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SPORT 8 Novembre Nov 2014 0800 08 novembre 2014

Formula 1, la guerra tra ricchi e poveri dei motori

Scioperi, defezioni e show in tilt. Ai big del Circus va la fetta maggiore dei premi. Ma ora i piccoli vogliono nuove regole. Il futuro? Investire lontano dall'Europa.

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Due monoposto sul circuito di Austin in Texas durante il Gp degli Usa.

Scuderie in fuga. Team che minacciano lo sciopero ritirando le monoposto. Big con la pancia piena e senza nessuna voglia di spartire i soldi con i concorrenti.
È una Formula 1 sempre più in versione 'ricchi contro poveri' quella che sta andando in onda nell'ultimo scorcio della stagione 2014. Che nasconde, però, una crisi finanziaria in grado di mandare in tilt l'intero show.
RISCHIO DI NUOVE DEFEZIONI. Con due gare ancora da disputare prima della fine del campionato - il Gran premio del Brasile (9 novembre) e quello degli Emirati arabi (23 novembre) - e il Mondiale costruttori già vinto dalla Mercedes (resta da assegnare quello piloti con la sfida tra Lewis Hamilton e Nico Rosberg), il patron Bernie Ecclestone ha più di un motivo per essere preoccupato.
Perché il Circus, che lui controlla per il 35% attraverso la Formula one management (Fom), rischia di rivivere il dramma di nuovi addii delle scuderie che manderebbero in fallimento la Formula 1.
ADDIO MARUSSIA E CATHERAM. Un assaggio di quello che potrebbe succedere in futuro lo si è avuto ad Austin in Texas, dove Caterham e Marussia, schiacciate dai debiti, hanno preferito non scendere in pista. E non si vedranno neppure in Brasile, così come anche l'appuntamento di Abu Dhabi è per entrambi a forte rischio.
MINACCIATO UNO SCIOPERO. Inoltre, sempre negli Usa, Force India, Lotus e Sauber hanno minacciato uno sciopero: alla fine i tre team non hanno ritirato le monoposto come promesso dopo un giro e tre vetture su sei sono arrivate fino alla bandiera a scacchi (incidenti e problemi tecnici per le altre).
Motivo del contendere è la spartizione delle entrate generate dalla Formula 1 che premia i più forti e penalizza i più deboli. I quali si sono stufati di raccogliere le briciole per mandare avanti il Circus che, per contratto, deve assicurare almeno 18 vetture in pista (sotto questo limite i big potrebbero essere costretti a schierare una terza monoposto).
Ecco cosa si nasconde dietro la guerra in atto in Formula 1.

1. Ai team il 60% del business, ma prendono (quasi) tutto i più forti

La Ferrari di Fernando Alonso (©GettyImages).

Per capire i motivi dello scontro tra scuderie basta dare un'occhiata all'ultimo bilancio della Formula 1, pubblicato a inizio ottobre (il primo reso noto in modo dettagliato), che ha svelato come il Circus abbia incrementato le entrate arrivando a 1,7 miliardi di dollari (circa 1,4 miliardi di euro) contro gli 1,3 miliardi del 2013. Merito delle lucrose sponsorizzazioni di Rolex e Emirates e, soprattutto, dei contratti con le televisioni e degli accordi con i circuiti.
Se il 40% del giro d'affari finisce direttamente nelle tasche di Ecclestone - secondo le stime di Forbes ha un patrimonio di 3,8 miliardi di dollari (circa 3 miliardi di euro) - il restante 60% che dovrebbe essere suddiviso tra le scuderie alla fine va a rimpolpare le finanze di chi ha già una montagna di soldi.
AGLI ULTIMI SOLO LE BRICIOLE. Considerando la ripartizione della stagione 2013, l'ultima disponibile, se ne deduce che il 50% della fetta a disposizione dei team (circa 700 milioni di dollari) è stata suddivisa in modo identico solo tra le prime 10 scuderie, escludendo la Marussia che, come ultima arrivata, è l'unica a non avere beneficiato dei circa 35 milioni del premio partecipazione.
L'altro 50%, invece, è stato spartito a seconda della classifica costruttori. Ma anche in questo caso c'è chi è stato tagliato fuori: per scelta dello stesso Ecclestone, il prize money che fino al 2012 era esteso fino alla 12esima posizione per aiutare tutti, dal 2013 è stato limitato al decimo posto. E in questo caso a restare a secco è stata la Caterham.
BONUS FEDELTÀ ALLA FERRARI. Ma non è finita, perché c'è stata una differenza abissale tra quanto versato alla Red Bull campione del mondo (circa 65 milioni di dollari) e la Marussia che come fanalino di coda della graduatoria ha ricevuto appena 14 milioni di euro.
Come se non bastasse il gap generato dalla suddivisione dei premi, i team più piccoli devono anche accettare che la Ferrari, unica tra le scuderie sempre presente in Formula 1 dal 1950, riceva circa 18 milioni di euro come 'bonus fedeltà'.

2. Il braccio di ferro tra Ecclestone e i big penalizza i più deboli

La festa Mercedes dopo la 'doppietta' nel Gp degli Usa (©GettyImages).

Per scardinare il sistema di spartizione dei profitti generati dalla Formula 1, i team più piccoli, che rivendicano il loro ruolo nello show, hanno quindi fatto appello a Ecclestone. Il quale, pur di mandare avanti il suo business, è parso favorevole a cambiare le regole.
«La crisi è colpa mia», ha ammesso l'ottuagenario patron del Circus, «ho diviso troppi soldi e forse l'ho fatto male». Quindi, alla vigilia del Gp di Austin, Ecclestone ha strategicamente aperto alla possibilità di «rivedere gli accordi», e addirittura di «ridurre» la sua parte nella spartizione delle entrate della Formula 1: «Dobbiamo strappare tutti i contratti in corso e ripartire da zero», è stata la sua proposta.
GIÙ LE MANI DAGLI ACCORDI. Salvo poi puntare il dito contro i quattro grandi team (Ferrari, Mercedes, Red Bull e McLaren): «Nessuno di loro è d'accordo a rivedere gli accordi», ha precisato, provando a tirarsi fuori dallo scontro in atto nel paddock.
La risposta dei big, infatti, era scontata: nessuno vuole rimettersi al tavolo per discutere ancora la spartizione dei diritti commerciali. Una posizione che Ecclestone ha sempre avuto ben presente. E che, indirettamente, lo premia, visto che in questo modo il patron del Circus può tenersi stretto il suo 40%.
AUMENTARE LE ENTRATE. Ma se i piccoli rivendicano più soldi, anche i grandi sono stanchi di chiedere 'l'elemosina' al patron del Circus.
«Meglio far crescere la torta piuttosto che tagliare le entrate», è la tesi del team principal della Ferrari Marco Mattiacci. Mentre altri, come Red Bull e Mercedes, pur di non rinunciare alla loro fetta di dividendi, hanno evidenziato che dare più soldi a squadre come Caterham, Lotus e Marussia non risolverebbe le cose.
COLPA DELLA MALAGESTIONE. «Sono team gestiti da incapaci», ha spiegato Niki Lauda, ex pilota e presidente della scuderia tedesca campione del mondo costruttori 2014, «e il problema non riguarda la spartizione degli utili. Dare, per esempio, alla Lotus 50 milioni di euro servirebbe solo a dimezzare il suo debito. Ma poi le cose tornerebbero da capo».
Piuttosto che trovare un accordo con gli ultimi arrivati, addirittura l'ex presidente della Ferrari Luca Cordero di Montezemolo una volta aveva invitato i team minori a correre in Formula 2.

3. Budget spropositati che condannano i nuovi arrivati

Il box della Caterham (©GettyImages).

La crisi che sta investendo la Formula 1 non è, però, una novità.
Dal 2008, anno dell'addio della Honda per motivi economici, infatti, il Circus sta cercando di trovare una soluzione per arginare la falla.
Ecclestone, attraverso il nuovo Patto della concordia, ha già alzato la quota che si spartiscono i team (prima era intorno al 47%) proprio per convincere nuovi investitori a entrare in Formula 1.
SCONTRO SUI LIMITI DI SPESA. Sempre nell'ottica di aprire il Circus anche a chi non ha forti disponibilità economiche al pari di Red Bull, Ferrari, Mercedes e McLaren, s'è poi sentito parlare di salary cap, il tetto di spesa al budget delle scuderie, che però dovrebbe essere introdotto solo a partire dal 2015 (una commissione è al lavoro proprio per decidere la cifra massima). Tuttavia non è detto che si realizzi per davvero, visto che in passato il Resource restriction agreement, la spending review imposta ai team, ha già scatenato le polemiche arrivando a far sciogliere la Formula one teams association (Fota), sparita nel 2014 a seguito dell'uscita di alcune squadre, tra cui la Ferrari che l'aveva fondata.
BILANCI IN PARI CON GLI SPONSOR. In attesa di rivoluzioni ai piccoli non resta che attendere. E fare i conti con una situazione a loro sfavorevole.
A testimonianza di come sia difficile per i nuovi arrivati avere voce in capitolo nel Circus, ci sono le cifre dei budget delle scuderie nella stagione 2013.
La Mercedes è stato il team che ha speso di più, arrivando a bruciare 290 milioni di euro, 10 in più della Red Bull e 40 oltre al budget disponibile per la Ferrari contro la media di 60 milioni di Marussia e Caterham.
Inoltre, gli investimenti dei big team sono praticamente coperti da sponsor e premi: secondo quanto ha spiegato Giovanni Palazzi, presidente di StageUp, infatti, il 70% dei costi è pareggiato dalle entrate degli sponsor che versano in media 50 milioni di euro all'anno alle grandi scuderie. Cifre che per le squadre più piccole sono inarrivabili.

4. La Formula 1 perde pezzi e cerca investimenti lontani dall'Europa

La Marussia di Jules Bianchi (©GettyImages).

L'assenza di Marussia e Caterham dagli ultimi Gran premi è dunque una sconfitta personale del patron del Circus. Che fin dall'inizio della crisi della Formula 1 si è dannato l'anima per non perdere pezzi e salvaguardare le sue fortune. Nei contratti firmati con i circuiti - molti hanno una lunga durata - è scritto che non è possibile gareggiare con meno di 18 vetture. Ecco perché Ecclestone non può permettersi di perdere i piccoli che forse non saranno utili per lo spettacolo, ma evitano che la baracca crolli.
GP IN PAESI SCONOSCIUTI. Tuttavia, visto che sul fronte suddivisione di soldi i big sembrano non sentirci, il boss della Formula 1 ha iniziato da tempo a cercare nuovi Paesi dove gareggiare, a discapito dell'Europa, dove, a suo dire c'è «un'economia da Terzo Mondo». Così nel 2014 solo otto dei 19 appuntamenti si sono svolti in Europa, sede delle quattro scuderie principali suddivise tra Austria, Italia, Gran Bretagna e Germania: una rivoluzione per la Formula 1 che appena 15 anni fa organizzava circa il 70% delle gare nel Vecchio Continente.
GARE LOW COST IN UE. Secondo un'analisi del sito di sport Tsmplug.com, i Gran premi più redditizi per la Formula 1, infatti, sono quelli lontani dall'Europa: in Malesia gli organizzatori spendono circa 67 milioni di dollari per ospitare la gara, Abu Dhabi ne vale 66 e Singapore 65.
Nel Vecchio Continente, invece, ci sono i Gran premi low cost. Se Monza deve versare appena 7 milioni di dollari, addirittura il Principato di Monaco ospita la Formula 1 a costo zero: Ecclestone è particolarmente legato a Montecarlo e quindi 'regala' la corsa che però è quella più amata dell'intera stagione (nel 2014 è stata seguita da 5,3 milioni di spettatori in Italia suddivisi tra Sky e Rai).
CONQUISTARE NUOVI INVESTITORI. Oltre a voler conquistare pubblico, l'obiettivo di Ecclestone resta quello di trovare nuovi investitori per il suo giocattolino.
Così dal 2011 al 2013 la Formula 1 ha fatto tappa in India, per la felicità della Force India, il team di proprietà di Vijay Mallya, magnate indiano che Forbes ha inserito al 664esimo posto degli uomini più ricchi del mondo grazie agli 1,5 miliardi di dollari di patrimonio.
Nel 2014, invece, è stato organizzato il Gran premio di Sochi in Russia il cui circuito è costato circa 260 milioni di euro dai 140 stimati all'inizio. E a Mosca c'è il quartier generale della Marussia, che gareggia nel Circus dopo aver acquistato la Virgin Racing.
Dal 1999, se si vuole fare un salto nel passato, si corre in Malesia, base della Caterham, scuderia che appartiene a un consorzio di imprenditori che controlla l'Air Asia.
Insomma, i nuovi vengono da lontano. Ma i soldi vanno ai soliti noti.

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