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SPORT E SOCIETÀ 22 Agosto Ago 2015 1500 22 agosto 2015

Il Napoli calcio come Napoli città: aria di depressione

L'addio di Benitez. Il bagno d'umiltà con Sarri. Sotto il Vesuvio c'è disillusione. Pallone e politica vivono gli stessi guai. Incapaci di difendersi e programmare.

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La delusione di Gonzalo Higuain e Dries Mertens.

Classe 1960, madrileno di nascita, gran mangione, segno zodiacale Ariete («col Sole trigono a Giove e Plutone»).
Il suo curriculum mozzafiato aveva indotto i napoletani a sperare in un miracolo mai neanche immaginato.
Dopo i due scudetti (’86-’87 e ’89-’90), quelli conquistati grazie alle magìe del pibe de oro Diego Armando Maradona, il Napoli e Napoli avevano davvero creduto di ritrovarsi a un soffio dalla gloria.
SOGNO A OCCHI APERTI. Champions league, il primo posto in campionato, a tu per tu con la Juventus, la Coppa Italia, uno squadrone (senza più Cavani e Lavezzi, ma col “pipita” Higuain e un sacco di altri big) agli ordini di uno tra i migliori mister planetari, seguace del dialogo e nemico delle urla, in grado di giocarsela con i più blasonati club del mondo.
Per la ex capitale del Mezzogiorno d’Italia - rassegnata alla mortificazione politica, economica, culturale - si è trattato di un sogno a occhi aperti.
Che ha coinvolto (e illuso) per due anni quartieri alti e periferie, popolino e intellighentia, progressisti e conservatori, gente per bene e marmaglia di camorra.
RAFA IL GRANDE BLUFF. Tutto all’insegna di un nome e cognome: Rafa Benitez, l’allenatore “intellettuale”, ‘o professore, il gran signore che ai cronisti insistenti raccontava la parabola del padre e del figlio sull’asino e, tra un allenamento e una tattica, se ne andava gironzolando tra i Decumani come un turista in visita alle chiese antiche e ai monumenti della città più colta e segreta.
Benitez, cioè l’Europa. E il rispetto, finalmente. Negli stadi. E perfino fuori.
Invece, altro che sogni di gloria. E altro che prestigio ritrovato.
DELUSIONE «MERITATA». Al posto dello scudetto è arrivata la Grande delusione. Inattesa. Bruciante. Senza appello.
«Tutto sommato», commentano i tifosi, «perfino meritata, vista la difesa colabrodo (54 i gol subìti in campionato), i portieri acchiappa-farfalle, il centrocampo fantasma, le mille occasioni sprecate, e un attacco che troppe volte ha deluso».

Benitez da salvatore della patria a traditore

Aurelio De Laurentiis con Rafa Benitez.

Il Napoli di Benitez si è ritrovato fuori dalla Champions, fuori dalla Coppa Italia, fuori dalla Europa league.
E in campionato ha strappato un risicato quinto posto.
Una defaillance pazzesca che ha stordito i tifosi e li ha lasciati senza parole.
UNO SPOT PER LA CITTÀ. E Rafa Benitez? Nel 2014, l’allora assessore regionale al turismo Pasquale Sommese lo aveva indicato come l’ideale testimonial delle meraviglie di Napoli nel mondo, viste le sue frequentazioni dei musei e dei luoghi di cultura.
Insomma, Rafa meglio di uno spot.
L’ideale per rilanciare il turismo in Campania.
MODI GENTILI AL COMANDO. Lui a molti appariva come una sorta di “salvatore” della patria (anzi, di Napoli), amato e apprezzato per i modi gentili e la semplicità di vita.
La sua statuina troneggiava paciosa tra i pastori a san Gregorio Armeno.
Un suo sosia che fa il barista era diventato popolarissimo e veniva invitato alle feste e ai battesimi.
Ad altri, il Rafa rievocava l’ennesimo “uomo solo al comando”, attraente e capace, una figura che in terra vesuviana - da Masaniello ad Achille Lauro, dai Gava a Antonio Bassolino passando per i cosiddetti vicerè degli Anni 80 e 90 Paolo Pomicino, Franco De Lorenzo e Giulio Di Donato - si è già imposto troppe volte illudendo e poi deludendo la gente con giravolte da capogiro.
VELENO SU TIFOSI E GIOCATORI. Nessuno, però, si sarebbe mai aspettato che dopo le sconfitte, il quinto posto, l’addio alla squadra e la partenza per Madrid (dove è andato ad allenare il mitico Real) don Rafe’ rivelasse un’altra, inedita faccia.
Prima, il silenzio stampa. Poi qualche sbuffo.
Infine il nervosismo, le litigate con i giornalisti in tivù e le frasette al veleno dedicate ai calciatori del Napoli (ritenuti, tra le righe, non all’altezza dei suoi moduli tattici), alla società e perfino ai tifosi considerati «troppo focosi», «impazienti» e perfino «un po’ pretenziosi».
Insomma, una delusione. Anzi, un mezzo tradimento.

E ora il bagno d'umiltà con 'l’operaio' del pallone Sarri

Maurizio Sarri, allenatore del Napoli.

L’ennesimo, per Napoli che nella defaillance della sua squadra di calcio vede riprodotta la metafora della propria fragilità civica, politica, culturale, economica.
Squadra in disarmo. E città alla frutta.
Dopo i sogni (infranti) di grandeur calcistica (e non solo), il presidente della squadra - il produttore cinematografico Aurelio De Laurentiis - ha ingaggiato l’ex allenatore dell’Empoli, 'l’operaio' del pallone Maurizio Sarri, fautore di un calcio battagliero ma decisamente più umile e “senza grilli per la testa”.
UNA CURA DIMAGRANTE. Una drastica cura dimagrante, per il Napoli che prova a ripartire da zero in un contesto in cui presenze di alto rango come Gonzalo Higuain e Josè Maria Callejon rischiano di apparire quasi un lusso fuori luogo.
Napoli come il Napoli? Per molti è proprio così.
MANCA PROGRAMMAZIONE. «Anzi», fa sapere un anziano tifoso, «dopo la débâcle della squadra di calcio la metafora appare più appropriata e struggente: simili appaiono l’incapacità di restar fedeli a una programmazione, simile è l’instabilità che rende complicato raggiungere gli obiettivi anche quando si è riusciti a crearne le condizioni».
Toni Iavarone, giornalista sportivo, ha definito Benitez «un perdente di alto rango».
Perciò, per molti, lo spagnolo è stato «l’allenatore che più ha deluso».
NAPOLI SOFFRE DI DEPRESSIONE. Un po’ come Napoli, che secondo l’epidemiologa Maria Triassi soffre «di un disagio psicologico», cioè di una malattia «che sfiora la depressione» e la rende «rassegnata al flop».
C’è chi la chiama «sindrome da maglia nera».
E chi - imperterrito - continua a pensare che «la bellezza alla fine salverà Napoli».
«Nel frattempo», ha osservato il critico d’arte Philippe Daverio, «la banalità sta uccidendo la bellezza di Napoli. E la sta rendendo un luogo trash e senza speranza».
I SACRIFICI SARANNO DOLOROSI. Qualcuno preoccupato avverte: «Attenzione, se la squadra di calcio appare disposta al bagno di umiltà, la città - ancora troppo piena di sé - non sembra pronta all’autocritica. Perciò, gli inevitabili sacrifici saranno ancor più dolorosi».

Non solo calcio: il flop riguarda ambiente, cultura e senso civico

Il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris.

Fa sapere un ex assessore comunale: «Per comprendere meglio a che punto sia il degrado civico a Napoli bisogna pensare alla scomparsa totale del sindacato (pur in un contesto di gravissima emergenza industriale) e a come è stata gestita l’estate 2015 sul cosiddetto Lungomare di via Caracciolo liberato dalle auto: la società privata incaricata di organizzare gli eventi estivi non è stata in grado neanche di allestire gli stand». Un flop.
UN MARE DI IMBROGLI. Come un flop risulta la bonifica a Bagnoli, impantanata in un mare di vecchi e nuovi imbrogli.
Come un flop è il destino dell’area a Est, regalata ai campi rom, alla criminalità, all’abbandono.
Come il centro antico, mai risanato, che crolla a pezzi se piove.
Come la lotta alla criminalità, fallita su tutti i fronti.
Perfino l’aria, avvelenata, è un imperdonabile flop.
INCAPACI DI DIFENDERSI. Affermano gli osservatori: «Napoli, come il Napoli calcio, non sa più difendersi (e infatti coltiva rapporti pessimi con i referenti politici, a cominciare dal governo nazionale), non sa progettare idee a centrocampo (i grandi eventi, tipo la strombazzata America’s cup di vela, si sono rivelati un disastro) né possiede un “regista”, cioè un uomo-squadra degno di tale nome (quel che resta del Pensatoio locale - universitario e no - giace pavido e inerte, asservito al mercato delle consulenze pubbliche)».
DE MAGISTRIS VIVACCHIA. All’attacco, poi, Napoli non segna un gol neanche per caso: il sindaco Luigi de Magistris, che dovrebbe fare da centravanti, «da mesi si arrabatta come può sulla difensiva nel tentativo di restare comunque in sella fino alla primavera 2016».
Altro che scudetto, allora. Il cardinale Crescenzio Sepe, l’arcivescovo, ha parlato di «una città in agonia» in cui masse di giovani «emigrano ogni giorno dal contesto civile per farsi accogliere nel mondo criminale».
VUOTO DI IDEE DISARMANTE. Questa che si prepara all’autunno 2015 è una Napoli depressa “da dopo-Benitez”, una città - forse - “da centro-classifica”, ma senza più arte né parte e che anzi tende «a scendere sempre più in basso, risucchiata nel vuoto di idee».
Nessuno lo ammette, ma qui si respira aria da retrocessione.

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