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RITRATTO 17 Dicembre Dic 2015 2230 17 dicembre 2015

José Mourinho, l'addio al Chelsea è un successo

Vincente e antipatico. E anche se perde non ha colpe.

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Se c'è una cosa che non si può dire di lui è che sia un pirla. José Mourinho è furbo, tanto furbo, tanto da essere capace di trasformare in oro anche un clamoroso fallimento.
Non sono ancora chiari i dettagli del suo divorzio col Chelsea, ma è certo che Mou lascia il club con una valigia carica di milioni di sterlina, che siano tutti i 40 che avrebbe dovuto percepire fino al 2019 o 'solo' i 12 che avrebbe preso fino a fine stagione.
ANCORA SENZA ESONERI. Il suo secondo giro sulla panchina del Chelsea si è chiuso con un campionato e una coppa di lega in due stagioni e mezza, poco per le ambizioni del club e il blasone del tecnico, che comunque riesce a limitare i danni di una stagione che rischiava di chiudersi con seru tituli, mantenendo lo stesso score anche alla voce esoneri in carriera. Rescissione consensuale, così c'è scritto nel comunicato dei Blues, e l'onore del tecnico portoghese è salvo.
CACCIATO DUE VOLTE. Sottigliezze buone per accarezzare il suo ego, perché nei fatti Mou è già stato cacciato due volte, entrambe da Roman Abramovich, uno dei suoi più fervidi sostenitori. Era già successo nella stagione 2007/08, la quarta nella prima tappa a Stamford Bridgne del tecnico portoghese. È capitato di nuovo, ora, per colpa di una prima metà scarsa di stagione da incubo.
Il Chelsea ha perso nove partite di campionato, tre volte quelle pareggiate, più del doppio delle quattro vinte. Ha segnato 18 gol in 16 match, ma soprattutto ne ha subiti 26 e si trova appena un punto sopra la zona retrocessione.
LA COLPA È SEMPRE DEGLI ALTRI. Dei giocatori che «dovrebbero rivedere il modo in cui vivono il calcio», e l'hanno «tradito». Degli avversari, «abili a trasformare gli ultimi 15 minuti in 5, tra infortuni veri e finti», come affermato al termine dell'ultima partita persa col Leicester. Degli arbitri, accusati, insultati, pressati psicologicamente con le dichiarazioni nelle conferenze stampa e con fatti ben peggiori, come quando ha provato a entrare nel loro spogliatoio per protestare contro l'espulsione di Nemanja Matic e il gol annullato a Cesc Fabregas nella partita giocata il 24 ottobre contro il West Ham. È riuscito persino a prendersela con il medico Eva Carneiro, arrivando a farla licenziare per essere entrata in campo a soccorrere Eden Hazard (che ad avviso dell'allenatore non era in condizioni così gravi) lasciando la squadra in nove, nel bel mezzo dell'assalto finale per vincere la partita.

Un uomo che non fa prigionieri

Mourinho durante il match tra Chelsea e Norwich City allo Stamford Bridge il 21 novembre 2015.

Mourinho è così: se sei nel suo cerchio magico può portarti in alto ben oltre i tuoi reali meriti (chiedere a Fabio Coentrão, terzino sinistro assistito dallo stesso procuratore di José, fatto acquistare a peso d'oro dal Real Madrid e rivelatosi poi un bidone), ma se non gli vai a genio sono dolori.
A MADRID UN MEZZO FLOP. È un uomo solo al comando, uno che concepisce la gestione di una squadra come una dittatura più o meno illuminata, non certo come una democrazia. Al Real Madrid riuscì a mettere sulla porta Jorge Valdano, bandiera merengue e braccio destro di Florentino Perez finché quest'ultimo non ha dovuto scegliere tra il direttore generale che lo aveva accompagnato in entrambe le sue esperienze da presidente e l'allenatore che aveva strappato all'Inter per arginare lo strapotere del Barcellona.
PIÙ PIAGNISTEI CHE TROFEI. Una missione fallita, se si considera che in tre anni di Mou al Santiago Bernabeu hanno festeggiato un campionato, una Coppa del Re e una Supercoppa di Spagna, contro due campionati, una Champions League, una Coppa del Re due Supercoppe di Spagna, un Mondiale per club e una Supercoppa europea alzate dai blaugrana.
Il tutto condito da polemiche a distanza, dalle solite accuse agli arbitri, dalle frecciate agli avversari. Per questo in Spagna lo chiamano llourinho, giocando col suo cognome è il verbo llorer (piangere), e nemmeno a Madrid è amato da tutti, anche se l'ex presidente Ramón Calderón ne ha auspicato il ritorno sulla panchina del Bernabeu.
GLI INTERISTI, TRADITI, LO VENERANO. Lo venerano, invece, i tifosi dell'Inter, nonostante quell'addio che sa di tradimento, capace di velare di malinconia la notte più bella della storia nerazzurra. Quel 22 maggio del 2010 Mou non tornò nemmeno a Milano. Alla festa di San Siro per accogliere i vincitori della Champions League lui non c'era. Era rimasto a Madrid, salendo sull'auto di Florentino Perez pochi minuti dopo la cerimonia di premiazione, chiudendo la sua parentesi interista con uno storico Triplete e un abbraccio tra le lacrime a Marco Materazzi.
Un'uscita di scena certamente a effetto, ma poco elegante, come quella effettuata nel 2004, quando vinse la Coppa dalle grandi orecchie con il Porto, prese la medaglia e scappò nello spogliatoio, in rotta con la società, un biglietto aereo per Londra e un contratto firmato col Chelsea.
UN UOMO CHE VINCE PURE QUANDO PERDE. Simpatico, Mou, non lo è mai stato. Ma vincente, quello sì. I trofei (19 in 13 anni), raccontano solo una parte del fenomeno. Mourinho è sempre stato di più, e non è dato sapere quanto ci sia di costruito e quanto di genuino. Certamente è un personaggio che funziona e non passa mai di moda. E un mito che sopravvive anche ai fallimenti. Uno che vince pure quando perde.

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