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INTERVISTA 9 Marzo Mar 2015 0925 09 marzo 2015

Pini: «Basta calcio, vado in fabbrica per mio figlio»

Era professionista in Lega Pro. Ma a 29 anni sceglie un lavoro sicuro da operaio. Michele Pini del Lumezzane a L43: «I soldi sono gli stessi. Meno di 2 mila euro».

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A 29 anni, con ancora qualche stagione da poter spendere sui campi, ha deciso di appendere le scarpette al chiodo.
Michele Pini del Lumezzane ha passato la gran parte della sua vita a giocare a calcio, prima nelle giovanili e poi da professionista, in Lega Pro (l'ex Serie C).
Venerdì 27 febbraio 2015 ha partecipato alla sua ultima partita, la trasferta vittoriosa (2-0) contro il Real Vicenza.
A spingerlo al ritiro non è stata certo l'età, e nemmeno qualche infortunio. Solo il desiderio di stabilità e sicurezza economica, per se stesso e per la sua famiglia.
«QUI È UN ALTRO CALCIO». Perché «il calcio delle categorie inferiori non è lo stesso che si vede in tivù» e le cifre che circolano sono decisamente più basse.
Così, quando è arrivata l'offerta per un posto a tempo indeterminato in una fabbrica di Manerbio (nel Bresciano), che costruisce stampi in alluminio per la termoforatura, ci ha pensato un po' su e ha accettato, senza nemmeno aspettare il termine del campionato, per non perdere l'occasione.
Due mesi fa è nato il figlio Federico, sua moglie Laura lavora, ma l'idea di trovarsi senza uno stipendio al termine dell'anno o della carriera l'ha spinto a cambiare radicalmente vita.
«DECISIONE SOFFERTA». «È stata una decisione tanto sofferta perché dopo 10 anni di professionismo non è facile dire basta», ha spiegato a Lettera43.it, a cui ha raccontato il suo pallone, lontano anni luce da quella patinato della Serie A e della Champions league.

Michele Pini con la maglia del Lumezzane.

DOMANDA. Come è andata? A un certo punto ha detto basta e ha iniziato a mandare curriculum?
RISPOSTA.
No, non ho mandato nessun curriculum. Tutto è successo abbastanza all'improvviso, e anche questo mi ha fatto pensare.
D. Quanto a lungo ci ha riflettuto prima di prendere questa decisione?
R.
In termini di tempo non tantissimo. Ma in quei giorni ho concentrato quasi tutte le mie energie mentali su quel tema. Smettere o no. È come se ci avessi pensato 5 o 6 mesi.
D. E se il Lumezzane le avesse offerto il rinnovo? Se fosse arrivata l'offerta di un'altra società?
R.
Forse mi sarei preso un po' più di tempo, avrei aspettato. Non posso dire se avrei fatto la stessa scelta, ma penso di sì.
D. Perché?
R. Perché altrimenti si sarebbe trattato solo di rinviare un momento che sarebbe comunque arrivato uno o due anni dopo. E uno o due anni dopo, magari, non avrei avuto la stessa occasione che ho avuto ora.
D. Ed è per questo che non ha aspettato nemmeno la fine della stagione, giusto?
R.
Esattamente. Dietro di me ci sarebbero state almeno 2 mila persone che avrebbero potuto prendere quel posto.
D. Quanto va a prendere?
R.
Più o meno quello che prendevo da calciatore.
D. Qualcuno ha scritto 2 mila euro.
R.
Assolutamente no. Ho letto anche io, ma non ho mai parlato con l'autore dell'articolo e mi piacerebbe farlo. Non so che situazioni conosce lui, che operai conosce. Non credo siano in tanti a guadagnare 2 mila euro, a meno di avere competenze specifiche.
D. E allora perché lo fa? Per una questione di stabilità?
R.
Sì. La carriera di un calciatore è breve. Io potevo giocare ancora, ma rischiavo di trovarmi senza squadra. Ho avuto l'occasione per dare un futuro più sereno alla mia famiglia, per non gravare sui loro pensieri e dare loro preoccupazioni.
D. È anche un papà presente?
R.
In questi giorni, che non ho ancora iniziato, lo sono tanto. E mi sembra giusto. Così permetto a mia moglie di respirare.
D. Lei cosa fa?
R.
Ora è in maternità, ma lavora. Fa l'infermiera. Abbiamo la fortuna di avere due stipendi, una situazione tranquilla e una casa nostra.
D. Ha già firmato il contratto?
R.
Non ancora, lo firmerò in settimana o quando inizierò. Devo aspettare che siano pronte le carte. Sinceramente non so bene come funzioni perché è la mia prima esperienza di lavoro dopo il calcio.
D. È un tempo indeterminato?
R.
Sì. Fino ad agosto è un contratto di prova, poi da dopo l'estate diventerà un tempo indeterminato.
D. Cosa le hanno detto compagni di squadra e tifosi?
R.
Mi hanno fatto l'in bocca al lupo, c'è stato un abbraccio collettivo. Alcuni di loro, i più giovani, si sono trovati davanti a una situazione nuova. Non capita spesso che un calciatore professionista smetta di giocare per andare in fabbrica.
D. Diventando professionista ha realizzato il sogno di tanti bambini. Poi però si è scontrato con la realtà della serie C, così diversa da quella della A e della B. Un altro mondo?
R.
Sì. Calciatori che hanno fatto solo la C e guadagnato cifre tali da potersi permettere di smettere di lavorare dopo il ritiro credo siano pochi. Il calcio di serie C è fatto più di sacrifici che di altro. Ci si toglie qualche soddisfazione, ma non è lo stesso calcio che si vede in televisione.
D. Crede che altri possano seguire le sue orme?
R.
Penso che ci siano tanti giocatori che come me hanno speso una carriera in C e arrivati a un certo punto cominciano a interrogarsi sul loro futuro. Ho visto già casi di giocatori che al termine di una stagione hanno lasciato e sono andati a lavorare. Non tanti, ma ne ho visti.
D. Come pensa che sarà la sua vita senza calcio?
R.
Non smetto. Lascio solo il professionismo e fino all'inizio della prossima stagione non posso giocare per regolamento. Ma cercherò una squadra che mi permetta di coniugare il lavoro e la mia passione.
D. Ci sarà la fila tra gli amatori per arruolare un professionista. Ha già ricevuto proposte?
R.
Per il momento no, a parte un direttore sportivo che mi ha contattato. Speriamo che ne arrivino.
D. E poi potrebbe rientrare nel mondo del calcio da allenatore o dirigente.
R.
Sinceramente non credo. Non penso di esserne in grado anche seguendo dei corsi. Non sono mestieri semplici da insegnare. Magari, quando avrò smesso del tutto col pallone, allenerò qualche squadra di ragazzini in paese. Dove c'è ancora una certa dimensione umana.

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