PROFILO 18 Novembre Nov 2015 1108 18 novembre 2015

Jonah Lomu è morto: la lotta sul campo e con la malattia

L'esplosione a 20 anni, il record di mete e quel rene che non funzionava. Storia di una leggenda del rugby. Foto.

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La sua stella ha brillato così tanto da bruciarsi nel giro di nemmeno un decennio.
Se si dice rugby si pensa agli All Blacks, e se si pensa agli All Blacks, non si può non andare subito con la mente a Jonah Lomu, il più iconico tra i giocatori della palla ovale, spentosi ad Auckland, appena 40enne, il 18 novembre 2015. (Guarda le foto).
UN METRO E 96 DI MUSCOLI. La haka di Jonah, fiero maori di origine tongana, faceva paura più di ogni altra. Quel ragazzone alto 1 metro e 96, che aveva visto morire lo zio sotto i colpi di un machete, riusciva a spostare i suoi 126 chili di muscoli a velocità che sfidavano la fisica. Quando frequentava il Wesley College, e il suo nome da Siona si trasformò in Jonah, riusciva a fermare il cronometro sui 100 metri a 10''80, primeggiando in quasi tutte le specialità dell'atletica, dalla velocità fino ai lanci e i salti. E oggi che se n'è andato, gli studenti della scuola lo ricordano con una haka, la danza maori che precede ogni partita degli All Blacks.

  • L'haka degli studenti del Wesley college per Jonah Lomu.


ESORDIO A 19 ANNI. La nazionale neozelandese si accorse subito di lui, lo fece esordire più giovane ala di sempre a 19 anni, in un test match del 1994 contro la Francia, e solo un anno dopo il nome di Jonah era conosciuto in tutto il pianeta.
A lanciarlo fu la Coppa del Mondo 1995, quella voluta fortemente da Nelson Mandela per riunire un Sudafrica appena uscito dall'apartheid, quella dell'alleanza tra il presidente e il capitano degli Springboks François Pienaar raccontata da Clint Eastwood in Invictus, quella conquistata dai padroni di casa, capaci di fermare l'inarrestabile Jonah e battere gli All Blacks 15-12.
UNA META COME IL GOL DEL SIGLO. Lomu uscì sconfitto da quella finale, ma fu il vero protagonista della competizione. La sua meta nella semifinale contro l'Inghilterra, realizzata dopo un minuto e mezzo di gioco, è qualcosa di molto simile al gol del siglo di Diego Armando Maradona. Una palla sporca ricevuta sulla sinistra e trasformata in meraviglia, dribblando Tony Underwood, spostando con un braccio Will Carling, camminando sopra Mike Catt.

  • La meta di Lomu contro l'Inghilterra nella Coppa del Mondo 1995.

Una dimostrazione di onnipotenza che lo stesso Lomu minimizzò spiegando come, senza il tentativo di placcaggio di Catt, probabilmente sarebbe caduto. Perché Jonah era così, nel curriculum aveva un bagaglio tale di highlight e mete da potersi permettere di 'scartarne' persino una leggendaria.
NON HA MAI VINTO UN MONDIALE. Nelle uniche due edizioni a cui ha partecipato, senza alzare mai la Coppa, ha ne ha messe a segno 15. Un record tutt'ora imbattuto ed eguagliato Bryan Habana solo nel'ultima rassegna iridata. Jonah era lì, in Inghilterra, a vedere il nome del tre quarti sudafricano affiancarsi al suo nella storia del rugby.
Era lì per un'ultima haka con un club Maori di Londra a Covent Garden, per sentirsi ancora vicino a quello sport che gli aveva dato tanto e a cui aveva dato tutto, per vedere i suoi All Blacks conquistare quel trofeo che a lui era sempre sfuggito.
IL TRAPIANTO NEL 2004. In nome di quel pallone che aveva provato a tenere stretto anche durante i placcaggi più duri, quelli di una sindrome nefrosica che aveva cominciato a mostrarsi già durante la Coppa del Mondo del 1995, che si era fatta sempre più grave, e che dopo la rassegna iridata del 1999 lo mise all'angolo, costringendolo a passare più tempo in dialisi che in campo fino allo stop nel 2003 e al trapianto di rene all'inizio dell'anno successivo.

  • L'ultima haka di Jonah Lomu a Covent Garden.

Jonah tornò a giocare, ma niente fu come prima. In patria nessuno voleva offrirgli un contratto, così fu costretto a trasferirsi in Europa. Firmò coi Cardiff Blues per 3 mila sterline a settimana, subordinate però all'idoneità fisica e agonistica.
IL MATCH DEL RITORNO GIOCATO IN ITALIA. I primi a riabbracciarlo dopo il lungo stop furono i tifosi del Calvisano, che riempirono il piccolo stadio San Michele e si alzarono in piedi al suo ingresso in campo durante un match di Heineken Cup. Era ancora il giocatore più amato al mondo, e lo avrebbe capito durante tutta la sua permanenza in Galles, interrotta bruscamente da un infortunio alla caviglia nell'aprile del 2006.
SCARTATO IN PATRIA DOPO TRE PARTITE. Jonah tornò in patria, firmò un biennale col North Harbour, che dopo appena tre partite gli diede il benservito per puntare su giocatori più giovani. Per riconoscenza gli fu offerto un ruolo tecnico, ma lui declinò. Il suo corpo non lo reggeva più, ma la voglia di campo non era ancora finita. Due anni dopo il ritiro nel 2007, Jonah tornò a giocare nella terza divisione francese, a Marsiglia, una sola stagione, appena sette incontri, la conferma che il sogno era finito.
ERA IN LISTA D'ATTESA PER UN NUOVO TRAPIANTO. L'addio definitivo arrivò nel 2010, e fu il segnale inequivocabile del tramonto. Un anno dopo, la malattia si riacutizzò. Quel ragazzone che non cadeva mai e amava le donne fino al punto di sposarne tre dovette abdicare. Dialisi e trattamenti furono insufficienti, sarebbe servito un altro trapianto, ma stavolta non c'era un amico pronto a donarglielo come aveva fatto nel 2004 lo speaker radiofonico Grant Kereama. Era ancora in lista d'attesa quando è morto, lasciando la moglie Nadene e due figli. E il suo nome scritto a caratteri cubitali nella Hall of Fame del rugby, e nella storia dello sport.

  • Gli highlight della carriera di Jonah Lomu.

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