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SPORT MALATO 1 Aprile Apr 2015 1605 01 aprile 2015

Doping nel calcio, un tabù duro a morire

In atletica pene severe. Schwazer ne sa qualcosa. Nel calcio non paga nessuno. Dall'Epo al Gh: i preparati sono sempre più sofisticati. Ma guai a definirli letali.

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Marcello Lippi, 64 anni.

Chi ha tutte le raccolte degli album delle figurine Panini, può divertirsi con un gioco macabro.
Scelga a caso tra le facce dei giocatori del tempo che fu, e controlli: Corrado Benedetti, ex Cesena, morto a 57 anni il 15 febbraio del 2014 di cancro; Ezio Bertuzzo, ex Atalanta, morto a 62 anni il 22 febbraio dello stesso anno di tumore; Bruno Beatrice, ex Fiorentina, morto a 39 anni il 16 dicembre 1987 di leucemia; Carlo Petrini, morto a 64 anni il 16 aprile del 2012, dopo 10 di battaglia contro plurimi cancri ed altre patologie; Ferruccio Mazzola, fratello di Sandro, morto il 7 maggio del 2013 a 68 anni di tumore; Aldo Maldera, mitico terzino del Milan della stella, stroncato in poche settimane da un cancro il primo agosto del 2012 a 58 anni; Stefano Borgonovo, ex Milan, morto di Sla il 27 giugno del 2013 a 49 anni.
CI SONO I MORTI, E QUELLI CHE VIVONO A STENTO. È solo un minuscolo settore della Spoon River del calcio, che a differenza di altri sport - si pensi all'atletica e al recentissimo caso Schwazer - non ammette repliche. Poi ci sono i tanti, di più, che sopravvivono a stento: Giancarlo Antognoni, Picchio De Sisti (accidenti cardiaci precoci), Omar Batistuta, distrutto nelle gambe, Gigi Riva, che un anno fa ammise di essere devastato dai dolori e dalla fatica di muoversi.
Chi non avesse le figurine, può rimediare con un libro appena uscito per le edizioni Gruppo Abele: Qualcuno corre troppo, lo ha scritto Lamberto Gherpelli, ex calciatore semiprofessionista, oggi inchiestista sportivo.
LIPPI: «CI FACEVANO LE INIEZIONI TRA LE DITA». Una lunga storia di doping, dall'Italia mondiale di Vittorio Pozzo alle fresche ammissioni dell'ultimo commissario tecnico vincente, Marcello Lippi: «Era prassi che ci facessero delle iniezioni, tra le dita ne avevo cinque diverse. “Vitamine”, ci dicevano... C'era un abuso di farmaci, prendevo antinfiammatori ogni giorno e facevo infiltrazioni, finché non mi sentii male e dovetti fermarmi».
A Lippi andò bene, lui oggi può ricordare, per esempio, il coetaneo Petrini che se n'è andato con tre tumori, cieco e con una voragine nel cranio: la mostrava agli studenti, incontrandoli, per farsi capire. Si appoggiava alla moglie, Adriana, come nella poesia di Eugenio Montale, «Ho sceso dandoti il braccio almeno un milione di scale...». Adriana sapeva come fare, anche suo padre, Giovanni Clocchiatti, calciatore negli Anni 40, finì precocemente fulminato dalla leucemia.

Micoren, Cortex, Epo, Gh: l'evoluzione dei preparati

Stefano Borgonovo, ex calciatore morto di Sla.

Questa ricerca è una cavalcata allucinante, per casistica, circostanze, ma anche come storia delle sostanze.
Dalle vecchie ma già micidiali “bombe” artigianali, quindi Micoren, Cortex, su su per simpamina, nandrolone poi passato di moda, e ancora Epo, steroidi anabolizzanti, testosterone, ormone della crescita (Gh), insulina, betabloccanti, diuretici, gonadotropina, fino al climax delle emotrasfusioni, diluzione del sangue, fleboclisi, manipolazione dei campioni fisiologici e chissà il domani che altro porterà.
«DOPING? UN SEGRETO DI PULCINELLA». Preparati sempre più invasivi, sofisticati, devastanti e difficili da scoprire: spiega Sandro Donati, fra le massime autorità scientifiche nel settore, che i controlli oggi come oggi sono quasi sempre di facciata, restano teorici.
Anche lui ha scritto il suo libro, sempre per il Gruppo Abele, e il titolo non consente dubbi: Lo sport del doping.
Lo hanno isolato, come fosse stato lui la mela marcia nell'Eden. Di doping si muore? Le dimostrazioni definitive non ci saranno ma, come dice proprio la vedova Petrini, «se il problema non si pone, perché allora questa cappa di silenzio, perché il doping resta il grande segreto di Pulcinella?».
SLA: 55 CASI NOTI, 30 FATALI. Capitolo a parte quello della Sla, per la quale sono state ipotizzate le cause più fantasiose: dall'incidenza dei colpi di testa (niente, invece, per le mazzate dei pugili), ai pesticidi nell'erba (ma non sono pervenute stragi di golfisti).
Di certo, questo sortilegio che imprigiona, farfalla in uno scafandro che si serra sempre più fino a che non stritola e distrugge quel che è rimasto, ha l'incidenza più alta di tutte fra i calciatori: 55 casi noti finora, 30 con esito già fatale. Una combinazione di concause, si immagina. Ma il doping non può venirne escluso, così come non è decente escluderlo per i 299 (avete letto bene) atleti caduti letteralmente sul campo fino a oggi.
LA PULCE CRESCIUTA A SUON DI ORMONI. Sì, è un libro allucinante, Qualcuno corre troppo, recentemente presentato alla Federazione della Stampa Sportiva di Roma. Dà fastidio, rompe il giocattolo e proprio per questo va letto, con le sue statistiche orrende, con le sue ombre lunghe, come quella del grande accusatore Carlo Petrini che si agita in ogni pagina, come le altre del processo alla Juventus che nella sua farmacia teneva 247 preparati, processo finito in bolle di sapone e di oblio.
E i calciatori, e non solo loro, che si gonfiano, come la “pulce” Messi, curato da una forma di nanismo che di colpo lo ha fatto esplodere, da 147 a 168 centimetri grazie all'ormone Gh. E poi scoppiano, chi mentre gioca, chi in un letto di ospedale o a casa sua, sempre più in fretta, giovani querce schiantate anche a 20, 25 anni.
Che il doping ci sia, nessuno più lo nega. Che uccida, tutti sfidano a provarlo. Manca la pistola fumante. C'è il fumo ma non c'è la pistola. Per la Spoon River, non paga nessuno.

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