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DIBATTITO 21 Novembre Nov 2014 2001 21 novembre 2014

Moggi, 5 ottimi motivi per non perdonarlo

Il presidente della Juventus lo vuole riabilitare. Ma i danni che ha fatto al calcio sono troppi.

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L'Italia è quel Paese in cui una seconda occasione non si nega a nessuno, nemmeno a chi ha distrutto l'immagine di quanto di più caro abbiano gli italiani: il pallone. Per Andrea Agnelli, presidente della Juventus, è tempo di perdonare Luciano Moggi, la cui presenza allo Stadium non deve stupire né scandalizzare. D'altra parte, ha detto il numero 1 bianconero, «siamo il Paese del cattolicesimo». Eppure ci sono almeno cinque buoni motivi per cui Moggi non può essere perdonato.

Luciano Moggi e, sullo sfondo, Andrea Agnelli. (©Ansa).

1. È stato condannato in secondo grado

Per poter perdonare una persona, bisognerebbe che questa abbia quantomeno scontato una pena e dimostrato di aver capito il proprio errore. Moggi è stato condannato in secondo grado a 2 anni e 4 mesi per associazione a delinquere, mentre il reato di frode si è prescritto. Non ha mai chiesto scusa, mai mostrato il minimo pentimento, ed è in attesa della pronuncia della Cassazione prima che la sua pena, in caso di conferma, diventi esecutiva. La giustizia non ha ancora completato il suo corso, anticiparla con un'assoluzione morale sarebbe decisamente fuori luogo.

2. È stato radiato dalla Figc

Chi ha invece già preso da tempo la sua decisione è la Federcalcio. E la pronuncia è stata la più pesante possibile per Moggi. La radiazione è giunta il 4 aprile 2012, quasi sei anni dopo lo scoppio dello scandalo, e il ricorso dell'ex dg bianconero è stato respinto dal Tar del Lazio il 3 agosto 2012. Vedere nello stadio dei campioni d'Italia un ex dirigente radiato dalla Federcalcio non è certo un bello spot per il movimento. Mettiamoci pure il Daspo di 5 anni che la procura di Napoli gli ha rifilato nel 2011 in primo grado. È sospeso in attesa che la sentenza passi in giudicato, ma resta una spada di Damocle che rischia di tenerlo fuori dagli stadi per parecchio tempo.

3. Ha mandato la Juventus in serie B

Con le sue azioni, Moggi ha fatto vincere sette scudetti (due poi revocati) e una Champions League alla Juventus. Ma l'ha anche portata in serie B per la prima e unica volta nella sua storia, macchiandone l'immagine in modo indelebile. Il mito della Rubentus sarebbe esistito anche senza lui, ma l'ex dg ha la colpa di aver dato fondamento alle chiacchiere da bar dei tifosi delle altre squadre. Tra schede telefoniche svizzere e pressioni su designatori e arbitri, ce n'è abbastanza per poter dare corpo ai sospetti che da anni aleggiavano sulle vittorie bianconere.

4. Ha chiuso un arbitro in uno stanzino (o ha millantato di averlo fatto)

Al termine di una sconfitta della Juve sul campo della Reggina, il 6 novembre 2004, Luciano Moggi chiuse negli spogliatoi l'arbitro Gianluca Paparesta e i suoi collaboratori Cristiano Copelli e Aniello Di Mauro. O almeno raccontò di averlo fatto. «Ho chiuso l'arbitro nello spogliatoio e mi sono portato le chiavi in aeroporto», disse in una telefonata a una donna intercettata dagli investigatori come quella al giornalista Tony Damascelli: «Sono entrato nello spogliatoio, li ho fatti neri tutti quanti! Poi li ho chiusi a chiave e volevo portare via le chiavi, me le hanno levate, se no le portavo via». Paparesta, la cui carriera è finita dopo Calciopoli, ha sempre negato l'episodio, che viene però confermato in un'altra intercettazione tra Pietro Ingargiola e Tullio Lanese, osservatore e presidente dell'Aia all'epoca dei fatti.
Che il fatto sia accaduto o meno, rimane l'atteggiamento arrogante di un uomo che si vanta di aver chiuso a chiave nello spogliatoio un arbitro.

5. Ha provocato la più lunga (e stucchevole) querelle calcistica

Corollario di tutto questo è stato l'assegnazione dello scudetto 2005/06 all'Inter, e l'inizio di un'egemonia nerazzurra senza dubbio agevolata dalla retrocessione in B della Juventus e dall'arrivo, proprio dai bianconeri, di Zlatan Ibrahimovic e Patrick Vieira. Da quel momento la rivalità tra i due club, già accesa in passato, è diventata insopportabile. «Lo scudetto di cartone» e i «30 sul campo» contro «lo scudetto degli onesti». Sono andati avanti così per otto anni e non sembrano volersi fermare. E davvero non se ne può più.

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