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CALCIOMERCATO 17 Giugno Giu 2015 2204 17 giugno 2015

Tevez torna al Boca Juniors: con l'Argentina un legame infinito

Carlitos lascia la Juventus per Buenos Aires. E quelle strade che non ha mai dimenticato.

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Al cuor non si comanda. E il cuore di Carlos Tevez parla argentino. L'Apache ha sciolto le riserve: vuole tornare a casa sua, al Boca Juniors, la squadra in cui è approdato a 13 anni e che ha lasciato a 20 per andare a giocare col Corinthians, in uno Stato, il Brasile, che non era mai stato particolarmente accogliente per gli argentini.
Basterebbe questo per capire chi è Carlos Tevez e perché ha scelto di anticipare di un anno l'addio alla Juventus e al calcio europeo. Basterebbe, ma poi ci si perderebbe tanto altro.
SENZA CALCIO UN'ALTRA VITA. «Senza calcio sarei morto o in galera», così aveva riassunto la sua vita nel 2011. «Sono 100% villero (di quartiere), non esiste nessun altro posto al mondo dove si possa incontrare tanta umanità. Ma se non fosse stato per il calcio adesso sarei morto, o in carcere oppure in mezzo a una strada, drogato, come molti ragazzi del mio barrio».
Ejercito de los Andes, o Fuerte Apache, quel barrio che gli ha dato tutto, persino un soprannome, ma che sarebbe anche potuto essere la sua condanna. Quel barrio che Carlitos non ha mai dimenticato, come tutti gli altri quartieri della Buenos Aires del popolo, l'unico luogo al mondo in cui Tevez è più importante persino di Lionel Messi.
El Congo, Villa La Ñata, Villa Palito, La Maciel, la Ciudad Oculta, il barrio che il regime di Videla chiuse dietro un muro perché il mondo non potesse vederlo durante il Mondiale del 1978. La Buenos Aires che non ha voce l'ha trovata grazie alle sue dediche, a quelle magliette mostrate dopo i gol. E Villa Palito ha deciso di ricambiare con un murale che lo ritrae proprio mentre esulta alzandosi la maglia.
I NO A JUVENTUS E ATLETICO MADRID. Tevez e Buenos Aires non potevano restare lontani ancora a lungo. Ci hanno provato in tanti a fargli cambiare idea. La Juventus, che gli ha chiesto in tutti i modi di fermarsi fino alla fine del suo contratto, nel 2016, per poi andarsene a parametro zero. L'Atletico Madrid del Cholo Simeone, che avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di poterlo allenare in Spagna.
Ma lui non poteva aspettare, non poteva evitare di dedicare quel che resta dei suo giorni migliori alla sua città, alla squadra del popolo, del suo popolo. Il Boca Juniors non è solo un grande club, la Bombonera non è solo uno stadio, sono l'emblema dell'Argentina che combatte e non si arrende, del talento che si unisce alla garra, dello spirito che spinge un fuoriclasse a rincorrere l'avversario per strappargli il pallone dai piedi.
Tevez è questo e non solo. È un giocatore che dopo aver la Coppa Libertadores e la Coppa Intercontinentale è approdato in Europa. Ma non in quella delle big. Anche il suo inizio nel Vecchio Continente è stato da operaio del pallone: il West Ham, un allenatore che lo faceva giocare fuori ruolo, poi un altro che lo teneva spesso e volentieri in panchina, un quindicesimo posto in classifica.
«A VOLTE IL CALCIO MI ANNOIA». Poi sei anni a Manchester, due con lo United e quattro con in City. In mezzo gioie, panchine, liti con i compagni e gli allenatori, la tentazione di mollare tutto a 28 anni. «Il calcio a volte mi annoia», ha confessato il 13 giugno 2015 dal ritiro dell'Argentina per la Coppa America.
Forse lo annoiavano la Serie A e la Champions League, i gol, che in bianconero sono tornati a essere abbondanti come al primo anno al Manchester City, gli scudetti vinti con troppa facilità. Forse era giunto il momento di tornare alle origini, perché le scritte sulle magliette non erano sufficienti a sfogare il suo amore per la strada, perché «quelle persone, quella povertà, non puoi dimenticarle».

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