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FALLIMENTO 31 Agosto Ago 2015 1700 31 agosto 2015

Mondiali Atletica, la patetica Italia dei record negativi

Zero medaglie. Tanta improvvisazione. Nessuno che si assuma le responsabilità. Flop azzurro a Pechino. Specchio di un Paese che se la tira. Senza avere talento.

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Gianmarco Tamberi, salto in alto.

Un record è un record, per definizione qualcosa di unico, difficile da battere.
L'Italia sportiva, atletica, ha i suoi, seppur capovolti: neanche una medaglietta di stagno ai Mondiali di Pechino 2015, in compenso un coro di prefiche da primato mondiale.
Al di là dei risultati, più ossuti che scarni, è proprio l'atteggiamento globale, susseguente alla magra, che ci conferma come Paese rigorosamente indisponibile ad assumersi ciascuno le proprie responsabilità.
E lo sport, naturalmente, si risolve nello specchio di un sistema generale.
NEMMENO UN PODIO. Niente titoli a Pechino, dunque, neanche l'ombra di un podio: è scattata subito l'accusa alle scarse risorse, alla malasorte, agli oroscopi, alle macchie solari, al destino cinico e baro e, manco a dirlo, alla crisi: ma la stessa Grecia, scombinata com'è, qualcosina ha risicato e la Giamaica con i suoi assi pigliatutto della velocità non pare esattamente una nazione opulenta.
La stessa Olanda, non proprio una superpotenza, ha sfoderato questa freccia, Dafne Schippers, capace di bruciare perfino le saette giamaicane.
Dall'Italia sono soffiati subito venticelli calunniosi: vuoi vedere che quella 'si bomba'?
CONVINTI DI SFANGARLA. Ma la vera verità è più probabilmente quella che si è fatta scappare un'atleta del lancio del peso, in un'intervista televisiva sfuggita dalla bocca: «Ah, noi italiani siamo un po' quelli convinti sempre di saperne più degli altri, quelli che alla fine la raddrizzano in qualche modo, ma anche nello sport la concorrenza è cambiata e l'improvvisazione non paga più».
Il presidente federale Alfio Giomi ha stilato la classifica delle cose da fare, come a dire tutto quello che non è stato fatto, e davvero non si capisce perché: «Potenziare il settore tecnico, chiarire con atleti e società cosa ci aspettiamo da loro (leggi: far rigare dritti atleti troppo viziati, ndr), curare meglio gli aspetti biomedici e di ricerca».
Appunto, perché tutte queste faccende non sono state seguite, perché «rispetto agli altri Paesi», ipse dixit, «siamo indietro?».

Anche nello sport l'Italia se la tira pateticamente

Ayomide Folorunso passa il testimone a Chiara Bazzoni, staffetta femminile 4x400m.

Ovviamente Giomi non si sogna neppure di trarne le conclusioni del caso.
Il problema è ben altro, sta a monte, e così la pensa pure il direttore tecnico Massimo Magnani.
Vero è che Giomi si batte il petto «la responsabilità è solo mia», ma trattasi di formula teorica a uso taccuini, perché mai dovrebbe dimettersi con l'Olimpiade di Rio 2016 che incombe e promette nuovi sfaceli?
Anche Magnani fa la verginella: «Se il presidente dovesse valutare che devo andare a casa lo farò, non sono legato alla poltrona». Per carità.
TUTTI SEMPRE IN SELLA. Ma sa benissimo che il presidente non valuta un bel niente, tutti in sella come sempre, pronti a individuare le colpe di un fiasco senza precedenti: la squalifica di atleti dopati, gli infortuni, i militari di carriera che impediscono gli allenamenti full time.
Facevano prima a dire: che sfiga.
Ma, per dirne una, come mai i nostri migliori atleti sono quasi sempre usciti dai corpi militari e questo non aveva mai impedito loro di conquistare i loro trofei?
PAESE ILLUSIONE DI SE STESSO. Qui par di capire una cosa su tutte: che l'Italia, anche nello sport, vive nell'illusione di se stessa, è spocchiosa, se la tira pateticamente; quelli di altri Paesi - tutti gli altri Paesi - invece sgobbano, si migliorano, vincono.
E non trovano Padreterni da incolpare.

Una rassegnazione sportiva che contagia anche la società

Libania Grenot, al centro, durante la semi finale dei 400m.

In Cina - il cui modello non è auspicabile, ma forse farebbe bene a qualche nostro Superman alle vongole - chi non arriva al podio viene consegnato a un disprezzo sociale che lo scarica al livello del paria.
Un sistema brutale, ingiusto, ma è per dire quanta distanza stellare corra tra certi Paesi e l'Italia, i cui atleti vengono osannati, riveriti e televisionati e perfino lanciati in carriere parallele pure quando fanno ridere (perché la colpa era del terreno, del cloro in piscina, del caldo, del freddo, della tuta, degli scarpini, dei problemi di cuore).
PARTECIPO E ARRIVO ULTIMO. C'è un senso di rassegnazione - che i vertici della Federazione di Atletica chiamano, eufemisticamente, «atteggiamento mentale non conforme» - che contagia tutti e si diffonde in ogni anfratto della società italiana, una specie di De Coubertin in chiave più pessimista possibile: l'importante è partecipare, tanto lo so che arrivo ultimo.
JUVE, SCONFITTA TRIONFALE. Nel calcio l'approdo della Juventus, che era di gran lunga la squadra italiana di calcio più forte, alla finale di Champions league 2015, per farsi macellare dal Barcellona, fu salutata come un inusitato trionfo, roba da accendere un cero alla Madonna.
E quando i pur discreti bianconeri uscirono dal campo mazzulati come ci si aspettava, quasi quasi venivano portati in processione: salve ragazzi, Dio ve ne renda merito.

Fuga dei cervelli, delle medaglie, dell'artigianato

Silvia Salis, lancio del martello.

Questo è un Paese che fuori dai confini non sa più dire la sua in niente, che si è abituato alla fuga dei cervelli, delle medaglie, dell'artigianato, di quel minimo orgoglio senza il quale ogni bandiera si affloscia.
È vero, abbiamo ancora qualche mente ostinata che non si spegne e, come fanno vedere i telegiornali, progetta mirabili arti artificiali, protesi, invenzioni ancora capaci di fare la differenza.
Ma sembrano colpi di coda di un genius loci che nessuno sa più difendere, stelle comete che passano e s'inabissano nel buio.
RESPONSABILITÀ DI CHI? Quanto durerà questo buio nessuno può saperlo, perché la cosa peggiore è la scomparsa del senso di responsabilità, anche residuo, per cui chi fallisce, a vario titolo, va a casa anziché restare saldamente in sella al mulo escogitando giustificazioni esoteriche.
Ma, dalla politica alla società civile, allo sport, allo spettacolo, alla cultura, tutti sempre a scaricare il barile, il problema è ben altro, sta a monte, signora mia.
PRODIGIOSI INSUCCESSI. E così inanelliamo prodigiosi insuccessi, uno dietro l'altro. Un record è un record, qualcosa di unico al mondo; noi difendiamo accanitamente i nostri, gli unici ormai che siamo in grado di raggiungere.

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