CAMPIONI 17 Marzo Mar 2015 1310 17 marzo 2015

George Best, gli ultimi giorni raccontati dal figlio

L'agonia, le allucinazioni, i rimpianti. Il figlio Calum racconta un George inedito. E il suo riavvicinamento col padre. Avvenuto pochi giorni prima della morte. Foto.

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La pelle gialla, le guance scavate, gli occhi rigati dal sangue dei capillari, vittima delle allucinazioni.
Così George Best ha trascorso i suoi ultimi giorni, prima di spegnersi definitivamente il 25 novembre del 2005 (guarda le foto).
Aveva 59 anni, ma ne dimostrava una ventina di più a causa della vita dissoluta e dei problemi al fegato. Era l'ombra sbiadita del campione che fu, quello capace di prendere palla e saltare tutti i difensori avversari, prima di superare il portiere e appoggiare in rete.
IL PLAYBOY NON C'ERA PIÙ. Poco era rimasto del playboy che amava l'alcol ed era capace di uscire con le più belle donne del pianeta e di scherzarci su: «Mi sono perso parecchio... Miss Canada, Miss Regno Unito, Miss Mondo...» (in inglese il gioco di parole è reso particolarmente evidente dall'uso del verbo to miss, perdere: «I used to go missing a lot: Miss Canada, Miss United Kingdom, Miss World»).
Il mito, però, era rimasto intatto, e anche oggi, 10 anni dopo, sopravvive alla sua morte.
A raccontare gli ultimi giorni di vita di George Best è stato il figlio Calum, modello e protagonista di diversi reality show, nel libro Second Best: my dad and me, in uscita a fine marzo nel Regno Unito e anticipato con uno stralcio dal Daily Mail.
L'EREDITÀ SPIRITUALE CEDUTA AL FIGLIO. È la storia di un uomo che ha vissuto la vita al massimo, senza mai alzare il piede dall'acceleratore. Per questo ha smarrito per strada due mogli e, in fin di vita, ha provato a recuperare almeno il rapporto col figlio.
È nata così l'idea di cedere a Calum, che dal padre ha preso la bellezza ma non il talento col pallone, la sua eredità morale e i diritti sulla sua immagine.
Un gesto con cui ha provato a colmare il distacco creatosi negli anni: «Voleva coinvolgermi. Non sono il figlio che lui avrebbe preferito non esistesse mai, come ho pensato per tanti anni. Ero il suo unico bambino, e per questo motivo mi ha lasciato in eredità il suo mito».
Con la gioia di aver ritrovato il padre, però, è arrivata anche la consapevolezza dell'avvicinarsi della fine: «Era tornato a bere dopo il trapianto di fegato, e sapevo per certo che nessuno gliene avrebbe dato un altro».
L'idea che ci fosse solo una destinazione possibile non era facile da accettare: «Una parte di me pensava ancora che fosse invincibile. Era George Best, la leggenda, uno che riesce sempre a venirne fuori».

Un rapporto da ricostruire

Quasi come in un film, George e Calum cercavano di recuperare il tempo perduto, passando ore, giorni, mesi insieme.
Calum, che non aveva mai potuto vedere dal vivo il meglio di suo padre, i suoi anni ruggenti tra campi di pallone e night, doveva accontentarsi di un uomo ingrigito, invecchiato precocemente, alle prese con un declino spaventosamente rapido. «La sua pelle era diventata gialla, i suoi occhi erano strani, gialli e insanguinati», racconta.
LA DIFFICOLTÀ DI PARLARSI. Mentre il padre stava attaccato alla macchina della dialisi, Calum gli sedeva accanto, al telefono o fissando la tivù, parlando pochissimo, mai della salute di George: «Non ci ignoravamo, semplicemente nessuno dei due sapeva come comportarsi con l'altro, o come rendere più intima la situazione».
Gli unici gesti d'affetto sono arrivati quando l'ex campione ha iniziato a passare la maggior parte del tempo privo di coscienza, dall'autunno del 2005, attaccato alle macchine che tenevano stabili le sue condizioni vitali: «Qualche volta mi sdraiavo sul letto con papà e mettevo il suo braccio intorno alle mie spalle. È stata la prima volta che papà mi ha abbracciato, non mi ricordo di aver avuto tanti contatti fisici con lui, nemmeno quando ero un bambino piccolo».
DRINK, PARTY E RAGAZZE NELLE ALLUCINAZIONI. C'è un episodio, che più di altri, sembra collegare il Best degli Anni 70 a quello dei suoi ultimi giorni di vita. Un'allucinazione, avuta quando ormai le sue condizioni precipitavano.
«Papà aveva un aspetto che non gli avevo mai visto prima», racconta Calum nel suo libro, «il suo volto mi spaventava. I suoi zigomi schizzavano fuori, i suoi occhi erano gialli e spalancati, e muoveva la testa da sinistra a destra rapidamente, come se fosse in preda al panico. Era terrorizzante e terrorizzato.
Quando sono entrato nella sua stanza mi ha guardato e mi ha detto con voce disperata: 'Mi devi aiutare. Stanno facendo una cazzo di festa qui'. Gli ho chiesto: 'Cosa vuoi dire, papà?'. E lui: 'Li ho sentiti l'altra notte, laggiù. Bevevano, e c'erano ragazze, e facevano una festa'.
Drink, ragazze, feste. I bip delle macchine si trasformavano nei suoni che per una vita gli erano stati familiari, creando un'allucinazione. L'episodio strappò un sorriso a Calum: «Se avessi saputo che quelle erano le ultime parole che mio padre mi avrebbe rivolto non avrei riso».
LE CORNEE DONATE DOPO LA MORTE. Rimpianti destinati a concretizzarsi di lì a poco, il 25 novembre, quando i medici staccarono le macchine che tenevano in vita George. Poi l'ultimo gesto di generosità di un campione che «non era mai stato un bravo uomo», arrivato per mano del figlio e della sorella Barbara.
«Un'infermiera mi disse: 'So che è un momento duro, ma sei il suo parente più prossimo e devi prendere una decisione sulla donazione degli organi'. Date le sue condizioni, le chiesi quali parti del suo corpo sarebbero state utilizzabili. 'Le cornee', mi rispose. I suoi occhi erano la sua cosa speciale. Tutti li amavano, lui era il ragazzo di Belfast con gli occhi blu. Mia zia Barbara, sorella di mio padre, era con me. Ci siamo chiesti per un momento se fosse giusto o sbagliato. Poi abbiamo deciso di sì, con convinzione. Papà amava dare alla gente, e la gente gli aveva dato così tanto. Era sicuramente la cosa giusta da fare».
Così George Best, il campione, il ragazzo terribile di Belfast, è tornato a vivere. O forse non ha mai smesso di farlo. E mentre le imprese del fuoriclasse e frasi come «ho speso molti soldi per alcool, ragazze e auto veloci. Il resto l'ho sperperato» venivano definitivamente consegnate alla memoria dell'umanità, lo sguardo del ragazzaccio di Belfast tornava a osservare il mondo.

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