Flavia Pennetta Semifinale 150911182832
PARADOSSO 15 Settembre Set 2015 1648 15 settembre 2015

Pennetta, Vinci, Pellegrini? Campionesse dilettanti

Vincono titoli. Ma senza tutele, tfr e pensioni. La denuncia di Assist sulle atlete in Italia.

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Certo con i 3 milioni e mezzo di dollari del montepremi dell'Us Open Flavia Pennetta non ha problemi a sbarcare il lunario.
Lo stesso vale per l'altra finalista, Roberta Vinci, che si è dovuta 'accontentare' di 1,45 milioni di dollari.
Senza contare le sponsorizzazioni che si sa nel tennis sono ricche.
MANCANO LE TUTELE. Eppure le due nuove - e a ragione - eroine nazionali sono dilettanti. Già, non godono in Italia di alcuna tutela: Tfr, maternità, pensione.
Vero è che negli Stati Uniti il Wta, la Women's Tennis Association, assicura alle giocatrici dei circuiti internazionali pensione e quant'altro. Ma in Italia il problema resta.
ODIOSA LEGGE DEL 1981. E così, Matteo Renzi, che con il suo staff e il fidanzato di Flavia Fabio Fognini (tennista anche lui), si è precipitato a New York su un volo di Stato per celebrare l'occasione straordinaria di una finale tricolore, ha perso un'occasione: spingere il legislatore a cambiare l'odiosa legge del 1981 che pilatescamente stabilisce che siano il Coni e le singole federazioni a decidere quali discipline sportive possono essere definite professionistiche o meno.
Sicuramente avrebbe attirato meno polemiche che scattando il paio di selfie d'ordinanza.
«NOI, ZIMBELLO D'EUROPA». «È vergognoso», spiega a Lettera43.it Luisa Rizzitelli, presidente dell'Associazione nazionale atlete (Assist), «che l'Italia non riconosca come professionistiche tutte e dico tutte le discipline femminili. Siamo lo zimbello d'Europa».
Agli uomini va un filo meglio: sei su 60 discipline sono considerate professionistiche: calcio, golf, pallacanestro, pugilato, motocicismo e ciclismo.

Se rimani incinta? Cavoli tuoi

Roberta Vinci: finalista degli Us Open 2015.

Il gender gap si fa sentire quindi non solo in ufficio, ma anche sui campi e negli stadi.
Perché le donne guadagnano meno - una giocatrice di calcio di serie A porta a casa se va bene 6 mila euro al mese, nulla se rapportato ai compensi milionari dei colleghi uomini - e non hanno alcuna tutela.
«Se rimani incinta», continua Rizzitelli, «stai a casa e sono cavoli tuoi».
La pensione? «Non esiste. Poi è pacifico che altri organismi internazionali si comportino diversamente, ma noi siamo in Italia».
UNA FOLLA DI PRECARIE. Dietro alle stelle come le Pennetta, le Vinci, le Cagnotto, le Pellegrini e le Piccinini, c'è poi una popolazione di precarie dello sport che sono solo fantasmi.
Non godono di alcun diritto e magari non arrivano alla massima serie né a gareggiare nei circuiti internazionali.
Senza quindi essere corteggiate dagli sponsor.
Una calciatrice, una cestista, una tuffatrice lavorano però a tutti gli effetti sei, sette ore al giorno.
Si tratta di una professione come un'altra.
Ma in assenza di una base contrattuale, la paga la decide una trattativa privata tra atleta e società. E guai a chiamarlo stipendio, ride amara Rizzitelli, «sia chiaro: è un rimborso spese».
CAMPIONESSE DIMENTICATE. E poi c'è anche chi di euro non vede nemmeno l'ombra. Come Cristina Moscetti, campionessa europea di biliardo (specialità ladies 10 balls) che una volta salita sul podio non ha ricevuto né un premio né una pacca sulle spalle.
Questa deregulation, fa notare la presidente, non solo va contro i diritti costituzionali delle sportive, ma «alimenta anche un'economia sommersa fatta di pagamenti in nero».
«È impensabile infatti che il legislatore deleghi a un organo terzo, e cioè il Coni, la decisione su chi può avvalersi di un diritto e chi no».

La richiesta? Un tavolo tecnico con i rappresentanti degli atleti

Il premier Matteo Renzi con il presidente del Coni, Giovanni Malagò, alla finale tutta italiana degli Us Open tra Flavia Pennetta e Roberta Vinci.

Senza contare poi il gettito fiscale che deriverebbe da una regolamentazione del settore.
Molte atlete guadagnano bene, una pallavolista di serie A può arrivare anche a 100 mila euro l'anno netti.
«Perché non darle la possibilità di pagare le tasse?», si chiede con una punta di rabbia Rizzitelli.
COSTO PER LE FEDERAZIONI. Sicuramente trasformare tutte le atlete in professioniste costerebbe parecchio alle federazioni.
Rizzitelli ne è consapevole. «Si possono trovare formule alternative», dice. «Creare varie fasce di professionismo e semi professionismo, per esempio».
La priorità ora è aprire un vero tavolo tecnico con i rappresentanti degli atleti, non come quello poi naufragato che volle l'ex ministro Giovanna Melandri, per ridiscutere la legge del 1981.
NO ALLA MILITARIZZAZIONE DELLO SPORT. In mezzo a questa folla di precarie dello sport, che riescono però a rispolverare il nostro orgoglio nazionale, ci sono poi pochissime privilegiate: le atlete che gareggiano con i corpi militari.
«Sono assunte nei corpi e quindi tutelate: stipendio da 1.300, 1400 euro, maternità, tfr, tredicesima e quattordicesima», sottolinea Rizzitelli.
Che però è contro alla militarizzazione del nostro sport. «Nemmeno fossimo nell'Unione sovietica», aggiunge.
Paradosso su paradosso: mentre ci riscopriamo tutti tennisti, tuffatori, pallanuotisti o ginnaste di ritmica all'arrivo di un oro, non ci rendiamo conto di come lo Stato bistratti lo sport, nonostante il settore rappresenti con l'indotto quasi il 3% del Pil nazionale.
UNA QUESTIONE CULTURALE. O dimentichiamo, davanti all'impresa storica di Pennetta e Vinci, quel «Basta! Non si può sempre pensare di dare soldi a queste quattro lesbiche» del calcio femminile pronunciato dal presidente della Lega nazionale dilettanti Felice Belloli poi costretto al ritiro.
Forse per rendere merito alle nostre campionesse servirebbero meno selfie e voli di Stato e più leggi e tutele. Per arrivare a una autentica parità, come da Costituzione.

Twitter @franzic76

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