal (la Federazione italiana di atletica, ndr), salvo due, non erano in regola con la notifica».

L'accusa al Coni: «Sistema con la complicità di Fidal e altre federazioni»

Raffaele Pagnozzi, ex segretario generale del Comitato olimpico.

L'accusa nei confronti del Coni è quindi quella di un «sistema» per ridurre «con la complicità della Fidal e di diverse altre federazioni sportive», il codice antidoping: «Ha fatto intendere», è il sospetto dell'inchiesta, «agli atleti malintenzionati che l'intero apparato era più di facciata che di reale sostanza».
POCHI PER TROPPE ANALISI. Bernardino Arigoni, segretario del Coni-Nado che però non è indagato nell'inchiesta ha svelato il motivo delle falle: «mancanza di personale»: da quanto raccontato nel quotidiano diretto da Ezio Mauro, infatti, risultano tre impiegati per 6 mila atleti di 42 federazioni diverse.
PAGNOZZI SI DICE ESTRANEO. Il Coni, dal canto suo, ha rigettato ogni accusa, lasciando il caso al Coni-Nado. «Se illeciti ci sono stati, li ha fatti l'agenzia nella sua autonomia», ha spiegato Raffaele Pagnozzi, segretario generale del Comitato olimpico negli anni della presidenza Petrucci.
«D'altronde», ha poi concluso, «non siamo indagati noi ex dirigenti del Coni».

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