PROFILO 18 Aprile Apr 2015 0645 18 aprile 2015

Gigi Datome, dal rischio taglio ai playoff Nba

Ai Pistons non giocava mai. Poteva tornare in Europa ma ha trovato i Celtics. La resurrezione a stelle e strisce del Jesus del basket italiano.

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Con quella barba lunga, che non ha alcuna intenzione di tagliarsi, e quel fisico asciutto, era quasi logico che lo chiamassero Gesù, ma Gigi Datome, per predicare il suo verbo, ha dovuto lasciare Nazareth per Gerusalemme, morire (sportivamente) a Detroit e poi risorgere a Boston.
In Michigan era stato accolto come il Messia: «Gesù è venuto a salvarci», disse di lui il centro Andre Drummond. E come il Messia è stato rinnegato.

  • Il video postato da Drummond ai tempi dei Pistons.

«TROPPO GRACILE PER L'NBA». In Massachussetts è rinato, ascendendo al paradiso dei playoff dopo aver toccato coi Pistons l'inferno della tribuna e il purgatorio della squadra riserve.
Talento purissimo ed esplosività muscolare, ma fisico non da Nba. Eppure i centimetri non gli mancano, 203, per un'ala piccola, sono più che sufficienti anche in America, e 97,5 chili non sono poi così pochi. È la massa muscolare a fargli difetto. «Troppo secco» per marcare i giganti dell'Nba.
MVP IN SERIE A, COMPRIMARIO COI PISTONS. Gigi convive con queste perplessità da quando è sbarcato in America, nell'estate del 2013, dopo un campionato di Serie A da Mvp e un titolo perso solo in finale dalla sua Roma contro la Montepaschi Siena. Ma un po' come il calabrone che non sa di poter volare, Gigi se ne frega. Quando entra in campo tira, segna, schiaccia e stoppa. Le critiche? Se le lascia scivolare, difendendosi con l'autoironia, senza prendersi troppo sul serio.
D'altra parte a convivere con gli stereotipi ci è abituato. Un sardo che gioca a basket, anzi no, un sardo che gioca in Nba. Il figlio di una terra produttrice di pugili, fantini e centometristi, magari anche di qualche calciatore di talento, ma certo non di giganti della palla a spicchi, che guarda negli occhi LeBron James. Chi l'avrebbe mai detto?

  • I 22 punti di Datome nell'ultimo match di regular season.

A un passo dal ritorno in Europa: lo voleva il Barça, ora è ai playoff

Luigi Datome in campo con la maglia dei Boston Celtics.

Non è stato semplice arrivare dove è ora. Dopo una prima stagione tra alti e bassi, Detroit ha smesso di credere in lui.
Nell'estate del 2014 sembrava che potesse rifare le valigie con cui era sbarcato un anno prima e prendere un aereo per l'Europa. Lo voleva il Barcellona, uno dei club più forti del Vecchio Continente. Sarebbe tornato protagonista, avrebbe potuto provare a vincere l'Eurolega. Avrebbe giocato, soprattutto, cosa che a Detroit sembrava impossibile. Ma ha deciso di non rinunciare al suo sogno americano.
RETROCESSO IN D-LEAGUE. La voglia di dimostrare il suo valore, di smentire gli scettici, ha superato un'astinenza da parquet che si era fatta quasi intollerabile. Con i Pistons, fino a febbraio, la miseria di tre partite, meno di 6 minuti di media, e comunque 3,7 punti. Ha dovuto sopportare persino l'onta della retrocessione in D-League, il campionato delle squadre B in cui i team Nba mandano a giocare gli scarti.
Il trasferimento è arrivato inaspettato e con prospettive poco chiare, mischiando l'entusiasmo per l'approdo in una franchigia storica ai dubbi sulla consistenza di una squadra in piena smobilitazione, alle prese con la definitiva chiusura di un ciclo segnata dalla cessione di Rajon Rondo, e sul ruolo che lui avrebbe potuto rivestire in quel contesto.
22 PUNTI NELL'ULTIMA PARTITA. Per lasciare il segno gli sono bastati poco più di 10 minuti a partita, una media di 5,2 punti, una percentuale da tre che rasenta il 50%, tra le migliori della Lega.
Nell'ultima partita di regular season, mercoledì 15 aprile, ne ha messi a referto 22 in 27 minuti, ritoccando il suo massimo in carriera alla prima da 'titolare' in quintetto, superando ancora una volta i suoi limiti, alzando l'asticella e presentandosi col miglior biglietto da visita possibile ai playoff.
Impensabile che nella corsa al titolo possa giocare così tanto. Da domenica 19 aprile, quando alle 21 i Celtics vanno in casa dei Cavaliers di LeBron James in gara 1, tornerà a passare più tempo in panchina che in campo, e dovrà ritornare a sfruttare le poche palle a sua disposizione. I suoi primi playoff potrebbero essere questione di poche partite e pochissimi minuti. Ma sono comunque un segno tangibile per tutti i San Tommaso che non credevano nella sua resurrezione.

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