PERIODO NERO 8 Dicembre Dic 2014 1000 08 dicembre 2014

Calcio, la crisi sociale dello sport più amato

Zero successi, vivai snobbati, speculazione. E solo l'1% del Paese è tesserato. Scantamburlo, scopritore di Del Piero: «Ragazzini, tirate contro il muro».

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La solitudine di Mario Balotelli sulla panchina dell'Italia.

Se esistesse davvero, Eupalla avrebbe già abbandonato l'Italia da un pezzo. E non tanto per gli stadi vuoti, i ricavi dei club sempre più risicati (quando ci sono) e l'assenza di talenti.
La musa di Gianni Brera che «presiede alle vicende del calcio, ma soprattutto del bel gioco» l'avrebbe capito da un pezzo che il pallone nel nostro Paese non è più sinonimo di divertimento.
PRIMI TIMIDI PASSI NEL 1886. E dire che il calcio, dai primi passi datati 1886 (a quell'anno risalgono vaghe notizie di partite giocate in Italia), ne ha fatta di strada per arrivare a conquistare l'interesse del pubblico. Scalzando persino il ciclismo, considerato lo sport nazionale per eccellenza almeno fino al Dopoguerra.
GRAMSCI SDOGANÒ IL PALLONE. Nel 1918, addirittura la stragrande maggioranza degli italiani al pallone preferiva lo scopone, come ha testimoniato Antonio Gramsci che in un articolo pubblicato da L'Avanti nel 1918 suggeriva ai «compagni» di scegliere il calcio come passatempo, sia per la «legge non scritta, che si chiama 'lealtà'» (il gioco di carte pare producesse effetti drammatici come «cadaveri e qualche cranio ammaccato»), sia pure per i suoi effetti benefici: «Paesaggio aperto, circolazione libera dell'aria, polmoni sani, muscoli forti e sempre tesi all'azione».
IL SUCCESSO L'HA ROVINATO. «Il calcio sta attraversando una crisi», spiega a Lettera43.it Nicola Porro, professore ordinario di Sociologia all'Università di Cassino e del Lazio Meridionale e autore di Sociologia del calcio (edizioni Carocci). «Sta pagando gli effetti del successo».
Tradotto significa: l'affermazione generata dallo sport stesso ha causato ciò che ormai è sotto gli occhi di tutti. Con pochi tifosi negli impianti, risultati che scarseggiano e un deserto di nuovi campioni da scoprire.
«PROFONDA CRISI SOCIALE». Se ne è accorto anche Mario Sconcerti, che ha persino avuto l'ardire di etichettare la situazione definendo quella del calcio una «profonda crisi sociale».
Una rivoluzione per l'Italia che da sempre si riconosce nello sport dei gladiatori moderni in maglietta e calzoncini. E che ora, come ha scritto l'editorialista del Corriere della Sera, «ha perso importanza nelle nostre abitudini».
NEGLI ANNI 50 UN PERIODO BUIO. Non è tuttavia uno scenario nuovo per il nostro Paese che già negli Anni 50 ha dovuto fare i conti con un periodo buio simile.
Anche all'epoca non nascevano talenti ed era difficile trovare nuove leve per la Nazionale che stentava a rinnovarsi. La figuraccia al Mondiale 1954 in Svizzera riaccese la polemica mettendo sotto accusa l'acquisto di campioni stranieri che impediva il fiorire di promesse nostrane.
La soluzione 'all'italiana' della Figc arrivò nel 1956 quando nuove norme sul tesseramento consentirono la nascita degli oriundi. Idea che oggi pare non più percorribile per uscire dallo stallo.

In Italia gioca a pallone solo l'1% della popolazione

La disperazione di Florenzi dopo l'ennesimo gol del Bayern.

In Italia, sembra quasi strano a dirsi, si gioca poco a pallone. E quindi non c'è da stupirsi se in campo internazionale Azzurri e club vivono una fase di anonimato.
Secondo il ReportCalcio 2014 ci sono 1.098.450 calciatori tesserati per la Federazione italiana giuoco calcio (Figc).
Significa quindi che circa l'1% della popolazione del nostro Paese (siamo poco meno di 60 milioni di persone secondo la rilevazione dell'Istat di ottobre 2014) gioca regolarmente a calcio.
GERMANIA: 5,7 MILIONI DI TESSERATI. Numeri che non devono impressionare, visto che sono di gran lunga inferiori, per esempio, a quelli della Germania, dove i tesserati alla federazione nazionale (il dato si riferisce alla stagione 2011-12, l'ultima disponibile) sono 5,7 milioni. Che confrontati con l'Italia significa sei volte tanto.
I TEDESCHI DAL 2002 SONO AI VERTICI. Non per nulla la Germania è l'attuale campione del mondo - ha vinto l'ultima edizione della Coppa in Brasile nel 2014 rifilando sette gol ai padroni di casa in semifinale - e da anni ha aperto un ciclo: escluso l'Europeo di Portogallo del 2004 (fuori al primo turno), dal 2002 i tedeschi arrivano almeno in semifinale e al Mondiale hanno collezionato una vittoria, un secondo posto e due terzi posti in quattro apparizioni.
L'ITALIA NON APRE MAI UN CICLO. «La nostra Nazionale», puntualizza Porro, «non ha mai aperto un ciclo neppure dopo aver vinto la Coppa del mondo».
Come dargli torto? A parte i due titoli consecutivi del 1934 e 1938 intervallati dall'oro all'Olimpiade di Berlino del 1936, dopo le altre due vittorie iridate del 1982 e 2006 gli Azzurri hanno sempre raccolto ben poco nell'edizione successiva a quella della vittoria.
E lo stesso si può dire dell'Europeo 1968, unico momento di gloria di una competizione che non ci è mai andata troppo a genio.
Sono proprio episodi come questo che, a detta del sociologo, hanno rinviato la presa di coscienza della crisi che è «in atto da almeno 10 anni».

Si è persa anche la dimensione popolare del calcio

Antonio Conte dirige un allenamento degli Azzurri.

A fronte del poco materiale umano, poi, si è persa anche la dimensione più popolare del calcio. Quella che viveva delle partite per le strade, negli oratori e nei parchi, ormai sostituite dalla realtà virtuale.
Nel 1950 c'erano appena 107 mila iscritti alla Figc, ma la cifra era «poco rappresentativa dell'effettiva diffusione della pratica del gioco, ossia del calcio delle strade, dei quartieri, delle parrocchie e degli oratori, delle comitive e delle amicizie», hanno spiegato Antonio Papa e Guido Panico in Storia sociale del calcio in Italia (edizioni Il Mulino).
E, infatti, un decennio dopo sono nate stelle come Gianni Rivera, Sandro Mazzola, Giacomo Bulgarelli, Gigi Riva e Roberto Bonisegna, giusto per citare alcuni dei grandi talenti.
«NESSUNO TIRA CONTRO IL MURO». «Una volta si andava a cercare i giocatori nei campetti di periferia, ma pure nelle parrocchie», racconta a Lettera43.it Vittorio Scantamburlo, ex osservatore del Padova e scopritore di talenti come Alessandro Del Piero. «I ragazzini trascorrevano ore a giocare tirando la palla contro il muro, era la loro prima scuola calcio. Oggi non lo fa più nessuno».
I CAMPI DIVENTANO VIRTUALI. Anche perché i nuovi campi sono diventati, dalla fine degli Anni 90, quelli virtuali con la tecnologia che «ha affascinato le giovani generazioni facendo irruzione nel loro mondo, trasformandoli in allenatori e giocatori al tempo stesso», grazie «ai campionati e alle partite di calcio immateriale», hanno spiegato ancora Papa e Panico.
«NON HANNO VOGLIA DI IMPARARE». A perderne, alla fine, è stato proprio il movimento sportivo. Perché quelli che arrivano nelle squadre fin da giovanissimi «si sentono arrivati» e «non hanno voglia di imparare». Sempre che ci sia ancora qualcuno disposto a insegnare loro qualcosa.
«Prima si spiegava come gestire il pallone, e come fare un cross: si lasciava provare, anche per sbagliare e far comprendere i propri limiti», continua Scantamburlo, oggi 85enne con una carriera di scopritore di campioni lunga quasi mezzo secolo.
MANCA LA TECNICA INDIVIDUALE. Un allarme lanciato anche dal commissario tecnico della Nazionale Antonio Conte al termine dell'amichevole Italia-Albania di Marassi di martedì 18 novembre.
I giovani «devono lavorare di più, perché senza lavoro non si diventa campioni». Ecco perché quell'impegno sulla «tecnica individuale» sventagliato dall'ex talent scout veneto oggi servirebbe più di ogni altra cosa per far nascere una nuova generazione di stelle.
NEL 2013 AGGREDITI 370 ARBITRI. Anche se poi una bella dose di colpa è dei genitori-tifosi sempre più protagonisti di episodi poco costruttivi per stimolare i figli, arrivando anche ad aggredire gli arbitri: secondo la Figc nel 2013 sono stati 370 i fischietti vittime di violenze.
«I giovani devono essere educati», continua Scantamburlo, «oggi anche nella categoria degli esordienti si sentono già campioni. In Italia manca la cultura sportiva e si insegue solo la vittoria».
«OGGI C'È TROPPO SPETTACOLO». Inoltre, in una realtà sempre più in movimento e dove il tempo è denaro, non c'è più spazio neppure per il gioco.
«I talenti sono fagocitati dallo spettacolo», precisa Porro, «è l'effetto della spettacolarizzazione del pallone, dove il calciatore è una figura dello star system con un valore commerciale».
Purtroppo, però, il calcio moderno è fatto di pura tattica, perché «si è persa la dimensione divertente del gioco e si pretende solo la vittoria», aggiunge l'ex osservatore. Che ammette: «Di questo passo il calcio muore».

Anni 60, l'inizio della fine: i club diventano società per azioni

Alex Del Piero.

La mancanza di campioni - l'ultima grande sfornata è stata quella degli Anni 90 con Del Piero, Roberto Baggio, Francesco Totti e Roberto Mancini - è, però, solo un chiaro effetto della crisi profonda, le cui cause sono da ricercarsi anche nella trasformazione del calcio che s'è trasformato in sport per esperti di finanza.
«SOLO OBIETTIVI SPECULATIVI». Dal 1966 i club italiani sono diventati società per azioni, assimilandosi a normali soggetti d'impresa: è questa la vera spallata che ha dato lo scossone al movimento i cui risultati sono ora visibili, visto che i club si sono trasformati in «soggetti con obiettivi puramente affaristici e speculativi», secondo il giudizio di Porro.
Diventata poi la regola con l'avvento di imprenditori che hanno introdotto «la politica dell'investimento sui grandi campioni con l'abbandono progressivo dei vivai».
DAL 1996 SI INSEGUONO GLI UTILI. Di fatto sul finire degli Anni 60 si posero le basi per rendere più vantaggioso reclutare giocatori già pronti all'uso a danno dei talenti da coltivare in casa.
Nel 1996 la Figc, inoltre, consentì con una nuova legge la distribuzione degli utili tra gli azionisti aprendo una nuova era del calcio, trasformandolo in vero show business affidato a società di capitale in cerca di profitti.
DEL PIERO SCOPERTO NEL 1987. Una vera rivoluzione, con buona pace di Scantamburlo che in un'anonima giornata di novembre del 1987 scoprì un ragazzino di 13 anni capace di arpionare, con sorprendente capacità, un lancio di 50 metri del portiere come se avesse una calamita nel piede.
In pochi avrebbero scommesso che quasi 20 anni più tardi quel giovanissimo di nome Del Piero sarebbe diventato addirittura campione del mondo, ma solo dopo aver conquistato ogni trofeo italiano e internazionale.
LE ISTITUZIONI SNOBBANO I VIVAI. Tuttavia non solo i club si nascondono dietro la crisi sociale del calcio. Anche le istituzioni, come «Lega calcio e Figc in testa» hanno avuto le loro responsabilità, fa notare Porro.
Per esempio non essendo state capaci di sfruttare i vivai come serbatoio cui attingere: «Negli altri Paesi, come la Germania, e non solo, i club sono obbligati ad avere settori giovanili sviluppati».
PESCHIAMO DA ALBANIA E MAROCCO. In Italia sono poco meno di 3.100 le società del Settore giovanile scolastico (dato ReportCalcio 2014) e rappresentano solo il 22% del totale, anche se le squadre della categoria pesano per il 73%.
Questo spiega perché i club vanno quindi a pescare all'estero, soprattutto in Albania (con 1.800 giovani importati è il primo Paese di provenienza dei minori stranieri al primo tesseramento), Marocco (1.600) e Romania (1.500).
LA SENTENZA BOSMAN ALLARGÒ L'ORIZZONTE. Una sentenza del 1995 della Corte di giustizia delle Comunità europee, che prende il nome dal centrocampista belga Jean Marc Bosman, contro le norme restrittive delle associazioni sportive in merito al trasferimento dei calciatori da squadre di Paesi della Cee, ci ha poi messo del suo per accelerare il cambiamento in atto, allargando gli orizzonti degli osservatori in grado di strappare promesse a prezzi sempre più bassi.
Peccato che non sempre le cose siano andate bene. E dopo quasi due decenni i nodi sono emersi.
«In Italia si fatica a trovare talenti e quelli che emergono non hanno la giusta mentalità», si è sfogato Conte, che per capirlo ha dovuto arrivare a guidare la Nazionale.

Finita l'era dei presidenti-tifosi come Agnelli e Moratti

Il proprietario dell'Inter Erick Thohir e l'ex presidente onorario dei nerazzurri Massimo Moratti.

Il matra di vincere per fare business ha poi portato il calcio a vendere l'anima al dio denaro. E così si è assistito anche a un altro fenomeno che Porro definisce la «finanziarizzazione dello sport».
Per gestire i club-aziende, il tradizionale imprenditore 'alla Agnelli', famiglia capace di legare indissolubilmente il suo nome a quello della Juventus (lo stesso si potrebbe dire di Silvio Berlusconi con il Milan e di Massimo Moratti con l'Inter) è ormai passato di moda.
Così come il presidente che soffre in tribuna solidarizzando con i tifosi, figura «simbolica» di un calcio non ancora globalizzato.
MORATTI HA BRUCIATO 1.160 MILIONI. Oggi ai vertici delle squadre si stanno facendo largo i cosiddetti squali della finanza, «prodotto di un sistema capitalistico figlio dei derivati», spiega il sociologo, che hanno obiettivo di «tagliare ciò che non dà rendita» e investire per fare utili.
E già i tifosi rimpiangono le spese folli di Moratti, che, secondo un'inchiesta de La Gazzetta dello Sport del 2012 stimava in 1.160 milioni i soldi bruciati dal patron nerazzurro nella sua gestione.
ADESSO SI VENDE PER MONETIZZARE. In questo scenario, allora, diventa normale vendere i campioni per monetizzare.
Sempre secondo il censimento del calcio italiano della Figc, tra il 2011-12 e il 2012-13 nel nostro Paese ci sono stati complessivamente 745 trasferimenti in entrata e 1.409 in uscita.
SPOPOLANO PRESTITI E PARAMETRI ZERO. Peccato, però, che i talenti da esportare siano finiti ed ecco spiegato perché alla fine sono stati spesi 106 milioni in più rispetto a quelli incassati.
Ovvio che spariti i pezzi grossi il gioco si sia inceppato e a molti club non sia rimasta altra soluzione di ricorrere ai prestiti (51% del totale) e ai trasferimenti a parametri zero (15%): i passaggi di proprietà a titolo oneroso hanno pesato solo per il 34%.
IN ITALIA I DIRITTI TIVÙ PESANO TROPPO. Infine il calcio ha patito l'enorme e incontrollata crescita della televisione che, sempre secondo il ReportCalcio 2014, pesa in media per il 57% del fatturato dei 20 club di Serie A contro il 29% della Germania, dove i soldi provengono soprattutto da sponsor, advertising e commerciali (42% contro il 22% dell'Italia).
ALLO STADIO 9 MILIONI DI POSTI INVENDUTI. Normale, allora che nel nostro Paese ci sia una media spettatori di appena 22.500 persone contro gli oltre 42 mila della Germania, i quasi 36 mila dell'Inghilterra e gli oltre 28 mila della Spagna. Che in soldoni per l'Italia significa quasi 9 milioni di posti invenduti.
«Chi non è un fan convinto di una squadra», spiega Porro, «preferisce guardare la partita in televisione, lasciando lo stadio semi vuoto». Anche perché il rischio è di finire in una guerriglia come quella andata in scena a San Siro per la partita Italia-Croazia di domenica 16 novembre.
«La gente si è allontanata perché non c'è più lo spettacolo», evidenzia ancora Scantamburlo.
NON CI SONO PIÙ «POETI E PROSATORI». Chissà allora che cosa ne penserebbe Pier Paolo Pasolini che negli Anni 60 realizzò una sorta di reportage sul pallone considerato un «linguaggio con i suoi poeti e prosatori» in grado dare vita a un sistema di segni.
Se fosse ancora vivo, forse non si farebbe più ritrarre con le scarpe impolverate a inseguire un pallone che non avrebbe più un senso da sviscerare se non quello dell'autocelebrazione. O forse sarebbe in grado di ridare un senso a uno sport. Ma anche Pasolini potrebbe non farcela più, a questo punto.

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