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INTERVISTA 11 Novembre Nov 2015 1121 11 novembre 2015

Doping Russia, Donati: «Oltre Mosca altri nel mirino»

Donati, consulente Wada e nuovo coach di Schwazer: «Sospetti pure sul Kenya e su Paesi europei e del Nord Africa». E sul suo atleta: «Basta prendersela con lui».

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Un database gigantesco. All'interno del quale una lunga sequela di dati e nominativi inchioda la Russia e la Federazione internazionale di atletica leggera (Iaaf) alle responsabilità del più grande scandalo doping della storia recente.
Dodicimila casi di atleti sottoposti a controlli ematici tra il 2001 e il 2012, la gran parte dei quali meritevole di un'indagine per via dei valori anomali.
TRASPARENZA INESISTENTE DA PARTE DELLA IAAF. Indagini mai avviate o avviate con forte ritardo, a testimonianza di una trasparenza inesistente da parte della Iaaf. Non solo russi, a riprova di come la denuncia della Wada potrebbe essere solo la punta di un'iceberg. Putin studia le contromosse, convoca i capi delle federazioni sportive nazionali (incontro poi rimandato a causa del maltempo, ndr).
E pensare che non sarebbe bastato quell'enorme database senza l'inchiesta condotta dal giornalista del canale tedesco Ard Hajo Seppelt, che ha scoperchiato gran parte della magagne gravitanti attorno all'atletica leggera. E senza la denuncia di una giovane coppia di atleti russi costretta a espatriare dopo le mincacce ricevute per via delle loro ammissioni.
Elementi preziosissimi ai fini del lavoro condotto dalla commissione anti doping della Wada.
DONATI: «LE FEDERAZIONI HANNO TROPPO POTERE». Che Mosca adottasse quello è stato più riprese definito come «doping di Stato», tuttavia, non è certo una novità per Sandro Donati, consulente della Wada e allenatore di Alex Schwazer, il marciatore altoatesino squalificato fino ad aprile 2016 per assunzione di Epo.
Punto di riferimento dagli Anni 80 dello sport italiano nella lotta all'abuso di farmaci, Donati a Lettera43.it descrive un quadro a dir poco fosco. Spiega che oltre a quello russo nuovi casi potrebbero presto emergere («I sospetti sul Kenya sono molto forti», dice) e individua nelle federazioni, «sia quelle nazionali sia la Iaaf», il principale colpevole di questa situazione: «Hanno troppo potere, molti dei personaggi invischiati in faccende di doping bazzicano ancora gli ambienti federali, per cambiare le cose occorre partire da qui».

Sandro Donati, consulente dell'Agenzia nazionale anti doping (Ansa).

DOMANDA. La stupisce uno scandalo di simili proporzioni?
RISPOSTA. Assolutamente no. Avendo avuto modo di visionare il database sequestrato dalla procura di Bolzano a un medico italiano era chiaro come il numero di atleti russi con valori fuori dal comune potesse ricondurre a una situzione simile.
D. Eppure Mosca parla di una manovra politica ai suoi danni.
R. È un'ipotesi inverosimile. Il lavoro svolto dalla Wada, le ammissioni degli atleti, sono tutti elementi che portano in un'unica direzione: quella di un uso massiccio e diffuso del doping.
D. La Federazione internazionale poteva non sapere?
R. Evidentemente no, nel momento in cui i valori ematici rinvenuti nel database erano lo strumento col quale membri della federazione offrivano copertura agli atleti in cambio di denaro.
D. Ricatti veri e propri?
R. È stata aperta un'indagine dalla magistratura francese in tal senso.
D. La domanda sorge spontanea: solo la Russia è impelagata col doping?
R. Nient'affatto. Il quadro è piuttosto desolante.
D. Quali sono gli Stati con più ombre?
R. I sospetti sul Kenya sono molto forti, ma pure alcuni Paesi europei e del Nord Africa non se la passano bene.
D. Ci si può ancora fidare dell'atletica leggera?
R. È uno sport che prima di tanti altri, ahimè, ha sperimentato la corruzione e il malaffare. Dall'Unione Sovietica alla Germania Est, passando per lo scandalo Balco. Il problema resta l'ambiguità di fondo.
D. Si spieghi meglio...
R. Molti dei personaggi invischiati in faccende di doping bazzicano ancora gli ambienti federali. Le ambiguità sono diffuse. I protagonisti del doping della Germania Est hanno saputo riciclarsi altrove.

D. Com'è stato possibile?
R. La Wada prevede sanzioni soltanto per gli atleti, non per le federazioni e i comitati olimpici internazionali. Per cambiare le cose occorre partire da questa riforma.
D. Mi pare di capire che il principale accusato siano le federazioni.
R. Certo, sia le federazioni nazionali sia la Iaaf. L'unico modo per combattere seriamente questa piaga è affidarsi a organismi indipendenti.
D. La Wada è uno di questi?
R. Esattamente. Ma tropppe volte in passato è stata schiacciata dal peso politico delle singole federazioni. Paradossalmente, quest'ultimo scandalo, potrebbe rafforzarne il ruolo.
D. La Iaaf come la Fifa?
R. Questi organi di autogoverno hanno troppo potere, lo stesso vale per l'Uci nel ciclismo. È difficile arginare il loro potere.
D. Crede che Sebastian Coe (l'ex mezzofondista eletto presidente della Iaaf ad agosto, ndr) possa contribuire a cambiare le cose?
R. Staremo a vedere. Di certo, dopo le prime difese d'ufficio in cui accusava la stampa d'infangare il movimento, pure lui sembra essersi reso contro di quanto la situazione sia allarmante. Il database sequestrato dalla procura di Bolzano rappresenta la bussola dalla quale si misurerà la sua volontà reale di ripulire la Iaaf.
D. Davvero la Russia potrebbe essere fatta fuori dalle Olimpiadi?
R. È presto per parlare, ma le sanzioni non potranno essere blande. Stiamo parlando di atleti minacciati. E di altri disposti a pagare 1 milione di dollari per alterare i controlli. Per sconfiggere il doping bisogna estirparlo alle radici.
D. Lei ha accettato una sfida improba: ricostruire l'immagine di Schwazer. Cosa pensa del suo caso?
R.
Alex ha pagato per i suoi errori e si è detto disposto a sottoporsi a controlli ematici 24 ore al giorno. Inutile prendersela con lui.
D. Crede ancora che lo sport possa essere un modello educativo?
R. Sì, a patto che pure la politica faccia la sua parte per ripulirlo e non lo usi soltanto come strumento di propaganda.

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